Un milione e mezzo di dollari per il Che

Da qualche giorno infuria su alcuni giornali una polemica che riguarda la pubblicazione degli scritti di Ernesto Guevara ("Corriere della Sera", "il manifesto", "Liberazione", "l'Unità"). Il tutto nasce perché la berlusconiana Mondadori si è accaparrata i diritti d'autore sborsando un milione e mezzo di dollari alla casa editrice australiana Ocean Press, che fa da intermediaria tra la famiglia di Guevara e il mercato editoriale internazionale.

A sollevare la questione ci hanno pensato Roberto Massari, editore e presidente della Fondazione Guevara in Italia, e Antonio Moscato, storico del movimento operaio presso l'Università di Lecce. A loro appare un po' scandaloso non solo che sia la Mondadori a detenere d'ora in poi il copyright del Che in Italia, ma che i testi che sono annunciati nei prossimi mesi in libreria non abbiano la necessaria cura filologica per collocarli nel loro contesto e nell'evoluzione del pensiero politico di Guevara (ieri, su "Liberazione", Moscato ha smontato con dovizia di argomenti la veste editoriale del primo volume già in libreria, "La storia sta per cominciare": più un album illustrato con belle fotografie da sfogliare che un testo da leggere con attenzione). A sostegno delle tesi di Massari e Moscato c'è anche l'annotazione che molti scritti inediti del Che non hanno ancora avuto il via libera per la pubblicazione dalle autorità cubane: soprattutto quelli che criticavano la politica dell'Unione Sovietica e cercavano di evitare che Cuba ricalcasse tutti gli errori del "socialismo reale".

Contro queste obiezioni è intervenuto Gianni Minà, che in passato aveva un rapporto fiduciario sui diritti di autore di Guevara in Italia e su quelli relativi al film "I diari della motocicletta" (regia di Walter Salles), tratto dai diari giovanili del Che e di Alberto Granado (tra i titoli di coda di quel film compare la scritta "direzione artistica di Gianni Minà"). A suo parere, solo la famiglia del Che è depositaria delle decisioni relative ai copyright e che per quanto riguarda la pubblicazione degli inediti sia rispettabile la decisione assunta finora da Cuba di non dare ulteriori "legnate" a Mosca, cioè a chi – nel bene e nel male – ha aiutato politicamente ed economicamente L'Avana per quasi tre decenni.

Ieri, a gettare benzina sul fuoco, ci ha pensato Aleida Guevara March, una delle figlie del Che, con una lettera pubblicata dal "Corriere della Sera", il quotidiano che ha avviato le ostilità di questa polemica ospitando opinioni e argomenti. La missiva è durissima contro Massari e Moscato (autori di decine di saggi su Cuba e Guevara, dei quali si può pensare di tutto meno che non abbiano letto e studiato gli scritti del Che), anche se i due non sono mai citati per nome e cognome. La tesi è lapidaria e non ammette obiezioni: la famiglia Guevara sa bene come amministrare la pubblicazione degli scritti del Che e non accetta lezioni da nessuno, tanto meno da presunti specialisti.

Siccome quando si parla di Cuba di solito non lo si fa con la dovuta serenità e si scatenano ciechi sentimenti d'amore, è facile prevedere che chi ama l'ufficialità assumerà la lettera di Aleida Guevara March come un testo sacro e indiscutibile. E chi oserà discuterla verrà definito amico di "alcuni personaggi che si autodefiniscono conoscitori del Che" (brano tratto dalla missiva di Aleida pubblicata dal "Corriere").

Non sappiamo se questa polemica tra depositari della verità e presunti eretici contribuirà a far leggere o rileggere gli scritti del Che. Una cosa è sicura: nei prossimi mesi sarà solo la Mondadori a mandare in libreria gli scritti di Guevara. Ed è sospettabile che lo faccia più badando alla cassa che alla cura editoriale.