TORINO
ARANCIA MECCANICA A NICHELINO
IL FERRO ROVENTE SULLE CARNI PER FARLI PARLARE.
I tre malviventi, forse rumeni, sono entrati in casa nella notte, dopo aver addormentato il cane da guardia.
di Andrea Monticone.
NICHELINO - Il letto è sfatto, con il materasso arrotolato e al balcone sono stese le lenzuola appena lavate dal sangue che le lordava fino a qualche ora prima. I bambini guardano la tv in questa stessa stanza che per una interminabile notte si è trasformata nel luogo dì torture per i loro genitori, legati con i fili del telefono e ustionati con il ferro da stiro arroventato dai banditi, con il dolore che acceca e le labbra morse per non gridare e non svegliare il piccolo Manuele che dorme nell'altra stanza e di cui i malviventi non si sono accorti.
Strada dello Scarrone a Nichelino è un nastro d'asfalto che corre tra ì campi coltivati, cascine e qualche villetta. Poco dopo il "Club del Polo" c'è anche quella della + famiglia Porello: una casetta + affacciata su un cortile polveroso insieme con un capanno- ne per i mezzi agricoli, alle cui spalle si stendono i campi coltivati. Sono agricoltori, i Porello, ma certo non sono nè milionari, né hanno in casa una cassaforte. Eppure, i banditi dell'altra notte la cercavano e non hanno esitato a ricorrere alla tortura pur di estorcere quel segreto che esisteva.
Erano le due della notte. Giuseppe, 44 anni, e la moglie Liliana, 41, dormivano profondamente. All'improvviso sono stati strappati bruscamente al sonno da tre sco- i nosciuti, tre banditi che han- ( no puntato loro un cacciavite i alla gola. “Non sappiamo da dove sono passati - ci diceva- c no ieri mattina, osservando il i cortile -. Di notte il cane è libero, ma Tara non ha abbaiato, forse l'hanno addormentat”. E poi hanno forzato la porta e hanno sorpreso i due coniugi. “Sembravano slavi” forse erano rumeni.
Giuseppe è stato legato con cavi del telefono: le mani dietro la schiena e un laccio attorno al collo assicurato al letto. Uno dei malviventi gli ha messo un cuscino sulla faccia per non farlo urlare, mentre i suoi complici trascinavano la povera Liliana nell’altra stanza. “Dacci i soldi” hanno detto. La povera donna terrorizzata all’idea che le facessero del male- “Quando ho visto il cacciavite ho temuto me lo piantassero in gola”, racconterà poi alla madre- ma più ancora che ne facessero al figlio di cinque anni che dormiva, ha consegnato loro circa 700 euro, i telefono cellulari. Ma i rapinatori non erano soddisfatti: continuavano a cercare la cassaforte, volevano le chiavi. Trovata una tessera bancomat, hanno costretto con la violenza Liliana a rivelare loro il codice.
A questo punto anche Liliana è stata bloccata e legata sul letto. I tre sconosciuti hanno acceso il ferro da stiro e, quando la piastra è stata rovente, hanno cominciato ad appoggiarla sulle carni dei due ostaggi, alternando un’ustione e una domanda, sempre la stessa:” Dov’è la cassaforte”. Una tortura che pareva non aver fine, per Giuseppe e Liliana, che neppure potevano urlare di dolore. Solo dopo un tempo che ai due è parso interminabile, i malfattori se ne sono andati, lasciando le loro vittime immobilizzate a letto. Verso mattina, è stato poi il figlioletto a liberarli: si è svegliato, forse perchè ha sentito dei rumori, è andato in camera dei genitori e li ha visti ancora prigionieri. “E’ stato bravissimo- ci diceva ieri la nonna- non si è spaventato e li ha slegati”. A quel punto, Liliana riesce per prima cosa a chiamare la madre, che abita in un altro paese. Poi viene dato l’allarme al 112. I carabinieri della compagnia di Moncalieri, insieme con i colleghi del reparto operativo, svolgono i primi accertamenti, dando nel frattempo il via alle indagini. La speranza degli investigatori è che i tre balordi commettano l’errore di utilizzare uno dei telefoni rubati, consentendo così di localizzarli.
I due coniugi sono stati poi portati all’ospedale di Moncalieri per le cure del caso: le loro ustioni non sono gravi, guariranno in pochi giorni. Le immagini di questo incubo durato una notte intera, invece, li tormenteranno ancora a lungo.
Ma che ce ne importa? Noi siamo rivoluzionari, mica sbirri del sistema...




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