| Mercoledì 7 Settembre 2005 - 143 | Giovanni Lanza |
In questi ultimi mesi numerosi esperti di geopolitica di vari Paesi dell’Occidente, soprattutto europei ed italiani, hanno cercato di delineare una soluzione alla crisi in Kosovo.
La popolazione serba di questa regione meridionale della Serbia – dove si sono ormai rifugiati 200 mila profughi - vive ancora oggi sotto il terrore albanese: basti pensare all’uccisione, avvenuta a fine agosto, di due giovani serbi nella provincia di Pristina. L’ennesimo episodio che ha scatenato le giuste ire di Belgrado. Sei anni dopo l’aggressione militare Nato del 1999, che ha procurato alla Serbia, e non solo, (anche all’Italia: si pensi al Cermis o l’inquinamento dell’Adriatico utilizzato come discarica di bombe all’uranio impoverito) problemi economici assai evidenti, la situazione è però ancora in alto mare.
Per l’occidentale International Crisis Group, l’umiliante soluzione progettata è quella di predare la provincia storica serba strappandola alla sua patria e far diventare il Kosovo un mini-Stato indipendente da regalare agli albanesi.
Belgrado propone al contrario e quantomeno – ma sia il partito radicale nazionalista di maggioranza relativa e sia la comunità serba del Kosovo non accettano questa rapina - la creazione di una zona serba dotata di autonomia in una regione autonoma: la ricetta della ‘cantonizzazione’.
In Italia, Paese nel ‘99 schieratosi con Washington, sotto la guida di D’Alema, con i suoi bombardieri e le sue basi militari contro la Serbia europea per ordine degli atlantici, c’è chi discetta su nuovi confini.
Roberto Morozzo della Rocca, ordinario dell’Università di Roma Tre consiglia di dividere il Kosovo in un Nord serbo (da Mitrovica in su) per avere poi il consenso di Belgrado per l’indipendenza della restante parte della regione.
Giuliano Amato ritiene che portare entro il 2014 la regione albanesizzata all’interno dei confini “europei” sia l’unica prospettiva politica reale.
Storicamente il Kosovo fu il cuore del Regno serbo fino alla sconfitta di Kosovo Polje del 28 giugno del 1389 per mano dell’impero ottomano, che sancì la fine dell’egemonia serba nella regione. Da tale sconfitta ne scaturì una grandissima emigrazione verso Nord per tutti quei serbi che non accettarono di convertirsi all’Islam. Una volta riacquisita l’indipendenza nel XIX secolo la Serbia si ritagliò il suo spazio più a Nord rispetto a quello originale mentre le province del Kosovo continuarono ad essere occupate dai turchi fino alla prima guerra mondiale. Non è mai esistita un’indipendenza del Kosovo: per questo, un atto del genere creerebbe un precedente non poco pericoloso. Pericoloso per la geopolitica e la storia dei Balcani, fatta di forti commistioni etniche e continue rivendicazioni territoriali. Un “Vaso di Pandora”, come lo chiama lo storico greco Prevalikis, che oggi sembra essersi chiuso di nuovo dopo aspri conflitti. Ma anche se molti Paesi balcanici ritengono di aver rinunciato ad una revisione dei confini geografici, questo non può essere di certo un fattore di stabilità permanente nella regione.
Che cosa accadrebbe se il Kosovo diventasse indipendente? Si creerebbe uno Stato costituito da un 99% di albanesi (perché anche i pochi serbi rimasti sceglierebbe ro l’esilio) a fianco di uno Stato albanese. Quanto tempo occorrerà per un’unione tra i due? I problemi che ne potrebbero nascere sono evidenti. Tutte le minoranze dei Balcani troverebbero un precedente storico ‘contemporaneo’ nella regione, che li porterebbe a sostenere con ancora più forza le proprie rivendicazioni. Ma per quelle comunità più forti e numerose, con dei contatti con i Paesi confinanti, sarebbe un precedente che li potrebbe incoraggiare a cercare la stessa indipendenza o annessione, dati i risultati positivi ottenuti, con la rapina e l’aggressione terroristica, dagli albanesi. Di minoranze in fermento ce ne sono oggi stesso, e non sempre sono pubblicizzate a gran voce dai media europei. Ogni Stato balcanico ha avuto dei problemi con gli Stati vicini riguardanti la presenza di minoranze e/o zone ‘redente’ all’interno del proprio territorio. A volte esse stesse sono servite ai governi per distogliere l’attenzione da diversi problemi, ma questi popoli hanno a cuore il destino dei propri connazionali all’estero.
Budapest ritiene di avere più di tre milioni di connazionali nei Paesi confinanti e non a tutte queste minoranze vengono garantiti i loro diritti.
In Romania sono presenti 17 nazionalità ed anche quella dei Secleri, etnia discendente dagli unni, che conta alcune migliaia di persone, vuole vedere il proprio status di minoranza riconosciuto.
La Slovenia e la Croazia discutono ancora oggi sui confini marittimi delle terre strappate all’Italia con la seconda guerra mondiale e forzando all’esodo 350 mila nostri connazionali.
La Macedonia poi, ha creato addirittura un neologismo nella Lingua italiana. Il termine ‘macedonia’, utilizzato per la prima volta agli inizi del secolo scorso, che indica vari tipi di frutta in un piatto, deriva proprio da questa regione divisa da numerose etnie. L’intero territorio per molti secoli è stato rivendicato oltre che dalla Serbia, anche dalla Bulgaria data la somiglianza etno-linguistica. La più grande delle minoranze macedoni, quella albanese, diventata tale per la notevole crescita demografica di quel popolo negli ultimi decenni, sta già rivendicando con la violenza e il terrorismo la propria unione con i fratelli di oltre confine.
Senza contare le implosioni nelle stesse etnie: si pensi al Montenegro, a maggioranza serba, che è di questi tempi teatro di attività separatiste verso Belgrado. Un’indipendenza, quella montenegrina, che porterebbe alla separazione tra la Serbia e una propria regione di sbocco al mare.
Nella triste storia dei Balcani vi è stato un denominatore comune, il terrore. E’ con la violenza – e con l’appoggio degli atlantici - che l’UCK, il gruppo terroristico albanese del Kosovo, ha ottenuto i maggiori risultati. Provocando Belgrado fino ad intervenire militarmente nella sua regione meridionale per porre fine agli attentati contro la minoranza serba, gli albanesi hanno potuto godere poi della solidarietà del mondo occidentale che si è prestata alla demonizzazione di una nazione europea, con le invenzioni di stragi e genocidii che soltanto oggi, più di un quinquennio dopo, si rimuovono e vengono correttamente attribuiti alle bande dell’Uck fin qui appoggiate dall’Occidente.
Con la tecnica della polverizzazione degli Stati nazionali, gli angloamericani, in forza del proprio interesse al divide et impera, hanno reso quelle nazioni ancora più povere ed ancora più facili prede della globalizzazione della miseria.




3 | Giovanni Lanza |
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