C’è chi vuole Padoa Schioppa come Governatore dopo Fazio


MAURIZIO BLONDET
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Ammesso che davvero c’è il rischio che al posto di Fazio venga messo al timone di Bankitalia Tomaso Padoa Schioppa, sarà istruttivo rinfrescare la memoria sulla biografia di questo personaggio, che è da tempo immemorabile nella stanza dei bottoni europea.
Nel 1987 Padoa Schioppa scrisse un rapporto che delineava la strategia dell’eurocrazia che avrebbe portato all’euro, dal titolo “Efficienza, Stabilità, Equità”: il professore vi prevedeva freddamente che l’unificazione monetaria avrebbe provocato “shock asimmetrici”, fughe di capitali dai Paesi deboli e altri disastri; benissimo, diceva, perché a un certo punto i governi, incapaci di rimediare ai guai, sarebbero strisciati in ginocchio a cedere i loro poteri sovrani alle élite sovrannazionali che sanno come dominare il caos. Jacques Delors, l’allora presidente della Commissione europea, ne fu così entusiasta da proporre Padoa Schioppa come segretario esecutivo della futura Banca centrale europea, e da voler scrivere la prefazione del rapporto.
“La liberalizzazione dei flussi di capitale diminuirà la capacità di controllare i contraccolpi esterni e interni”, si entusiasmava Delors: perciò, “per assicurare la stabilità, le economie nazionali dovranno essere più strettamente coordinate. Ciò significa che la Commissione Cee deve avere più poteri regolatori...controllare il bilancio globale...coordinare le politiche macroeconomiche. Per questo bisogna abolire il protezionismo”.
Nel suo sinistro romanzo 1984, George Orwell descrisse un regime totalitario in cui il “Ministero della Verità” era quello che diffondeva le menzogne della propaganda, e il Ministero dell’Abbondanza si occupava del razionamento. Sotto il titolo orwelliano di “Efficienza, Stabilità, Equità”, Padoa Schioppa pianificava a tavolino ondate di instabilità allo scopo di obbligare i governi eletti alla resa alla burocrazia centrale legata agli interessi finanziari globali. L’unione monetaria era pensata non già come soluzione dei problemi, ma come l’innesco di iniquità e inefficienze ingovernabili, a vantaggio della sete di potere dell’eurocrazia.
Insomma, rischia di esser piazzato alla Banca d’Italia il tipico esponente di una mentalità tecnocratica pronta a far pagare prezzi salati alla gente, per sperimentare le sue teorie. È appunto ciò che sta facendo l’euro. Il tasso di sconto a taglia unica è “troppo” per Paesi come Germania e Italia, la cui economia è raggelata, e “troppo poco” per l’Irlanda, dove il denaro a basso costo surriscalda l’economia e produce bolle speculative. Ad impedire ogni aggiustamento provvedono i divieti europei agli Stati di perseguire politiche monetarie indipendenti, l’impossibilità di svalutazioni competitive, l’abolizione del controllo sui cambi e persino di avere obblighi di riserva bancaria differenti. Se con l’euro abbiamo tutti i mali di una moneta forte (che rende meno competitive le nostre merci) e quelli di una moneta debole (che ha dimezzato il nostro potere d’acquisto), si sappia: era previsto e voluto.
Per intuire la competenza di Padoa Schioppa, basta leggere le vacue ovvietà liberiste, espresse nella lingua di legno della Nomeklatura europoide, che il Corriere gli pubblica con sacrale rispetto. Non si deve pensare che la Nomenklatura richieda cervelloni. Per lo più, basta che questi alti sacerdoti della globalizzazione ripetano le giaculatorie e i dogmi economici elaborati altrove, per lo più in Usa, in sedi come la Trilateral e il Fondo Monetario. Non è richiesto che pensino in proprio, ma che diffondano il verbo del cosiddetto “Washington consensus”, a cui dobbiamo, fra l’altro, la promozione del Gulag cinese a concorrente delle nostre fabbriche.
Almeno, si potrebbe prendere la palla al balzo del cambio della guardia a Bankitalia per riformarla davvero. Abolendola. Dopotutto ha perso la sua funzione storica, l’emissione della moneta, ceduta alla Banca centrale europea; l’altra sua funzione, il controllo sulle banche commerciali, s’è visto come lo svolge, e del resto è meglio affidarlo, dicono lorsignori, all’Antitrust. Il dimezzamento del suo strapagato personale si imponeva già da tempo. Ora che si ventila di trasferire la proprietà di Bankitalia dalle banche azioniste private allo Stato, quegli stipendi d’oro e di platino li dobbiamo pagare noi contribuenti? E perché? Prendiamo in parola Padoa Schioppa, che tanto ha operato per rendere inutile una banca centrale nazionale. Si può sostituirla con un centralino, per ricevere gli ordini della Bce, del Fondo Monetario e della Trilateral. All’apparecchio, stia pure il professore.
Maurizio Blondet
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