ilGiornale.it n. 212 del 07/09/2005
Palestina, una storia d'amore scatena la caccia al cristiano
Gian Micalessin
Taibeh è il nome d'una birra. Birra Taibeh, la prima e l'unica di tutta
Palestina. La birra distillata nel solo villaggio interamente cattolico di
tutta Cisgiordania. Ma Taibeh e le sue 1.500 anime a est di Ramallah sono
famosi anche per altro. Quel nome in arabo significa gentilezza. Ad
appiccicarglielo fu Saladino, il conquistatore di Gerusalemme, stupito
dalla cordialità dei suoi abitanti. Prima era Ephraim, il villaggio
sperduto dove vissero Gesù e gli apostoli prima di scendere a Gerusalemme.
Da domenica Taibeh è sinonimo d'odio e guerra religiosa. I segni sono
tutti lì. Tredici case bruciate, le strade devastate, una statua della
Madonna fatta a pezzi. Una domenica di violenza e, nei cuori degli
abitanti, la paura di una nuova guerra di religione, di una nuova
persecuzione. Una guerra contro i cristiani di Palestina, una persecuzione
contro gli ultimi non musulmani. Il tutto sotto gli occhi indifferenti
dell'Autorità nazionale palestinese. Dietro le razzie e gli
incendi, dietro le urla di chi pretendeva un unico grande rogo per
«infedeli e crociati», c'è una storia ancora peggiore. Nel cimitero di
quel villaggio musulmano di Deir Jreer da dove sono arrivati i vandali c'è
una tomba senza nome. Lei, là sotto, non aveva l'età per morire. Hiyam
Ajai aveva trent'anni e l'unica colpa d'amare un ragazzo cristiano.
L'aveva incontrato sul lavoro, nella sartoria dei genitori di lui, due
anni fa. Aveva alzato gli occhi da filo e matassa e aveva visto Mehdi
Kouriyee. Un cognome importante, quello di Mehdi. Lo stesso dei
proprietari della fabbrica di birra. Lo stesso di tutte le famiglie
importanti di Taibeh. Ma ciò che conta a Taibeh non vale nulla dieci
chilometri più in là, tra le mura di Deir Jreer. Hiyam lo sa, ma al cuore
non si comanda. Va tutto bene fino a quando lei non torna a casa con un
pancione di sei mesi. Allora le voci diventano vergogna. Suo padre la
colpisce. Sua madre chiude la porta. Giorni di liti a finestre chiuse e
alla fine, giove
dì, dalla casa di Deir Jreer, esce il cadavere di Hiyam. Non ha segni. Non
ha le terribili lesioni delle altre trenta ragazze martoriate lo scorso
anno per ragioni simili nel resto della Cisgiordania. Hiyam è stata
semplicemente avvelenata. «Uccisa dai cristiani», raccontano a Deir Jreer.
Poi la famiglia cambia versione. «Quel cristiano l'ha violentata e lei s'è
avvelenata», mentono madre e padre senza una lacrima. La polizia
palestinese fa esumare il corpo e Deir Jreer grida al complotto. I più
assatanati convocano gli amici, chiedono vendetta. Quando sabato sera
arrivano a Taibeh sono già in guerra. «Avevano bastoni e taniche di
kerosene. Prima sono andati da Mehdi. Volevano uccidere anche lui -
racconta il cugino Suleiman Khouriyye - ma Mehdi e i genitori eran
scappati da giorni. Così gli hanno bruciato e distrutto la casa. Poi sono
andati avanti a razziare e dare alle fiamme la mia e tutte le abitazioni
dei suoi parenti. Siamo in tredici famiglie senza più nulla». Ma la rabbia
pi
ù grande per gli abitanti di Taibah è l'indifferenza dell'Autorità
nazionale palestinese. «Le voci giravano da giorni: si sapeva che volevano
punirci perché siamo cristiani e siamo un bersaglio facile - racconta un
altro Khouriyye senza più casa - ma nessuno ha fatto niente. I primi
poliziotti sono arrivati solo domenica mattina. Hanno salvato la fabbrica
della birra, ma il resto era già stato distrutto». Ora i poliziotti
perlustrano le strade e il presidente palestinese ha ordinato un rapporto
sull'accaduto. Per i cristiani palestinesi è solo un altro capitolo della
catena di violenze iniziata con la seconda intifada. Tre anni fa nella
zona di Betlemme due ragazze cristiane vennero rapite, torturate e uccise
perché accusate di prostituirsi da uomini vicini all'Anp. Poi l'autopsia
dimostrò che erano vergini. Un anno dopo un'altra ragazza della loro
stessa famiglia venne violentata da quattro miliziani di Fatah.




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