Mercoledì 7 settembre 2005
Tecnicamente è l'aliquota unica: l'opposto di quanto siamo abituati a vedere. Nella Ue, per dire, le imposte sul reddito o sui consumi presentano una certa varietà di aliquote. L'Iva si applica ovunque: ma sugli alimentari l'aliquota è ridotta rispetto a quella ordinaria, che si applica, invece, ad automobili e lavatrici (in Italia è, rispettivamente, del 4 e del 20%).
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Come far ripartire l´Italia
da Repubblica di CARLO CASTELLANO
Caro direttore, se un osservatore tornasse in Italia in questi mesi ed esaminasse con una certa attenzione le informazioni sull´economia italiana, potrebbe ricavare la fondata impressione non solo che l´andamento del sistema industriale non susciti più particolare interesse ma che l´industria – in particolare quella manifatturiera – da colonna portante della nostra economia sia oggi diventata una realtà, un "potere" ormai del tutto marginale e residuale. Non a caso Andrea Manzella su Repubblica ("La solitudine delle istituzioni", 24 agosto) sottolinea che, in un sistema quale è quello del nostro Paese, ormai sempre più "liquido e frazionato", hanno invece "solidità e generale efficacia trasversale due soli poteri: il potere del grande capitale finanziario, il potere dei grandi blocchi mediatici". E aggiunge Manzella che "con il prorompere della mondializzazione il potere finanziario e il potere mediatico non hanno più nulla a che fare con il vecchio capitalismo industriale e con la tradizionale imprenditoria dei mezzi di comunicazione".
Ma se è vero che ci troviamo di fronte a fenomeni a scala mondiale, è anche vero che il nostro Paese – tra i paesi occidentali – ha, in questi ultimi anni, esaltato a dismisura il primato della "rendita" sulla "produzione" con un evidente scadimento del valore dell´attività industriale.
Ricordava Luca di Montezemolo nell´assemblea di Confindustria di maggio che il rapporto tra patrimonio immobiliare e finanziario e prodotto interno lordo risulta oggi in Italia pari a 8 volte: il maggiore tra i paesi industrializzati. Siamo arrivati al punto che il valore annuale delle rendite si avvicina paurosamente a quello dei redditi da lavoro. Basti leggere i dati dell´ultima indagine di Mediobanca, uscita proprio nei giorni scorsi, sui bilanci delle 505 società di medie dimensioni (quasi tutte manifatturiere).
Dallo studio emerge che nel 2004 le imposte sul reddito hanno rastrellato in Italia il 53% dell´utile lordo di queste imprese nel loro complesso: nel 2000 la relativa percentuale risultava pari al 49,3%. Il reddito delle persone fisiche – com´è noto – viene tassato mediamente vicino al 40% mentre la ritenuta sui redditi da capitale è pari oggi in Italia solo al 12,5%. È un´aliquota del tutto anomala rispetto ai Paesi nostri concorrenti. Coloro che vivono la realtà delle aziende industriali del nostro Paese (e non a caso ho voluto riportare i dati di Mediobanca relativi alle nostre imprese di medie dimensioni, quindi le più rappresentative della struttura del nostro sistema industriale) si confrontano sistematicamente con un livello di tassazione effettiva del reddito di impresa nettamente più basso di cui usufruiscono le rispettive imprese concorrenti internazionali. E il fenomeno oggi diventa ancora più stridente nel momento in cui si trasferiscono attività nei Paesi dell´Est europeo, per non parlare dei Paesi dell´Estremo Oriente, tenuto conto delle forti agevolazioni fiscali previste da questi Paesi. A esempio, un´impresa italiana che apra una società operativa nel distretto tecnologico di Shenzhen in Cina può negoziare la totale esenzione fiscale per i primi tre anni, i tre successivi a 7,5% e dopo sei anni un´aliquota di imposte sul reddito del 15%. In questo senso le osservazioni di Luciano Gallino ("Il caso Bnl, il fisco e l´arte di eludere le tasse", Repubblica 23 agosto) offrono una visione "deformata" e francamente "distorta" del reale peso fiscale che grava sulle nostre imprese manifatturiere. Certo, per intenderci, su quelle che pagano le imposte e si confrontano giornalmente sui mercati internazionali. Ma è di queste che dobbiamo preoccuparci, se non vogliamo ulteriormente incentivare l´evasione fiscale.
In altre parole, l´Italia ha penalizzato e sta sempre più penalizzando in modo abnorme la produzione della ricchezza in confronto alla rendita. Nel caso del nostro Paese assistiamo anche ad un´ulteriore grave distorsione nella politica fiscale che coinvolge il sistema delle imprese industriali. Il fisco premia più le importazioni che il lavoro nazionale. Nei paesi industrializzati – ricordava Montezemolo nella relazione di Confindustria – si sta spostando il carico fiscale dalla imposizione diretta a quella indiretta. Così facendo, si sgrava il lavoro nazionale e si riequilibra il peso del prelievo nei confronti dei paesi concorrenti. In Italia, invece l´Irap ha finito per gravare solo sul lavoro italiano e sul capitale investito sul nostro territorio.
È evidente che a questo punto gli interventi sulla politica fiscale sono un passaggio obbligato, una condizione essenziale per riavviare il ciclo virtuoso dello sviluppo e della crescita della nostra economia e soprattutto dell´industria. E sarà questo un banco di prova per comprendere gli orientamenti effettivi dei due schieramenti nella prossima competizione elettorale. In altre parole, se si intenda o no continuare a penalizzare il nostro sistema produttivo.
Ma se le imprese industriali italiane vogliono ritornare "protagoniste", vogliono di nuovo contare, com´è stato in passato, devono anche essere capaci di esprimere una più forte ed aggressiva cultura del cambiamento. Se la quota dell´export delle imprese italiane negli ultimi anni è scesa dal 4,8 al 3,8% del commercio mondiale, mentre le imprese francesi e tedesche hanno mantenuto o aumentato nello stesso decennio il loro peso, nonostante l´euro, ciò è dipeso non solo dalla presenza in Germania e in Francia di un ben più forte, agguerrito e "amichevole" "sistema Paese". In Italia siamo stati in passato decisivi innovatori nella organizzazione dei sistemi produttivi dei settori tradizionali con la creazione "spontanea" dei distretti industriali (per intenderci dalle piastrelle alla rubinetteria e così via). È arrivato il momento per il mondo imprenditoriale italiano di inventare e di puntare su nuove forme di aggregazione, una nuova cultura del cambiamento. È necessario un "salto di qualità" dall´interno del sistema delle imprese e bisogna avere il coraggio di percorrere nuove strade. Non basta quindi eliminare i lacci e laccioli esterni alle aziende. La modesta battuta di arresto nella rivalutazione dell´euro nei riguardi del dollaro e delle altre monete, avvenuta in questi ultimi mesi, ha dato un minimo sollievo alle nostre imprese esportatrici. Ma i nodi strutturali di crisi delle nostre imprese manifatturiere rimangono tuttora aperti ed insoluti. L´impresa industriale italiana deve trovare il modo di tornare a essere protagonista di una nuova fase di sviluppo. Ma questo è un altro discorso, che va affrontato a parte.




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