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    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Arrow Il compito arduo di Pietro e dei suoi Successori




    "....Ed ora, in questo momento, io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? Voi tutti, cari amici, avete appena invocato l'intera schiera dei santi, rappresentata da alcuni dei grandi nomi della storia di Dio con gli uomini.

    In tal modo, anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo. La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta.

    E la Vostra preghiera, cari amici, la Vostra indulgenza, il Vostro amore, la Vostra fede e la Vostra speranza mi accompagnano. Infatti alla comunità dei santi non appartengono solo le grandi figure che ci hanno preceduto e di cui conosciamo i nomi".

    (...)

    " Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicchè sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia. Invece di esporre un programma io vorrei semplicemente cercare di commentare i due segni con cui viene rappresentata liturgicamente l'assunzione del Ministero Petrino; entrambi questi segni, del resto, rispecchiano anche esattamente ciò che viene proclamato nelle letture di oggi".

    "Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un'immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo.

    "E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita - questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica magari in modo anche doloroso e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia. In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più concreto: la lana d'agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita.

    La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un'immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L'umanità noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l'umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore. Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l'un l'altro".

    " Vi è il deserto dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perchè i deserti interiori sono diventati così ampi. "

    (...)

    "Il secondo segno, con cui viene rappresentato nella liturgia odierna l'insediamento nel Ministero Petrino, è la consegna dell'anello del pescatore. La chiamata di Pietro ad essere pastore, che abbiamo udito nel Vangelo, fa seguito alla narrazione di una pesca abbondante: dopo una notte, nella quale avevano gettato le reti senza successo, i discepoli vedono sulla riva il Signore Risorto. Egli comanda loro di tornare a pescare ancora una volta ed ecco che la rete diviene così piena che essi non riescono a tirarla su; 153 grossi pesci: 'E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappo" (Gv 21, 11).

    Questo racconto, al termine del cammino terreno di Gesù con i suoi discepoli, corrisponde ad un racconto dell'inizio: anche allora i discepoli non avevano pescato nulla durante tutta la notte; anche allora Gesù aveva invitato Simone ad andare al largo ancora una volta. E Simone, che ancora non era chiamato Pietro, diede la mirabile risposta: Maestro, sulla tua parola getterò le reti! Ed ecco il conferimento della missione: 'Non temere! D'ora in poi sarai pescatore di uominì (Lc 5, 1 11)".

    "Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita.

    È proprio così nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio.

    Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perchè in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo".

    ( Benedetto XVI: Omelia 24 aprile 2005 )
    Fraternamente Caterina
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  2. #2
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Cari Fratelli e Sorelle nel Signore!

    Rendo grazie a Dio che, all’inizio del mio ministero di Successore di Pietro, mi concede di sostare in preghiera presso il sepolcro dell’apostolo Paolo. E’ questo per me un pellegrinaggio tanto desiderato, un gesto di fede, che compio a nome mio, ma anche a nome della diletta Diocesi di Roma, della quale il Signore mi ha costituito Vescovo e Pastore, e della Chiesa universale affidata alle mie premure pastorali. Un pellegrinaggio, per così dire, alle radici della missione, di quella missione che Cristo risorto affidò a Pietro, agli Apostoli e, in modo singolare, anche a Paolo, spingendolo ad annunciare il Vangelo alle genti, fino a giungere in questa Città, dove, dopo avere a lungo predicato il Regno di Dio (At 28,31), rese con il sangue l’estrema testimonianza al suo Signore, che lo aveva "conquistato" (Fil 3,12) e inviato.

    Prima ancora che la Provvidenza lo conducesse a Roma, l’Apostolo scrisse ai cristiani di questa Città, capitale dell’Impero, la sua Lettera più importante sotto il profilo dottrinale. Ne è stata proclamata poc’anzi la parte iniziale, un denso preambolo in cui l’Apostolo saluta la comunità di Roma presentandosi quale "servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione" (Rm 1,1). E più avanti aggiunge: "Per mezzo di lui [Cristo] abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti" (Rm 1,5).

    Cari amici, come Successore di Pietro, sono qui per ravvivare nella fede questa "grazia dell’apostolato", perché Dio, secondo un’altra espressione dell’Apostolo delle genti, mi ha affidato "la sollecitudine per tutte le Chiese" (2 Cor 11,28). E’ dinanzi ai nostri occhi l’esempio del mio amato e venerato predecessore Giovanni Paolo II, un Papa missionario, la cui attività così intensa, testimoniata da oltre cento viaggi apostolici oltre i confini d’Italia, è davvero inimitabile.

    Che cosa lo spingeva ad un simile dinamismo se non lo stesso amore di Cristo che trasformò l’esistenza di san Paolo (cfr 2 Cor 5,14)? Voglia il Signore alimentare anche in me un simile amore, perché non mi dia pace di fronte alle urgenze dell’annuncio evangelico nel mondo di oggi. La Chiesa è per sua natura missionaria, suo compito primario è l’evangelizzazione. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dedicato all’attività missionaria il Decreto denominato, appunto, "Ad gentes", che ricorda come "gli Apostoli… seguendo l’esempio di Cristo, «predicarono la parola della verità e generarono le Chiese» (S. Aug., Enarr. in Ps. 44,23: PL 36,508)" e che "è compito dei loro successori dare continuità a quest’opera, perché «la parola di Dio corra e sia glorificata» (2 Ts 3,1) e il Regno di Dio sia annunciato e stabilito in tutta la terra" (n. 1).

    ( Benedetto XVI alla Basilica di san Paolo: Sulle orme di Paolo e di Giovanni Paolo II, riscoprire Cristo, la missione, il martirio -aprile 2005 )
    Fraternamente Caterina
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  3. #3
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    Importante omelia di Benedetto XVI per l'insediamento a vescovo di Roma
    Il Pontefice ammonisce:
    la Bibbia va interpretata attraverso la Tradizione

    Il Papa contro aborto e pena di morte
    "La libertà di uccidere è tirannia"

    Il Pontefice, richiamandosi all'impegno del suo predecessore Giovanni Paolo II in difesa della vita, ha quindi ricordato come Wojtyla "davanti a tutti i tentativi, apparentemente benevoli verso l'uomo, di fronte alle errate interpretazioni della libertà, sottolineò in modo inequivocabile l'inviolabilità dell'essere umano, l'inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale".

    Bibbia e tradizione. Altro concetto chiave espresso dal Pontefice nella sua omelia è stato quello dedicato alla Bibbia. Le Scritture, ha ammonito Benedetto XVI, non si possono interpretare solo con gli strumenti della scienza esegetica - come fanno i protestanti - ma va letta alla luce della tradizione del magistero. "Nella Chiesa - ha spiegato il Papa - la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, e il ministero dell'interpretazione autentica, conferito agli apostoli, appartengono l'una all'altro in modo indissolubile". E dunque, laddove la Sacra Scrittura viene "staccata dalla voce vivente" della Chiesa, ecco che essa "cade in preda alle dispute degli esperti".

    "Il Papa non è sovrano assoluto". Benedetto XVI ha poi toccato un altro punto che aveva caratterizzato il dibattito preconclave nelle gerarchie ecclesiastiche. Il Papa, ha affermato, "non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge". Al contrario, ha aggiunto, il suo ministero "è garanzia dell'obbedienza verso Cristo e la sua parola". "Egli - ha proseguito - non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all'obbedienza verso la parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo".

    Dice ancora il Papa:

    " Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo. Così la Cattedra è il simbolo della potestas docendi, quella potestà di insegnamento che è parte essenziale del mandato di legare e di sciogliere conferito dal Signore a Pietro e, dopo di lui, ai Dodici. Nella Chiesa, la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e il ministero dell’interpretazione autentica, conferito agli apostoli, appartengono l’una all’altro in modo indissolubile.

    Dove la Sacra Scrittura viene staccata dalla voce vivente della Chiesa, cade in preda alle dispute degli esperti. Certamente, tutto ciò che essi hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per poter comprendere quel processo vivente con cui è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci una interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci, nell’interpretazione, quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire.

    Per questo occorre un mandato più grande, che non può scaturire dalle sole capacità umane. Per questo occorre la voce della Chiesa viva, di quella Chiesa affidata a Pietro e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi. "

    (Benedetto XVI, Omelia durante la Messa in san Giovanni Laterano, aprile 2005)
    Fraternamente Caterina
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  4. #4
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    DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
    AI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
    DEL CANADA IN VISITA
    "AD LIMINA APOSTOLORUM"

    Venerdì, 17 novembre 1978



    Cari Fratelli in Cristo.

    È ricca fonte di energia pastorale raccoglierci insieme, nel nome di Gesù e nell’unità della sua Chiesa. Per me, personalmente, è gran gioia abbracciarvi come Fratelli nell’Episcopato, partecipi dello stesso Vangelo e pastori, in Canada, di una grande porzione del Popolo di Dio. Le vostre diocesi sono assai importanti per la Chiesa universale, e per me che un insondabile disegno di Dio ha ora posto sulla Sede di Pietro perché io sia il Servo di tutti.

    Nei testi del Concilio Vaticano II si dà anche una genuina nozione di diocesi: “una porzione del Popolo di Dio affidata alla guida di un Vescovo assistito dal suo clero; in modo che, aderendo al suo Pastore e da lui, mediante il Vangelo e l’Eucaristia, trasformata in comunità nello Spirito Santo, costituisca una Chiesa locale in cui sia davvero presente e operante la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica” (Christus Dominus, 11). È mistero dell’amore di Dio questo su cui oggi stiamo riflettendo: il Vescovo come pastore di una Chiesa locale in cui vive l’unità cattolica.

    Questa unità viene causata e assicurata dal Vangelo e dall’Eucaristia; infatti il Concilio ci ricorda: “Tra i principali doveri del Vescovo spicca la predicazione del Vangelo” (Lumen Gentium, 25). Il Vescovo trova la sua identità nell’evangelizzare, nell’essere araldo di quel Vangelo che, secondo San Paolo, è “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1,16). Alla vetta del nostro ministero di evangelizzazione si trova l’Eucaristia, che noi espressamente riconosciamo, insieme al Concilio, “come la fonte e il culmine di tutta l’evangelizzazione” (Presbyterorum Ordinis, 5).

    Dalla Parola di Dio e dalla sua più alta realizzazione nell’Eucaristia noi attingiamo gioia e forza per essere padri, fratelli e amici dei nostri preti, che hanno il compito vitale di collaborare con noi a comunicare il mistero di Cristo. Possa la felicità che il Vangelo fa scaturire nella nostra vita esser contagio per i nostri sacerdoti nel loro ministero e aiutarli a rendersi conto di quanto Cristo abbia bisogno di loro per la sua missione di salvezza. Presso la tomba di Pietro noi domandiamo umilmente anche la grazia di soddisfare alla responsabilità verso il nostro intero gregge con rinnovata fortezza e con sempre più profondo amore.

    http://www.vatican.va/holy_father/jo...canada_it.html
    Fraternamente Caterina
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  5. #5
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    Il Principe degli Apostoli

    di Mons. ANGELO COMASTRI

    Pietro, pescatore di uomini


    La missione di Pietro continua nei suoi Successori, in Vaticano, luogo sacro dove il sepolcro del pescatore-Papa grida ancora l’amore e la fedeltà al Maestro divino.

    Il nome vero di Pietro era Simone. Egli era pescatore ed era originario di Btsaida, un villaggio che si rispecchiava nelle acque limpide del lago di Galilea.

    Andrea, fratello di Simone, un giorno incontrò Gesù e rimase affascinato dal mistero della sua persona. Tornato a casa, Andrea ne parlò con Simone e, con l’entusiasmo delle anime semplici, gli disse: "Abbiamo trovato il Messia!" (Gv 1, 14). Simone si accese subito di curiosità e volle andare a vedere questo straordinario personaggio, di cui tutti già parlavano nel villaggio dei pescatori di Galilea. Quando Gesù incontrò Simone, lo fissò intensamente come se lo aspettasse da tanto tempo: a Simone il cuore cominciò a battere forte. Gesù allora, con autorevolezza disarmante, gli disse: "Tu sei Simone, ma d’ora in poi ti chiamerai Kefàs" (Gv 1, 42), nome che vuol dire "pietra" e che noi traduciamo con "Pietro".

    Simone intanto cominciò a frequentare Gesù, anche se il suo cammino dietro al Maestro non fu facile e non fu lineare: in questo, Pietro è tanto simile a noi!

    Durante la Passione di Gesù, Pietro crollò negando di conoscerlo, come ci ricorda il Vangelo (cfr. Lc 22, 57-58). Ma Pietro pianse sul suo peccato di rinnegamento: e nel pianto nacque come vero discepolo, pronto a dare la vita per il Signore.



    "Tu sei pietra e su questa pietra edificherò la mia Chiesa!"

    Dopo la Risurrezione, Gesù cercò nuovamente Pietro lungo le rive del lago di Galilea, dove era ancora vivo il ricordo dei primi passi, il ricordo della pesca miracolosa, della tempesta sedata con un solo sguardo, della richiesta di camminare sulle acque e della mano tesa di Gesù per soccorrere Pietro in difficoltà.

    Pietro ricordava tutto! Ricordava anche che un giorno, tra lo stupore degli altri Apostoli, Gesù gli aveva detto: "Tu sei pietra e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa!" (Mt 16, 18). Ma, dopo il rinnegamento, le parole di Gesù avevano ancora valore? Forse qualcuno avanzò dei dubbi; ma l’amore di Dio è un amore fedele e, quando il cuore si apre al pentimento, l’amore restituisce tutta la fiducia, cancellando anche il ricordo del peccato.

    Così fece Gesù: si presentò a Pietro e, quasi per sanare le ferite del rinnegamento, gli chiese per tre volte: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?" (Gv 21, 15.16.17). Pietro in quel momento si sentì tanto fragile ma, nello stesso tempo, sentì che le ferite della sua debolezza venivano guarite dalle ferite dell’amore di Gesù Crocifisso e Risorto. Allora esclamò con tutta la sincerità della sua anima: "Signore, tu sai tutto: tu sai che io ti amo!"(Gv 21, 17).

    E Gesù affidò a Pietro la missione di essere Capo degli Apostoli, Capo della Chiesa, pietra sulla quale costruire l’edificio che è la Comunità ecclesiale. E nel silenzio, interrotto ritmicamente dalla sciacquio delle acque del lago, si sentirono le parole decise del Risorto: "Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle" (Gv 21, 15.16.17).

    E Pietro, per pascere nella fede i suoi fratelli, venne fino a Roma; e nell’anno 67 morì martire sul colle Vaticano, durante la feroce persecuzione di Nerone. Sotto l’Altare della Basilica Vaticana è ancora oggi conservata la memoria del suo martirio e della sua sepoltura, circondata dalla venerazione della prima generazione cristiana e di tutte le generazioni successive.

    La missione di Pietro continua nei suoi Successori: il Papa, infatti, vive e opera lì, nello stesso luogo dove il sangue del pescatore-Papa grida l’amore e la fedeltà al Maestro incontrato lungo le rive del lago di Galilea.

    E Gesù, il Maestro, ripete ad ogni Papa: "Tu sei pietra e, su questa pietra, io edificherò la mia Chiesa; e le porte degli Inferi non prevarranno contro di essa" (Mt 16, 18).

    Grazie, Gesù, perché le tue parole si compiono ogni giorno davanti ai nostri occhi, in mezzo alle tempeste che esplodono continuamente nella storia degli uomini. Tu hai detto: "Le porte degli Inferi non prevarranno contro la Chiesa". Così è stato, così è e così sarà: sulla tua parola.

    Mons. Angelo Comastri

    http://www.stpauls.it/madre/0407md/0407md07.htm
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  6. #6
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    L’ intima unione di tutto il corpo è fonte di una sola salute, di una sola bellezza; e se questa intima unione di tutto il corpo richiede da tutti l'unanimità, esige soprattutto la concordia tra i Vescovi. Se fra di essi, poi, la dignità è comune, non è tuttavia identica l'autorità: del resto fra gli stessi beatissimi apostoli, pur in simile onore, vi fu una certa distinzione di potestà: pur essendo pari 1'elezione di loro tutti, a uno solo fu dato di avere sugli altri il primato. Su questo modello sorse anche la distinzione tra i Vescovi, ed è stato provvi¬sto, con un importante precetto, che tutti non rivendicassero a sé tutti i diritti, ma che nelle singole province vi fosse quello che tra i fratelli aves¬se la prima parola, e inoltre, che alcuni Vescovi costituiti nelle città più grandi fossero rivestiti di una cura più ampia, e, infine, che per il loro tramite confluisse la cura della Chiesa universale nella sola sede di Pietro, dal cui capo nessuno può dissentire.

    Chi dunque sa di essere preposto ad altri, non sopporti a malincuore che qualcuno gli sia supe¬riore. Siamo infatti discepoli di un maestro umile e mite, che ci dice: Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete pace per le vostre anime. Il mio giogo infatti è soave, e il mio peso leggero (Mt 11, 29 s.). E come esperimenteremo ciò, se non attueremo quello che dice lo stesso Si¬gnore: Chi fra voi è il maggiore, sarà vostro servo (Mt 23, 11 s.)?

    (Leone Magno, Lettere 14, 1-2.11)
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