di Maurizio Blondet




USA - Gli apostoli del libero mercato globale fanno risorgere la lotta di classe, scrive Paul Craig Roberts: ed è una affermazione notevole perché Roberts, economista, è stato vicesegretario di Stato sotto Ronald Reagan, dunque tutt'altro che un comunista (1). Vale la pena di ascoltarne gli argomenti contro i superliberisti che inneggiano alla fuga di posti di lavoro in Cina.
«Fedeli a una teoria di 200 anni fa (quella di Adam Smith) che non capiscono più, questi esaltatori del libero mercato stanno distruggendo la classe media e smantellando la scala della mobilità verso l'alto che rende politicamente accettabili le grandi disparità di reddito».
Proletarizzazione e iniquità sociale crescente: il mondo descritto da Marx sta diventando realtà.
La coesione sociale viene sacrificata alla teoria del «vantaggio competitivo» di Adam Smith, e alla ricerca di questo «vantaggio» nei bassi salari cinesi.



Ma ciò che i cantori del liberismo globale dimenticano è, dice Craig Roberts, che quando Adam Smith trovò il principio del vantaggio competitivo, il capitale veniva per lo più tenuto all'interno della nazione, sotto la sorveglianza dei proprietari e protetto dalle leggi del Paese.
E i prodotti commerciabili erano, per lo più, prodotti agricoli: merci il cui vantaggio competitivo dipendeva largamente dal clima e dalla geografia.
Vino in cui avevano il vantaggio competitivo Italia e Spagna, contro lana, dove il vantaggio competitivo poteva essere della fredda Inghilterra.
Così era logico per gli inglesi importare vino spagnolo, e scambiarlo con la loro lana.
Questo era il vantaggio competitivo virtuoso, che avvantaggiava entrambi i partner: ma aveva come presupposto il fatto che il capitale restava in patria e si orientava ad investire nelle produzioni in cui la nazione aveva vantaggi comparativi.

Oggi non è più così. Oggi il capitale è più mobile persino delle merci.
Le produzioni moderne sono basate sulla conoscenza acquisita, e producono risultati identici in qualsiasi clima.
Così, quando una ditta americana chiude la fabbrica nell'Ohio e sposta la produzione delle merci (per il mercato americano) in Cina, la perdita di posti di lavoro in USA non è dovuta al fatto che la Cina ha un vantaggio competitivo.
E' dovuta al fatto che il capitale USA insegue il «vantaggio assoluto» del bassissimo costo del lavoro cinese.
Questa ricerca del vantaggio assoluto non produce più effetti benefici su entrambi i partner commerciali.
La nazione che riceve i capitali guadagna, l'altra ha una perdita secca e non compensata.
E' ciò che dimenticano (o non vogliono capire) i cantori del libero mercato.



Quando capitali e tecnologie abbandonano gli USA (o l'Italia) per rilocarsi in Cina e India, la produttività della manodopera cinese e indiana aumenta, quella americana (e italiana) cala.
Le statistiche del Bureau of Labor USA riflettono questa tendenza devastante.
Nel prossimo decennio, il Bureau prevede che la maggior parte dei nuovi posti che saranno creati in USA, si apriranno nei servizi domestici, che non richiedono un'istruzione superiore.
I servizi domestici, o servizi alla persona (infermiere, badanti, camerieri) sono per eccellenza «servizi non commerciabili»: si prestano e si consumano all'interno del Paese.
Negli ultimi 5 anni gli USA non hanno prodotto, al netto, un solo posto di lavoro in merci e servizi commerciabili.



La rilocazione in Cina e India (outsourcing) sta eliminando intere categorie di occupati americani tecnici, ingegneristici e nell'informatica.
Le offerte di lavoro per laureati tecnici stanno calando.
La mano invisibile del mercato, dice Roberts, può operare contro gli interessi migliori del Paese, e in questo caso lo fa.
Il libero mercato in USA sta riducendo la domanda di ingegneri; e perciò anche l'offerta.
Il numero di nuovi laureati in ingegneria cala, perché si sa che non troveranno lavoro con guadagni adeguati alla fatica degli studi.
Credete che agli USA resti la parte alta dell'innovazione, la ricerca e sviluppo? Illusione.
La ricerca e sviluppo segue la produzione industriale: in Cina e in India.
La conseguenza è che anche la scienza in USA declina.
Insomma, sempre più la manodopera americana diventa una tipica manodopera da Terzo Mondo: i nuovi posti di lavoro sono solo quelli di bassa produttività, servizi domestici «a pronto» con paghe basse.



In USA, la disoccupazione fra tecnici del software e informatici è ormai di percentuali a due cifre.
Perché anche per questi lavori che restano in America, non sono più richiesti tecnici americani.
Il capitalismo terminale ha scoperto che può assumere tecnici indiani con visti di lavoro temporaneo (in USA, sono i visti H-1B e L-1) con salari inferiori; i tecnici americani sono forzati ad addestrare questi lavoratori stranieri sottopagati, per poi essere licenziati.
Il Ministero del Lavoro USA ha riservato ufficialmente 52 mila posti di alta tecnologia a stranieri con visto di lavoro temporaneo.
Negli ultimi cinque anni, oltre 600 mila di questi visti sono stati rilasciato, e il 39% di questi per occupazioni nel settore computeristico.
Ciò significa che 600 mila americani hanno perso il posto per il quale avevano investito il loro capitale umano, ossia anni di studio universitario (e in America l'università costa cara).
Uno spreco colossale di un «capitale» particolarmente prezioso.



E per giunta, Bill Gates si lamenta che sia in calo il numero di nuovi studenti nella lauree tecniche: lui e gli altri capitalisti che hanno distrutto la domanda rilocando quei lavori all'estero, non vogliono riconoscere che sono la causa del calo dell'offerta.
Pochi di quei 600 mila licenziati hanno trovato un lavoro migliore.
Molti, tipicamente, lo hanno cercato e trovato in lavori «difesi» dalla rilocazione, come l'insegnamento e l'assistenza ai malati e anziani, che sono appunto «servizi non commerciabili», che si consumano forzatamente in USA.
Ma anche questi lavori ora sono in pericolo: sempre più spesso gli ospedali americani, premuti a diminuire i costi, assumono infermiere del Terzo Mondo; e così le scuole.
La Contea di Clark in Nevada ha «importato» insegnanti dalle Filippine, l'Arizona dall'India, New York ha assunto maestri giamaicani e l'Ohio indiani.
Questo sviluppo del «libero mercato» è particolarmente allarmante.
Come possono insegnanti venuti da luoghi estranei alla cultura americana riuscire ad inculturare gli alunni americani?



E' la struttura stessa della società che viene lacerata per scopi di profitto, o di limatura dei costi.
Si taccia poi del destino degli ingegneri e informatici che, licenziati dalle imprese, avevano trovato posto come docenti di matematica e scienze, e che sono minacciati da un altro licenziamento anche in questi posti più modesti.
E' la stessa perdita di occupazione di buon livello nella classe media a mettere sotto pressione le scuole per ridurre i costi.
Il restringersi della classe media provoca minori entrate fiscali; le scuole vanno alla caccia di insegnanti indiane e filippine che costano meno.
Ciò riduce ulteriormente la classe media.
E' un circolo vizioso maligno.
Una rovinosa corsa al ribasso non solo dei redditi, ma della dignità sociale.
Ai genitori preoccupati che domandano quali posti «buoni» restano per i loro figli nati e cresciuti in USA, Roberts risponde, con amaro sarcasmo, che per ora dentisti e avvocati hanno un buon reddito (a patto di salire nel 20% migliore delle due categorie); ad un gradino più sotto, restano appetibili lavori da elettricista, meccanico d'auto, idraulico.



Ma gli immigrati messicani, legali e illegali, che hanno già sostituito gli operai USA nell'edilizia, sono sul punto di insidiare anche i meccanici e gli idraulici.
I posti di lavoro «alti» sono persi a vantaggio di stranieri; i lavori «bassi» sono persi a vantaggio dei messicani immigrati.
Risultato: secondo il rapporto del Census Bureau del 30 agosto scorso, il «reddito mediano delle famiglie» (non il reddito medio, ma quello delle famiglie a metà della scala dei redditi) è diminuito incessantemente da cinque anni, e ciò nonostante un quinquennio di presunta «ripresa» economica; sintomo della sparizione della classe media stessa.
Per contro, è cresciuta la percentuale di poveri: dall'11,3 % della popolazione nel 2000, al 12,7 % nel 2004.
Si tratta di 5,4 milioni di poveri in più, sintomo sinistro della proletarizzazione.
Come nell'Inghilterra ottocentesca, i «nuovi posti» creati (la cui «creazione» viene strombazzata dai media come segno della salute economica americana) sono nel servizi domestici.



Dei 154 mila posti creati in agosto negli Stati Uniti dal settore privato, 25 mila sono nelle costruzioni, e coperti per lo più da messicani; 20 mila nel commercio al dettaglio e all'ingrosso; 16 mila in «servizi amministrativi e di raccolta rifiuti» (sic). Altri 43 mila posti nuovi sono nati nella «istruzione e servizi sanitari», 34 mila nel «settore ospitalità e divertimento» (leggi: cameriere, baristi, spogliarelliste). L'industria, per contro, ha perso altri 14 mila posti.
Dove l'industria si mantiene, è pura attività di assemblaggio di componenti fabbricate all'estero, Cina o India o Sri Lanka.
Ovviamente, l'assemblaggio non richiede ingegneri e tecnici d'alto livello.
Perciò, dice Roberts, «una più alta istruzione o riaddestramento a nuove mansioni non possono correggere» la tendenza: non c'è domanda per «altamente educati», nel nuovo Terzo Mondo che sono gli Stati Uniti.



Craig Roberts conclude: gli apostoli della libera iniziativa e del libero mercato stanno distruggendo le libertà civili americane, che erano tutt'uno con la dignità del lavoro, un buon reddito fisso, e stabilità sociale del posto.
Marx viene resuscitato a forza dalla tomba.
E' possibile una inedita lotta di classe in USA?
Roberts sembra auspicarlo.
Il suo, rischia di essere un ottimismo mal riposto.
Le lotte di classe le fecero gli operai dell'industria, inquadrati nella fabbrica.
E' difficile che camerieri e spogliarelliste, i nuovi proletari, possano tanto.


Maurizio Blondet



Note
1) Paul Craig Roberts, «Resurrecting Karl Marx», Counterpunch, 4 settembre 2005.