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    Thumbs down che SCHIFO il comunismo !!!

    CONCORRENZA E COMPETITIVITA' :

    Una nuova litania viene cantata in ogni
    luogo, dalle riunioni di Confindustria agli
    incontri sindacali e politici, “l’economia
    italiana per uscire dalla crisi ha bisogno di
    diventare più competitiva, più agguerrita
    nella concorrenza internazionale”. Come
    un timbro postale “concorrenza e competitività”,
    più mancano argomenti, più servono
    slogan che diventano luoghi comuni.
    Ma perché Montezemolo, presidente di
    Confindustria ne è diventato il più agguerrito
    ripetitore e non perde occasione per
    insistere nella litania? Perché la concorrenza
    si è fatta oggettivamente più agguerrita
    nel mercato mondiale. Basterebbe
    chiedersi il perché e cercare qualche risposta
    per uscire dalle frasi fatte.
    Prendiamo ad esempio le scarpe cinesi,
    le esportazioni sono aumentate del 700%,
    i nostri produttori di calzature sono nei
    guai. Metà, per sparare una cifra, degli
    abitanti di questo mondo vanno a piedi
    nudi. Non hanno scarpe. Le scarpe prodotte
    in Cina rubano spazio a quelle prodotte
    in Italia ma ciò e comprensibile alla
    sola condizione che il numero di scarpe
    “utilizzabili” in un dato periodo sia un
    numero determinato. Ma questo numero
    non può dipendere dal numero assoluto di
    piedi che si devono calzare, qualche miliardo
    di uomini avrebbe subito bisogno
    di un paio di scarpe. Il fatto che ci sia una
    sovrapproduzione di scarpe che fa dannare
    i produttori concorrenti deve dipendere
    da qualcosa d’altro. Su questo bisogna indagare.
    Se si producessero scarpe per soddisfare
    il bisogno di vestirsi l’aumento
    della produzione di scarpe introdotta dai
    cinesi dovrebbe migliorare il tenore di vita
    di interi popoli, se invece si producono
    scarpe come involucro materiale per fare
    profitti la cosa si complica immediatamente,
    perché bisogna produrre scarpe che trovino
    un mercato che le paghi ad un prezzo
    sufficiente non solo per coprire i costi ma
    anche per garantire un profitto E nemmeno
    un profitto qualsivoglia, ma un determinato
    saggio di profitto riferito al capitale
    investito. Al padrone in fondo interessa
    solo questo.
    Ora fra produzione e mercato può determinarsi
    un contrasto per cui le merci
    sono eccedenti rispetto alla possibilità del
    mercato di assorbirle tutte ai prezzi necessari
    ad un buon livello di accumulazione
    del capitale. Il risultato: merci invendute,
    capitale industriale inattivo, crisi di sovrapproduzione.
    La concorrenza fra capitali si
    fa agguerrita, i più deboli vengono fatti
    fuori e siamo solo all’inizio.
    Montezemolo invoca la squadra per
    concorrere, per essere più competitivi.
    Chiama a raccolta tutto il sistema Italia,
    per salvaguardare i profitti del capitale
    industriale messo in pericolo dalla concorrenza
    straniera sul mercato interno e
    su quello internazionale. A questo punto
    entrano in gioco gli apprendisti stregoni,
    e giù ricette per rendere più competitiva
    l’industria italiana. I più legati al mercato
    interno e meno esposti sui mercati internazionali
    hanno una ricetta semplice, se c’è
    uno Stato ci sono dei confini e con i confini
    c’è il protezionismo, nelle diverse forme
    che si può esercitare. Questa soluzione ha
    una controindicazione, il protezionismo
    possono usarlo anche gli altri paesi, e allora
    autarchia, guerra commerciale e perché
    no guerra militare per conquistare i mercati
    stranieri. Non è detto che alla disperata
    siano in tanti fra i padroni ad imboccare
    questa strada. Poi ci sono gli illusi di una
    possibile divisione internazionale del lavoro
    dove in alcuni paesi si produce la massa
    di merce per il consumo popolare mentre
    in altri si produce tecnologia così l’industria
    italiana dovrebbe ritagliarsi un segmento di mercato proprio.
    Ma anche qui hanno
    fatto male i calcoli, è proprio in campo tecnologico
    che c’è la concorrenza più agguerrita
    fra i capitalisti più forti e la Cina stessa
    sta facendo passi da gigante in tutti i campi
    della produzione industriale. C’è chi aggiunge
    il problema della formazione, l’inventiva
    italiana da valorizzare. Un vecchio
    stereotipo di un paese di poeti ed inventori
    nell’epoca di una crisi che non è della mancanza
    di nuove idee ma dell’impossibilità
    di trovare un mercato pagante di quelle esigenze.
    Mentre cercano soluzioni fantasiose per
    essere competitivi si fa strada una realtà che
    nasce dai presupposti stessi del meccanismo
    economico fondato sullo sfruttamento
    e sul profitto. Se occorre competere con altri
    padroni il primo problema sono i prezzi
    delle merci e il profitto che devono contenere.
    I padroni fanno presto: i prezzi delle
    merci dipendono dai costi e fra i costi ci
    sono i salari operai, poi ci sono i livelli di
    produttività con un macchinario che deve
    succhiare il più possibile lavoro dagli operai,
    lavoro non pagato che produce il profitto.
    La competitività passa anche per gli orari
    di lavoro che devono adeguarsi il più possibile
    all’andamento delle richieste di mercato,
    poi ancora ci vuole una classe operaia
    il più possibile variabile disposta in ogni
    momento o a mettersi da parte o ad intervenire
    prontamente dove la produzione lo
    richieda. Quando chiedono alle parti sociali
    di fare squadra per la competitività questo
    intendono.
    Non basta, Montezemolo, a nome di tutti
    i padroni chiede al governo di poter utilizzare
    le finanze dello Stato per sostenere direttamente
    il capitale industriale. Le altre
    classi che si dividono il bottino delle tasse
    statali si sono tutte irrigidite e hanno chiesto
    in sostanza un contributo ai loro affari
    pari a quello chiesto dagli industriali, il governo
    dovrà decidere nei prossimi mesi.
    Nessuna delle classi superiori vuole rimetterci.
    Artigiani e commercianti, operatori finanziari
    sono sul piede di guerra, anche loro
    vogliono avere guadagni competitivi.
    Come sempre, per la collocazione di classe
    legata agli interessi industriali, una buona
    parte del sindacato e delle forze politiche
    di cui Prodi è il leader, danno invece la
    loro disponibilità a collaborare con Montezemolo
    per far uscire il paese dal declino,
    modo mistificato di dire, per rilanciare i profitti
    industriali su larga scala.
    Il centro sinistra
    si è messo di puntiglio a discutere come
    rendere più competitiva l’industria italiana,
    alla fine seguiranno i padroni che troveranno
    la soluzione a loro modo. Volete rendere
    più competitiva l’industria italiana?
    Accettate salari inferiori alla concorrenza,
    accettati orari più lunghi, comprate
    italiano anche se più caro. Se nemmeno
    questo li risolleverà dalla crisi di sovrapproduzione
    che è mondiale chiederanno
    altri sacrifici fino alla guerra come mezzo
    per svalorizzare merci e capitali distruggendoli
    e ricominciare su queste macerie un
    nuovo ciclo di accumulazione.
    La crisi che sta attraversando l’industria
    in Italia non cade dal cielo, non è frutto di
    cattiva gestione dei capitali, è il prodotto
    più genuino della corsa al profitto fatto dai
    nostri padroni, ed ora dovremmo dare loro
    un contributo a diventare più competitivi?
    Solo dei servi nati possono trovare soddisfazione
    nel rafforzare il bastone che si è
    rovinato perché troppo è stato usato per bastonarli.
    Noi non vogliamo competere, gli operai
    non hanno interesse a competere. A mille
    euro al mese siamo in competizione con i
    prezzi dei generi di prima necessità per arrivare
    a fine mese, siamo in competizione
    con la gerarchia di fabbrica per risparmiare
    forze e portare la pelle a casa.
    “Finirete per morire di fame” ci dicono, le
    fabbriche chiudono se non vinciamo la concorrenza.
    Ma noi sappiamo che lo stesso discorso
    lo fanno ad altri operai di altri paesi
    concorrenti, e dovremmo scannarci fra noi?
    Le fabbriche chiudono perché il padrone
    ha trovato il sistema di fare profitti con altre
    fabbriche, con altro macchinario, con
    meno operai. Il capitalismo ci ha stancato e
    proviamo ad imparare dai padroni, il profitto
    non si tocca? Il salario nemmeno, è il
    prezzo della forza lavoro e voi volete comprarla
    sotto costo. Il tempo di lavoro appartiene
    a noi e la settimana lavorativa va limitata
    rigidamente, e così su ogni questione.
    E’ tempo che gli operai pensino a difendere
    i loro interessi collettivi, il cavallo è
    stanco di correre per gli altri in cambio di
    biada scadente e bastonate.


    made in : - CCCP -


    W IL LIBERISMO !!!!!!


  2. #2
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    Predefinito Re: che SCHIFO il comunismo !!!

    In origine postato da nitti63
    CONCORRENZA E COMPETITIVITA' :

    Una nuova litania viene cantata in ogni
    luogo, dalle riunioni di Confindustria agli
    incontri sindacali e politici, “l’economia
    italiana per uscire dalla crisi ha bisogno di
    diventare più competitiva, più agguerrita
    nella concorrenza internazionale”. Come
    un timbro postale “concorrenza e competitività”,
    più mancano argomenti, più servono
    slogan che diventano luoghi comuni.
    Ma perché Montezemolo, presidente di
    Confindustria ne è diventato il più agguerrito
    ripetitore e non perde occasione per
    insistere nella litania? Perché la concorrenza
    si è fatta oggettivamente più agguerrita
    nel mercato mondiale. Basterebbe
    chiedersi il perché e cercare qualche risposta
    per uscire dalle frasi fatte.
    Prendiamo ad esempio le scarpe cinesi,
    le esportazioni sono aumentate del 700%,
    i nostri produttori di calzature sono nei
    guai. Metà, per sparare una cifra, degli
    abitanti di questo mondo vanno a piedi
    nudi. Non hanno scarpe. Le scarpe prodotte
    in Cina rubano spazio a quelle prodotte
    in Italia ma ciò e comprensibile alla
    sola condizione che il numero di scarpe
    “utilizzabili” in un dato periodo sia un
    numero determinato. Ma questo numero
    non può dipendere dal numero assoluto di
    piedi che si devono calzare, qualche miliardo
    di uomini avrebbe subito bisogno
    di un paio di scarpe. Il fatto che ci sia una
    sovrapproduzione di scarpe che fa dannare
    i produttori concorrenti deve dipendere
    da qualcosa d’altro. Su questo bisogna indagare.
    Se si producessero scarpe per soddisfare
    il bisogno di vestirsi l’aumento
    della produzione di scarpe introdotta dai
    cinesi dovrebbe migliorare il tenore di vita
    di interi popoli, se invece si producono
    scarpe come involucro materiale per fare
    profitti la cosa si complica immediatamente,
    perché bisogna produrre scarpe che trovino
    un mercato che le paghi ad un prezzo
    sufficiente non solo per coprire i costi ma
    anche per garantire un profitto E nemmeno
    un profitto qualsivoglia, ma un determinato
    saggio di profitto riferito al capitale
    investito. Al padrone in fondo interessa
    solo questo.
    Ora fra produzione e mercato può determinarsi
    un contrasto per cui le merci
    sono eccedenti rispetto alla possibilità del
    mercato di assorbirle tutte ai prezzi necessari
    ad un buon livello di accumulazione
    del capitale. Il risultato: merci invendute,
    capitale industriale inattivo, crisi di sovrapproduzione.
    La concorrenza fra capitali si
    fa agguerrita, i più deboli vengono fatti
    fuori e siamo solo all’inizio.
    Montezemolo invoca la squadra per
    concorrere, per essere più competitivi.
    Chiama a raccolta tutto il sistema Italia,
    per salvaguardare i profitti del capitale
    industriale messo in pericolo dalla concorrenza
    straniera sul mercato interno e
    su quello internazionale. A questo punto
    entrano in gioco gli apprendisti stregoni,
    e giù ricette per rendere più competitiva
    l’industria italiana. I più legati al mercato
    interno e meno esposti sui mercati internazionali
    hanno una ricetta semplice, se c’è
    uno Stato ci sono dei confini e con i confini
    c’è il protezionismo, nelle diverse forme
    che si può esercitare. Questa soluzione ha
    una controindicazione, il protezionismo
    possono usarlo anche gli altri paesi, e allora
    autarchia, guerra commerciale e perché
    no guerra militare per conquistare i mercati
    stranieri. Non è detto che alla disperata
    siano in tanti fra i padroni ad imboccare
    questa strada. Poi ci sono gli illusi di una
    possibile divisione internazionale del lavoro
    dove in alcuni paesi si produce la massa
    di merce per il consumo popolare mentre
    in altri si produce tecnologia così l’industria
    italiana dovrebbe ritagliarsi un segmento di mercato proprio.
    Ma anche qui hanno
    fatto male i calcoli, è proprio in campo tecnologico
    che c’è la concorrenza più agguerrita
    fra i capitalisti più forti e la Cina stessa
    sta facendo passi da gigante in tutti i campi
    della produzione industriale. C’è chi aggiunge
    il problema della formazione, l’inventiva
    italiana da valorizzare. Un vecchio
    stereotipo di un paese di poeti ed inventori
    nell’epoca di una crisi che non è della mancanza
    di nuove idee ma dell’impossibilità
    di trovare un mercato pagante di quelle esigenze.
    Mentre cercano soluzioni fantasiose per
    essere competitivi si fa strada una realtà che
    nasce dai presupposti stessi del meccanismo
    economico fondato sullo sfruttamento
    e sul profitto. Se occorre competere con altri
    padroni il primo problema sono i prezzi
    delle merci e il profitto che devono contenere.
    I padroni fanno presto: i prezzi delle
    merci dipendono dai costi e fra i costi ci
    sono i salari operai, poi ci sono i livelli di
    produttività con un macchinario che deve
    succhiare il più possibile lavoro dagli operai,
    lavoro non pagato che produce il profitto.
    La competitività passa anche per gli orari
    di lavoro che devono adeguarsi il più possibile
    all’andamento delle richieste di mercato,
    poi ancora ci vuole una classe operaia
    il più possibile variabile disposta in ogni
    momento o a mettersi da parte o ad intervenire
    prontamente dove la produzione lo
    richieda. Quando chiedono alle parti sociali
    di fare squadra per la competitività questo
    intendono.
    Non basta, Montezemolo, a nome di tutti
    i padroni chiede al governo di poter utilizzare
    le finanze dello Stato per sostenere direttamente
    il capitale industriale. Le altre
    classi che si dividono il bottino delle tasse
    statali si sono tutte irrigidite e hanno chiesto
    in sostanza un contributo ai loro affari
    pari a quello chiesto dagli industriali, il governo
    dovrà decidere nei prossimi mesi.
    Nessuna delle classi superiori vuole rimetterci.
    Artigiani e commercianti, operatori finanziari
    sono sul piede di guerra, anche loro
    vogliono avere guadagni competitivi.
    Come sempre, per la collocazione di classe
    legata agli interessi industriali, una buona
    parte del sindacato e delle forze politiche
    di cui Prodi è il leader, danno invece la
    loro disponibilità a collaborare con Montezemolo
    per far uscire il paese dal declino,
    modo mistificato di dire, per rilanciare i profitti
    industriali su larga scala.
    Il centro sinistra
    si è messo di puntiglio a discutere come
    rendere più competitiva l’industria italiana,
    alla fine seguiranno i padroni che troveranno
    la soluzione a loro modo. Volete rendere
    più competitiva l’industria italiana?
    Accettate salari inferiori alla concorrenza,
    accettati orari più lunghi, comprate
    italiano anche se più caro. Se nemmeno
    questo li risolleverà dalla crisi di sovrapproduzione
    che è mondiale chiederanno
    altri sacrifici fino alla guerra come mezzo
    per svalorizzare merci e capitali distruggendoli
    e ricominciare su queste macerie un
    nuovo ciclo di accumulazione.
    La crisi che sta attraversando l’industria
    in Italia non cade dal cielo, non è frutto di
    cattiva gestione dei capitali, è il prodotto
    più genuino della corsa al profitto fatto dai
    nostri padroni, ed ora dovremmo dare loro
    un contributo a diventare più competitivi?
    Solo dei servi nati possono trovare soddisfazione
    nel rafforzare il bastone che si è
    rovinato perché troppo è stato usato per bastonarli.
    Noi non vogliamo competere, gli operai
    non hanno interesse a competere. A mille
    euro al mese siamo in competizione con i
    prezzi dei generi di prima necessità per arrivare
    a fine mese, siamo in competizione
    con la gerarchia di fabbrica per risparmiare
    forze e portare la pelle a casa.
    “Finirete per morire di fame” ci dicono, le
    fabbriche chiudono se non vinciamo la concorrenza.
    Ma noi sappiamo che lo stesso discorso
    lo fanno ad altri operai di altri paesi
    concorrenti, e dovremmo scannarci fra noi?
    Le fabbriche chiudono perché il padrone
    ha trovato il sistema di fare profitti con altre
    fabbriche, con altro macchinario, con
    meno operai. Il capitalismo ci ha stancato e
    proviamo ad imparare dai padroni, il profitto
    non si tocca? Il salario nemmeno, è il
    prezzo della forza lavoro e voi volete comprarla
    sotto costo. Il tempo di lavoro appartiene
    a noi e la settimana lavorativa va limitata
    rigidamente, e così su ogni questione.
    E’ tempo che gli operai pensino a difendere
    i loro interessi collettivi, il cavallo è
    stanco di correre per gli altri in cambio di
    biada scadente e bastonate.


    made in : - CCCP -


    W IL LIBERISMO !!!!!!

    CHE SCHIFO IL COMUNISMO! L'ALTERNATIVA AD ESSO NON E' IL LIBERISMO MA L'ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO! W ALEMANNO! W LA DESTRA SOCIALE!

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    Predefinito e...........

    ..........non hai tutti i torti....anzi......anzi....anzi!

 

 

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