di Maurizio Blondet
TEHERAN - L'uragano Katrina ha almeno un effetto collaterale utile: rende per ora improbabile un attacco americano ai laboratori nucleari iraniani.
L'attacco aereo, già in progettazione secondo le indiscrezioni del Pentagono, rischierebbe, in questo momento, di far crollare l'indice di popolarità di George Bush, già al livello più basso.
Per gli ayatollah di Teheran è decisamente un buon momento.
Il rincaro del greggio gli metterà in tasca, nel 2005, almeno 60 miliardi di dollari, 10 miliardi più delle stime che si facevano a giugno.
E i compratori fanno la fila, a dispetto dell'embargo e delle sanzioni con cui Washington ha tentato di isolare politicamente la repubblica islamica.
Mentre si inaugurava l'oleodotto Baku-Tbilisi (BTC), voluto dagli americani per portare il petrolio del Caspio al porto turco di Ceyhan «scavalcando» l'Iran, gli ayatollah hanno cominciato a tessere i rapporti per un loro oleodotto alternativo, che attraverserà Iraq e Siria.
Il presidente siriano Bashar Assad ne ha parlato approfittando della visita di cortesia che ha fatto al neo eletto premier iraniano Ahmainejad.
Il primo ministro dell'Iraq Ibrahim Jafaari ne ha parlato nella visita che ha reso a Teheran settimane fa: con grande dispiacere della Casa Bianca, l'iracheno sciita si è inteso a meraviglia con gli ayatollah sciiti.
Per intanto, si sono accordati per un breve oleodotto fra l'irachena Bassora e l'iraniana Abadan: servirà agli iracheni, la cui industria petrolifera è al disastro per il lungo embargo e i continui attentati, per mandare greggio da raffinare ad Abadan, ottenendone in cambio carburanti ed altri derivati.
Un altro oleodotto è stato costruito dal 2000 tra il nord Iran e il Turkmenistan, nonostante le pressioni sul Turkmenistan della Casa Bianca; un accordo in questo senso è stato raggiunto con il Kazakstan.
Lo scopo lo stesso: la raffinazione del greggio turkmeno e kazako in Iran.
A questo scopo, sono state costruite due raffinerie capaci di trattare ogni giorno mezzo milione di barili kazachi.
Il fatto è che i due Paesi, benché vogliano compiacere Bush, sono chiusi al mare, ed hanno bisogno di sbocchi per il loro petrolio.
Insomma Teheran vince l'isolamento mettendosi al centro di una rete di pipelines strategiche.
L'oleodotto alternativo all'americano BTC sboccherà nell'antica Laodicea, in Siria, da cui potrà inoltrare il petrolio iraniano e del Caspio in Europa. A prezzi molto inferiori al BTC.
Ma anche verso l'Asia, anzi soprattutto.
La Casa Bianca non è riuscita ad ostacolare i negoziati trilaterali in corso tra Iran, India e Pakistan per un altro oleodotto che terminerà in India passando per il Pakistan.
Un'opera da 7,2 miliardi di dollari e quasi 3 mila chilometri di lunghezza.
Il vero ostacolo è la preoccupazione di Delhi che il Pakistan, percorso dall'oleodotto per 850 chilometri, potrebbe chiudere i rubinetti al nemico storico indiano.
Il problema sarà risolto se il Pakistan darà garanzie sul libero transito di merci sotto l'egida del WTO, che farà da garante.
Non basta. Un gasdotto è in costruzione dall'Iran alla Grecia attraverso la Turchia.
Trasporterà un prodotto la cui importanza strategica crescerà negli anni, a causa della scarsità di petrolio: il GPL, gas naturale liquefatto.
E poiché la Turchia è oggi troppo «americana» e dal passaggio del gasdotto può guadagnare troppo per i gusti degli ayatollah, ecco che Teheran sta trattando a Kiev un'altra tubatura attraverso l'Ucraina.
A fine mese si terrà a questo proposito un importante incontro con Ucraina, Georgia, Armenia e Russia: Mosca guarda con molto favore questa rete di pipelines che, facendo capo all'alleato iraniano, legheranno agli interessi comuni Paesi come Ucraina e Georgia, oggi «filoamericani».
Quanto all'amicizia di Teheran con la Cina, è più che garantita dalla sete petrolifera di Pechino.
L'Iran, con il 13% delle riserve mondiali accertate (132 miliardi di barili di greggio e 27400 miliardi di metri cubi di gas) è oggi al secondo posto dopo l'Arabia Saudita per la ricchezza petrolifera: una ricchezza che si accresce, coi rincari dei carburanti, di ora in ora.
E' ancora da sviluppare pienamente il colossale giacimento di South Pars, a 300 chilometri dal grande porto di Busher che stanno costruendo i cinesi, che da solo contiene il 9% delle riserve mondiali accertate.
Secondo stime del ministero del greggio iraniano, questa ricchezza durerà altri 70-80 anni, e il gas 200 anni.
Ma il collo di bottiglia è la capacità di raffinazione, scarsa: con consumi di carburanti in aumento del 5,2 % annuo, Teheran deve oggi importare benzine e gasolio; entro il 2020, paradossalmente, potrebbe dover interrompere le esportazioni.
E' questa la ragione, o la scusa, per il programma nucleare iraniano.
Inefficienza, impianti vecchi e mai rinnovati dalla guerra con l'Iraq degli anni '80, mancanza di know how causato dall'embargo americano, e corruzione, sono altri ostacoli: il neoeletto premier ha cercato di mettere un uomo «pulito» (ma incompetente: il candidato, Ali Saidou, si è laureato in geologia nel 2003 con un corso di una fantomatica Hartford University, che «funziona» su internet), ma il tentativo è stato respinto dalle mafie petrolifere interne.
Così, oggi l'Iran esporta 4,3 milioni di barili al giorno, contro i 6 milioni del 1978, prima della rivoluzione islamica.
Ma questo non dovrebbe essere un problema.
La nostra ENI, la francese TotalFina e la Shell sono già presenti nel Paese.
Lo voglia o no la Casa Bianca, hanno tutto l'interesse a fornire le competenze tecniche mancanti agli ayatollah.
Maurizio Blondet




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