E se la scrittura fosse nata sulle rive del Danubio?
10/9/2005
Ennio Peres
E’ opinione unanime che l'invenzione della scrittura debba essere considerata come l'elemento di separazione tra la Preistoria e la Storia. Le prime forme di civiltà, infatti, sono sorte quando l'uomo ha cominciato ad affidare la trasmissione del proprio sapere, non soltanto alla comunicazione orale, ma anche a delle annotazioni simboliche, tracciate su supporti permanenti. Non tutti gli storici, però, concordano sulla collocazione temporale da assegnare a questa fondamentale conquista del pensiero umano. Generalmente, i primi esempi di scrittura si fanno risalire al 3200 a.C., con la comparsa dei caratteri cuneiformi in Mesopotamia e dei geroglifici in Egitto; alcuni studiosi, però, ritengono che tali sistemi di codifica grafica non siano sbocciati all'improvviso, ma costituiscano l'approdo di un processo lungo e tortuoso iniziato molti secoli prima, forse addirittura nell'ultima fase dell'età della pietra, anche in altre zone della Terra. In particolare, a supporto di questa tesi, da diversi decenni sono stati ritrovati in Europa, sulle rive del Danubio, migliaia di reperti di argilla, risalenti a circa 7000 anni fa, sui quali sono incisi dei segni stilizzati e ricorrenti (circa un centinaio diversi tra loro), che non sembrano avere una funzione puramente decorativa e che, quindi, molto probabilmente, costituiscono gli elementi di un misterioso sistema di cifratura. Stranamente, di questo primordiale insieme di potenziali iscrizioni, denominato Danube Script, si trovano pochi riscontri, non solo nei libri scolastici, ma anche in quelli universitari e nella pubblicistica divulgativa. Affascinato dall'ipotesi che potessero essere esistite delle forme di scrittura antecedenti a quelle già conosciute, il giornalista scientifico Marco Merlini, appassionato cultore di archeologia, ha deciso di recarsi sulle rive del Danubio, per reperire le informazioni alla fonte e verificare di persona la documentazione esistente. Nel corso di una ricerca durata circa 4 anni ha avuto modo di visitare i siti archeologici della zona, di intervistare decine di professori universitari e di ricercatori, di scandagliare le vetrine, i sotterranei e i sottoscala dei vari musei locali, riuscendo ad analizzare direttamente, con una lente di ingrandimento, le iscrizioni incise su una quantità innumerevole di reperti. Il resoconto di questa sua laboriosa attività, che gli ha consentito di raccogliere molti dati inediti e sorprendenti, è riportato nel volume La scrittura è nata in Europa?, che si legge come un romanzo di avventura, ma che affronta questioni di fondamentale importanza, per una rigorosa ricostruzione della nascita delle prime civiltà. Una delle problematiche più significative che solleva riguarda la necessità di ridefinire il concetto stesso di scrittura, non considerando più necessaria la corrispondenza fra un singolo carattere grafico e un suono, per ritenere di essere in presenza di un testo scritto. A tale riguardo, Merlini commenta: «I ricercatori impegnati a interpretare il codice del Danube Script propongono la più generale possibilità di leggere una grafia in modo direttamente visuale a prescindere dalla sua traduzione orale: la comunicazione scritta registra il pensiero e non necessariamente la parola». Ogni capitolo del libro è preceduto dalla narrazione di un immaginario episodio della vita di un villaggio del neolitico balcanico-danubiano. Ricorrendo a tale espediente narrativo, l'autore ha la possibilità di avanzare alcune suggestive ipotesi sull'origine e la funzione del Danube Script, senza essere costretto a suffragarle con prove oggettive.
(recensione del libro di Marco Merlini, La scrittura è nata in Europa?, Avverbi edizioni, pp. 310, € 14, apparsa in "ttL, tuttoLibritempolibero" supplemento de "La Stampa", 10/09/05 p. 6)




Rispondi Citando