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SUDAMERICA SOFFERENTE
«Schiavi» spaccapietre
nel Brasile del Duemila
Viaggio nelle cave dello Stato di Bahia: si usa la dinamite senza alcuna protezione e i blocchi si squadrano, uno a uno, con lo scalpello
Da Santa Luz (Bahia) Gherardo Milanesi
«Gli schiavi forse vivevano meglio di noi, perché erano una proprietà. Lavoravano e producevano, mentre il padrone garantiva loro gli alimenti, e le medicine quando si ammalavano. Noi non abbiamo le catene, ma spesso lavoriamo per meno di 10 reais al giorno (2,6 euro), che bastano appena per sfamarci. Pochi possono permettersi di comprare guanti o occhiali protettivi; quando perdiamo la vista o una mano non ci viene data nemmeno la pensione di invalidità».
José Nunes, ex presidente del Sindacato dei lavoratori della pietra di Santa Luz, padre di cinque figli, ci guarda con gli occhi iniettati di sangue: «Su queste pietraie io ci sono nato, ho cominciato a 12 anni e di schegge dagli occhi me ne avranno tolte almeno 20. Gli occhiali non sono mai riuscito a comprarmeli». La storia di José Nunes, Zé come lo chiamano gli amici, è migliore di quella di centinaia di miseri spaccapietre che sopravvivono nella regione di Santa Luz, nelle zone aride di Bahia, senza nemmeno immaginare come possa essere la vicina città di Salvador. Zé, dopo aver imparato a leggere e a scrivere, ha trascorso qualche tempo lontano dal riverbero delle pietraie, nell'ufficio sgangherato del sindacato. Ma almeno duemila famiglie, a volte anche ragazzini, sopravvivono nell'inferno della cav pur di garantirsi un piatto di minestra con riso e fagioli due volte il giorno. Per guadagnare 80 reais (circa 26 euro), devono infatti trasformare grandi blocchi di roccia biancastra in mille parallelepipedi perfetti, di due chili ciascuno. Ma, prima di modellare le pietre a colpi di scalpello, devono strappare i blocchi dalla roccia con la polvere da sparo.
Nella Serra do Lajedo, a 30 chilometri da Santa Luz, veniamo accolti dal tipico botto sordo della dinamite che esplode nelle cave di marmo. Ma qui il rumore è meno intenso, meno assordante. I quebra-pedras, come vengono chiamati nella regione, fanno dei grossi buchi nella roccia, vi iniettano della polvere da sparo che ricavano da cartucce per fucili da cacc ia e fanno esplodere la roccia in modo affrettato e rudimentale.
È così pericoloso che, Flavinho Felix, un ragazzino di 18 anni, ha appena perso tre dita della mano sinistra: «È stato un attimo, la polvere è esplosa subito e le schegge mi hanno tranciato le dita. Ma poteva andare peggio - aggiunge seduto mentre osserva suo fratello maggiore lavorare con lo scalpello -, sarei potuto diventare cieco».
Anche in questo girone dantesco brasiliano, dove l'ottimismo è l'unico rimedio per resistere, gli sfruttati sfruttano il prossimo spinti dall'istinto di sopravvivenza. I parallelepipedi prodotti dagli spaccapietre vengono comprati da intermediari senza scrupoli solo in partite minime di 500 unità. Ritirano la merce e spesso pagano con buoni-acquisto validi solo nei supermercati di Santa Luz. «Hanno sempre il coltello dalla parte del manico, perché l'offerta supera la domanda - ci assicura la signora Maria Ines, che spacca pietre da 26 anni sempre nella stessa regione -. Una volta mio marito ha rifiutato i buoni-acquisto: ci hanno pagato con due mesi di ritardo». Addirittura, con i poveri spaccapietre, c'è chi specula sui buoni-acquisto. «Sono i camionisti al servizio dei compratori - spiega la signora Maria Ines -, ci offrono di acquistare i buoni in contanti in cambio di un'ignobile percentuale».
Per migliaia di famiglie, però, trasformare roccia in parallelepipedi è l'unico modo di sopravvivere. L'unica alternativa, non sempre più redditizia, è la cultura del sisal, il cactus dal quale viene estratta la fibra vegetale per realizzare ogni tipo di cordame. Persino il sindaco di Santa Luz, Joélcio Martins, ne è consapevole: «Abbiamo dovuto mettere a disposizione trasporti gratuiti per permettere ai lavoratori della pietra di raggiungere le pietraie. Se dovessero pagare anche l'autobus - assicura -, la loro sopravvivenza sarebbe ancora più precaria». Visitando la piazza Major Benicio Viana, il punto di incontro della cittadina, si capisce quale impiego ancora oggi possano avere i parallelepipedi di pietra tagliati a mano.
La chiesa con il suo alto campanile è interamente costruita con i blocchi delle pietraie, così come la sede del sindacato, i tavolini dell'elegante ristorante churrascaria e le strade principali che - al posto dell'asfalto - sono così lastricate. «Solo quando si avvicinano le elezioni la domanda comincia a superare l'offerta - spiega Valmir da Santos, che sull'argomento ha scritto la sua tesi di laurea presso l'Università di Feira di Santana -. I sindaci e i consiglieri comunali, per garantirsi la rielezione, cominciano a realizzare infrastrutture, e il modo più economico è quello di utilizzare le pietre al posto del cemento o dell'asfalto (ma solo in questo modo gli spaccapietre guadagnano di più)». Ma, una volta passate le elezioni, l'arido sertão brasiliano che si estende nelle regioni nord-orientali del Paese continua a essere l'inferno di sempre. Dove, se non si fa comodo al cinico meccanismo della politica, mangiare cactus tritati può diventare l'unico sistema per ingannare la fame.
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Brasile. Il caso dei meninos de rua
Colla e violenza
Sulla strada storditi dalle droghe, uccisi dalla polizia
In Perù li chiamano pàjaros fruteros, i merli; in Zaire moineux, i passerotti; in Brasile meninos de rua. Sono i bambini delle strade del Terzo e del Quarto mondo. Fanno i venditori ambulanti nei mercati, nelle stazioni, davanti ai cinema e ai centri commerciali, tra le automobili imbottigliate nel traffico. Lustrano le scarpe dei turisti, portano i bagagli, rovistano tra i rifiuti per raccogliere materiale da riciclare.
Qualcuno ha una casa e tanti fratelli che ogni sera consegnano ai genitori il guadagno del lavoro quotidiano. Perché, seppur misero, anche il contributo dei piccoli è indispensabile alla sussistenza. Vivono nei bassifondi poveri e degradati, dove le scuole cadono a pezzi e non ci sono posti per giocare.
Molti, invece, non hanno una casa, né una famiglia. Fuggiti da genitori violenti, oppure abbandonati dopo i primi anni di vita, perdono la loro identità, diventano schiavi di padroni senza scrupoli, o pedine in mano alla criminalità organizzata che li costringe a rubare, prostituirsi, spacciare droga.
Solo in Brasile, ci sono quasi cinque milioni di bambini lavoratori. Una metà vive nelle aree rurali e taglia la canna da zucchero, tratta pesticidi, scava nelle miniere. Occupazioni faticose e pericolose, che causano continuamente incidenti e malattie. L'altra metà cresce nelle strade. Alcuni scavano tra i rifiuti e prendono le malattie della pelle, ulcerazioni e scabbia, oppure si feriscono con il vetro e il ferro arrugginito e muoiono di tetano. Spesso mangiano i resti del cibo avariato, e si avvelenano. Molti rubano, spacciano, si prostituiscono, annusano le droghe di colla che stordiscono e attenuano i morsi della fame, infine rischiano di essere uccisi dalla malavita, dagli altri giovani o dalla polizia.
Fino a qualche anno fa, la polizia si avventava su di loro come su branchi di cani randagi, per arrestarli e rinchiuderli. Nel 1996 a Rio de Janeiro, in seguito al massacro di sei meninos, un ufficiale di polizia, reo confesso dell'assassinio dei ragazzini, fu processato e condannato. Per la prima volta veniva punito un reato tanto orribile, ma i maltrattamenti e le violenze erano all'ordine del giorno. Un rapporto del tribunale dei minori ha calcolato che, fino alla metà dei Novanta, venivano uccisi quotidianamente, anche dalle armi della polizia, da uno a tre minori. Le "spedizioni punitive" erano commissionate dai commercianti, o dalla gente infastidita dai piccoli mendicanti, ladri o annusatori di colla.
Solo sul finire degli anni Ottanta, in tutto il Brasile un vasto movimento di opinione pubblica cominciò a sostenere le iniziative dei sindacati e delle associazioni non governative a favore dell'infanzia. L'orrore degli abusi e delle violenze sui piccoli abitanti della strada cominciò a fare il giro del mondo, finalmente diffuso dai giornali e televisioni, anche grazie al ritorno della democrazia dopo decenni di dittatura.
Nel 1990 fu approvato uno Statuto per i bambini e gli adolescenti che, fra l'altro, fissa a 14 anni l'età minima per l'accesso al lavoro e prevede che i bambini costretti a lavorare siano adibiti ad occupazioni "educative". Il riconoscimento di diritti dei minori, fino a quel momento calpestati, ha determinato la riduzione del numero e della ferocia delle retate, che oggi sono duramente contestate da gran parte della società civile.
Lo Statuto affida compiti di grande responsabilità alle municipalità che, insieme ai sindacati, alle associazioni umanitarie e agli stessi bambini, studiano e avviano piani di recupero basati soprattutto sull'istruzione. I dieci articoli del testo legislativo hanno segnato un'inversione di tendenza e sono considerati un varco di speranza per i bambini brasiliani.
Governo e parti sociali discutono su due linee di azione. C'è chi ritiene che si debba proibire il lavoro minorile e chi pensa che bisogna, innanzitutto, cercare di limitare lo sfruttamento e migliorare le condizioni igieniche, sanitarie e alimentari dei piccoli, che saranno, tuttavia, costretti a lavorare finché le condizioni economiche della loro famiglia non miglioreranno. E' un dibattito acceso che provoca duri scontri nelle istituzioni e nell'opinione pubblica brasiliana. Il grave problema dello sfruttamento e della miseria infantile, infatti, è ancora tutto da risolvere. Mentre la disparità di reddito nella popolazione continua a crescere, e milioni di piccoli continuano a smarrire la loro infanzia sulle strade
NOI ABBIAMO UN ARMA DA UTILIZZARE.......E':
L' ADOZIONE A DISTANZA....informatevi presso le vostre Diocesi e Parrocchie oppure presso Istituti Missionari.......




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