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    Predefinito Il Cardinale Joseph Ratzinger e la riforma liturgica.

    Nato il 16 aprile 1927 a Marktl am Inn, Germania, Joseph Ratzinger discende da un'antica famiglia di agricoltori della Bassa Baviera. I suoi, non particolarmente benestanti, cercano di assicurargli un'educazione dignitosa tanto che, a fronte di alcune difficoltà, per un periodo della sua istruzione si occupa il padre stesso, di professione commissario di gendarmeria. Oggi come oggi, il cardinale è uno degli esponenti più importanti della Curia romana. Nominato da papa Giovanni Paolo II nel 1981 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, presidente della Pontificia commissione biblica e della Pontificia commissione teologica internazionale (1981) è dal 1998 vice decano del Collegio cardinalizio (1998).

    La sua infanzia si trova segnata dagli avvenimenti della grande storia. Poco più che adolescente, infatti, nel suo paese infuriano le devastazioni causate dalla Seconda guerra mondiale. Quando le forze armate tedesche si trovano a mal partito, viene addirittura richiamato nei servizi ausiliari antiaerei. La vocazione ecclesiastica comincia comunque a maturare dentro di lui, anche come reazione a tutti gli orrori che la guerra aveva provocato. Infatti, qualche anno più avanti, si iscrive all'università di Monaco per intraprendere gli studi molto "laici" della Filosofia senza però trascurare gli approfondimenti dettati dalla teologia La sua sete di conoscenza è tale che, onde abbeverarsi con maggiore decisione alle fonti della conoscenza spirituale, prosegue il faticoso studio anche nella Scuola superiore di filosofia e teologia di Frisinga.

    Non è da credere, ad ogni modo, che il suo destino di porporato non fosse già in qualche modo segnato dato che, a fronte degli studi canonici, il 29 giugno del '51 viene ordinato sacerdote. Il suo servizio pastorale non si limita alla predicazione o al servir messa ma mette la sua fresca sapienza, appena concretizzatasi nella tesi di teologia poco prima discussa ("Popolo e casa di Dio nella dottrina della Chiesa di Sant'Agostino"), nell'insegnamento, esperienza che durerò diversi anni (successivamente anche alla concessione alla libera docenza ottenuta con la dissertazione del lavoro "La teologia della storia di San Bonaventura"). Per una decina di anni insegna a Bonn ma poi anche a Munster e Tubinga.

    Siamo nei primi anni '70 e il clima generale non è certo favorevole alla chiesa e ai suoi rappresentanti. Ratzinger non è certo il tipo da farsi intimidire o da seguire le mode del momento (anche quelle "intellettuali") e anzi fonda il suo carisma all'interno delle istituzioni ecclesiastiche attraverso una certa intransigenza di pensiero. Fra l'altro, già a partire dal '62 aveva acquistato notorietà a livello internazionale intervenendo, come consulente teologico, al Concilio Vaticano II. Nel '69 diventa invece professore ordinario di Dogmatica e storia dei dogmi all'Università di Ratisbona, dove è anche vice presidente.

    Il 24 marzo del 1977, papa Paolo VI lo nomina arcivescovo di Munchen und Freising ed il 28 maggio successivo riceve la consacrazione episcopale, primo sacerdote diocesano ad assumere, dopo 80 anni, la gestione della grande Diocesi Bavarese. Il 5 aprile 1993 entra a far parte dell'Ordine dei cardinali vescovi. E' stato presidente della Commissione per la preparazione del catechismo della Chiesa Cattolica (1986-1992) ed il 10 novembre è stato insignito della laurea ad honorem in giurisprudenza dalla Lumsa. Amato da certe frange del cattolicesimo più ortodosso, il cardinale è stato spesso criticato dal mondo laico per certe sue posizioni, a torto o a ragione, ritenute eccessivamente dogmatiche.

    (Dal sito: http://biografieonline.it)

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  2. #2
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    Foto di Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Joseph Ratzinger.








  3. #3
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    ... lo stesso Ratzinger che in giacca e cravatta faceva la fronda coi modernisti Rahner & co. durante il Conc. Vat. II?

  4. #4
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    30 domande al Cardinale J. Ratzinger

    Intervista a cura di Ignazio Artizzu tratta dalla rivista "Una voce grida..." n°9 - marzo 1999



    La magia, parodia del divino

    Eminenza, cosa è la magia ?

    E' l'uso di forze apparentemente misteriose per avere un dominio sulla realtà fisica e anche psicologica. Il tentativo, cioè, di strumentalizzare le potenze soprannaturali per il proprio uso. Con la magia si esce dal campo della razionalità e dell'utilizzo delle forze fisiche insegnate dalla scienza. Si cerca - e a volte anche si trova - un modo di impadronirsi della realtà con forze sconosciute. Può essere in molti casi una truffa, ma può anche darsi che con elementi che si sottraggono alla razionalità si possa entrare in un certo dominio della realtà.

    Sia il Nuovo che l'Antico Testamento condannano in modo ferreo ogni pratica magica, così come il ricorso all'occultismo in tutte le sue forme. Come commenta questo dal punto di vista teologico?

    Vediamo intanto l'origine più profonda delle superstizioni, della magia e dell'occultismo per capire meglio la condanna nei loro confronti. Direi che ci sono due elementi : da una parte nell'uomo, creato ad immagine di Dio, esiste la sete del divino. L'uomo non può limitarsi al finito, all'empirico: avrà sempre il desiderio di allargare la prospettiva del suo essere e di entrare nella sfera divina, di uscire dalla pura realtà fisica e toccare una realtà più profonda, Questo desiderio, di per sé innato nell'uomo - immagine di Dio - è smarrito perché sembra troppo difficile andare realmente alla ricerca di Dio, elevarsi e lasciarsi elevare dall'Amore Divino e arrivare così ad un vero incontro del Dio personale che mi ha creato e mi ama. Allora accade un po' come nel mondo umano: le avventure passeggere sono più facili di un amore profondo, di una vita. E così come in questa vita umana un amore fedele, un vero amore, che va fino alle profondità del nostro essere, esige un impegno ben diverso dalle facili avventure, così anche le realtà spirituali esigono un impegno profondo, una fedeltà, una disciplina interiore, l'umiltà di impostare la propria vita alla sequela di Dio. Allora l'uomo cerca le cose più facili, un esperimento immediato della profondità dell' essere.

    Possiamo anche dire che qui si verifica una dottrina fondamentale della Chiesa, cioè che nell'uomo da una parte troviamo la natura creata da Dio, dall'altra anche questa tendenza opposta: lo smarrimento e il peccato originale che lo deviano dalla sua origine e trasformano in una caricatura il suo desiderio innato di amare Dio e di entrare nella unione con Lui. Ecco, questa seconda tendenza si realizza nel cercare un cammino più facile, un contatto più immediato e soprattutto un modo per non sottomettersi all'amore e al potere divino. Allora l'uomo comincia a farsi dominatore della realtà sfruttando questa presunta possibilità del suo essere. E ciò mi pare una profonda inversione e perversione della relazione più profonda del nostro essere: invece di adorare Dio, di sottomettersi a Dio, l'uomo intende farsi dominatore della realtà usando queste potenze occulte, e si sente il vero dominatore.

    E' la tendenza che troviamo nel capitolo 3 della Genesi: io stesso divento Dio e ho il potere divino e non mi sottometto alla realtà. "Ma il serpente disse alla donna: "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio conoscendo il bene e il male. Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture." (Gen 3,4-7)

    San Paolo, a Cipro, definisce pubblicamente il mago Elimas "figlio dei diavolo". Possiamo dunque affermare con certezza che dietro la magia e il mondo dell' occulto c'è sempre il demonio?

    Si. Io direi che senza il demonio, che provoca questa perversione della creazione, non sarebbe possibile tutto questo mondo dell'occultismo e della magia. Entra in gioco un elemento che va oltre le realtà della ragione e le realtà riconoscibili con la scienza unita ad una ragione sincera. Si offre un elemento apparentemente divino, cioè delle forze che possono prestare dei successi, esperienze che appaiono come soprannaturali e spesso come divine. Sono invece una parodia del divino. Poteri, ma poteri di caduta, che in realtà sono ironie contro Dio.

    E' questa la radice della ferma condanna espressa anche dalla Chiesa nei confronti della magia e dell'occultismo?

    Si. Ciò comincia nell'Antico Testamento: pensiamo al conflitto tra Samuele e Saul. E' proprio la caratteristica della religione del Dio rivelato: non si fa uso di queste pratiche, che sono caratteristiche delle religioni di questa terra, e perciò pagane, perché pervertono la relazione tra Dio e l'uomo. Questa condanna continua in tutta la storia della Rivelazione e riceve la sua ultima chiarezza nel Nuovo Testamento. Non è - sia chiaro - un positivismo che vuole escludere qualcosa della ricchezza dell' essere o delle esperienze possibili, ma la verità di Dio che si oppone alla menzogna fondamentale.

    Il nome del diavolo nella Sacra Scrittura, "padre della menzogna", diventa comprensibile in modo nuovo se consideriamo tutti questi fenomeni, perché qui troviamo realmente la menzogna nella sua purezza totale.

    In quale forma?

    L'uomo si fa dominatore del mondo sfruttando ciò che appare come Dio e quindi usa il potere per dominare il mondo in sé stesso, entrando cosi in una menzogna radicale. Questa menzogna appare in un primo momento come un allargamento del potere, delle esperienze, come una cosa bellissima: io divento Dio. Ma alla fine la menzogna è sempre una realtà che distrugge. Vivere nella menzogna vuol dire vivere contro la realtà e quindi vivere nella autodistruzione. In questo senso possiamo vedere due aspetti di questa proibizione. Da una parte, semplicemente, le pratiche occulte e magiche sono da escludere perché pervertono la realtà, sono menzogne nel senso più profondo.

    Il secondo aspetto, quello morale dopo quello ontologico, è che, opposte alla verità, esse sono distruttive e distruggono l'essere umano cominciando dal suo nucleo.



    I figli della menzogna

    Quali sono dunque i pericoli per chi ha a che fare con la magia e l'occulto?

    Cominciamo anche qui dal fenomenologico. Il tranello viene teso con cose promettenti, con una esperienza di potere, di allegria, di soddisfazione. Ma poi una persona entra in una rete demoniaca che diventa dopo poco tempo molto più forte di lui. Non è più l'uomo padrone di casa

    Poniamo che una persona entri a fare parte di una setta o di un gruppo magico. Diventerà schiavo non solo del gruppo, il che sarebbe già gravissimo, dato che queste sette possono alienare totalmente una persona. Ma sarà schiavo della realtà che sta dietro il gruppo, cioè una realtà realmente diabolica. E cosi va verso una autodistruzione sempre più profonda, peggiore di quella della droga.

    Quali sono le radici di questa sete di occulto?

    Mi sembra questa mescolanza di una tendenza verso il divino e lo smarrimento che chiude l'uomo in sé stesso.

    Nessuno degli occultisti dichiara apertamente di operare con il concorso dei demonio. Anzi, quasi tutti affermano di essere credenti e di fare il bene. Usano immagini sacre, crocifissi...

    Si. La menzogna profonda poi si concretizza in menzogne più evidenti. Il mago, nel suo orientamento personale, è arrivato alla menzogna. Poi, diventa naturale usare tutti i modi concreti per esprimere e fare agire la menzogna. Naturalmente il sincretismo è uno degli elementi fondamentali del mondo magico e occultista, che si serve delle religioni, e soprattutto degli elementi cristiani, pervertendoli sia allo scopo di attirare la gente e rendersi credibile, sia anche nella speranza di usare la forza nascosta della realtà cristiana. Lo vediamo negli Atti degli Apostoli con Simone mago, che vorrebbe comprare la forza degli apostoli. "Simone, vedendo che lo Spirito veniva conferito con l' imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro dicendo: "Date anche a me questo potere perché a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo". Ma Pietro gli rispose: " Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio. Non v'è parte né sorte alcuna per te in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Pentiti dunque di questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonato questo pensiero . Ti vedo infatti chiuso in fiele amaro e in lacci di iniquità." (At 8,18-23)

    Si afferma che esistono forme di magia e divinazione innocue e "leggere", come la lettura della mano, le carte e gli oroscopi. E si ironizza sul Nuovo Catechismo, che le ha condannate. Esiste una scala di gravità o sono tutte dello stesso ceppo, e quindi tutto gravi?

    Esiste forse un uso più leggero, ma comunque non accettabile, perché apre la porta all'occulto. Se uno comincia a muoversi in questa direzione c'è il pericolo di cadere nella trappola più profonda. Ma il fatto che si scivola facilmente, e spesso inevitabilmente, una volta entrati in questo cammino, non deve portarci ad un rigorismo che non distingue più tra comportamenti che sono simbolo di una certa leggerezza di vita e il modo di agire di coloro che sono entrati nel pieno di queste situazioni. Una certa distinzione esiste senza dubbio, ma si deve tenere presente che un gradino guida facilmente all'altro, perché il terreno è scivoloso.

    Cosa direbbe a chi frequente la Chiesa e anche gli occultisti, o pratica egli stesso l'occultismo, credendo che l'una cosa non debba escludere l'altra?

    Gli direi che deve cominciare a capire meglio la fede e inserirsi profondamente nel cammino cristiano, per capire che sono cose del tutto diverse. Se ascolto la Parola del Signore, con la mano nella mano del Signore, mi lascio guidare dall'amore di Cristo, mi inserisco nella grande comunione della Chiesa , andando insieme con la Chiesa sulla strada di Cristo. Ben diverso è se io comincio a entrare nella realtà grave dell'occultismo. I due atteggiamenti sono dall'inizio profondamente diversi. Capire questa distinzione è una decisione fondamentale dell'uomo, è il passo iniziale del cammino della fede.

    Pensiamo al rito del Battesimo, dove abbiamo da una parte il "si" al Signore e alla sua legge, e dall'altra il "no" a satana. In tempi passati ci si voltava verso l'oriente per dire "si" al Signore e verso l'occidente per dire "no" alle seduzioni del diavolo. Con questo rito, nato in tempi in cui, come accade oggi, la Chiesa era circondata e attaccata dalle pratiche occulte, si capisce la diversità inconciliabile di questi due comportamenti. lo dico "si" al cammino del Signore e questo implica che dica il mio "no" alle pratiche magiche. Dobbiamo rinnovare in senso molto concreto e realistico questa duplice decisione. Dire "si" a Cristo implica che non posso "servire due padroni", come dice il Signore stesso, e se dico "si" al Signore non posso nello stesso momento dire "si" a questi poteri nascosti, ma devo dire: "no, non accetto la seduzione del diavolo ". E forse, in occasione del rinnovamento dei voti battesimali che facciamo prima della Pasqua, si dovrebbe spiegare che ciò che pronunciamo non è un antico rituale, ma una decisione importante per la nostra vita oggi, un atto concreto e realistico.



    Spezzare le catene

    Esiste un punto di non-ritorno per chi ha dato la propria vita alla magia?

    E' difficile rispondere. Se uno è entrato in ciò che il Signore chiama "peccato contro lo Spirito Santo ", come avversione a Dio e maledizione dello Spirito di Dio, pervertendo il suo spirito, aprendolo alla azione del demonio, qui si realizza forse quello che il Signore indica come il punto del non ritorno. Ma da parte nostra non possiamo giudicare questo. Noi dobbiamo dire sempre: c'è la speranza di conversione. Naturalmente, se uno è entrato in questo mondo, una conversione radicale diventa necessaria, ed è una conversione che si fa sempre più difficile, realizzabile solo con l'aiuto forte dello Spirito Santo implorato dalla Comunità della Chiesa che intende aiutare queste persone a tornare a Dio. Quindi dobbiamo sempre avere la speranza, e fare il possibile per implorare il perdono di Dio e per illuminare queste persone e renderle aperte ad una conversione profonda. Occorre poi la espulsione del demonio. Un rito la cui importanza, per un certo tempo, non è stata più capita dai cristiani, ma che ora riceve di nuovo un senso e un significato molto concreto. Perché si tratta di liberare le persone dal demonio che, a causa del contatto con la magia e l'occultismo, si è realmente impossessato di loro.

    Quindi sono necessari gli esorcismi?

    Certamente.

    Talvolta la gente recepisce questo discorso, ma lamenta una scarsa informazione da parte degli stessi uomini di Chiesa. Cosa fare di più per informare gli sprovveduti?

    Dobbiamo trovare nuove forme di apostolato. Il dilagare dell'occultismo nelle forme attuali è un fenomeno abbastanza recente. Ancora 10 anni fa ci mancava anche l'informazione in proposito. Forse non eravamo preparati a questo attacco, e non abbiamo preparato sufficientemente i fedeli. Mi sembra che dovremmo predisporre brevi informazioni che dicano l'essenziale in modo comprensibile. Dobbiamo inserire questo discorso anche nelle catechesi per gli adulti e nella formazione permanente di ogni cristiano,

    Eminenza, le cito alcuni dati. In Italia, al numero dell'oroscopo telefonico arrivano oltre 10 milioni di chiamate all'anno. Sempre in Italia, ci sono almeno 100 mila maghi e meno di 38 mila sacerdoti cattolici. Cosa prova meditando questa realtà?

    E' il segno che siamo in una minaccia di paganizzazione profonda. Questo è paganesimo, è perversione del destino religioso dell'uomo. In questa religione artefatta, nella quale come ho detto l'uomo sfrutta o cerca di sfruttare le forze soprannaturali, c'è una sfida fondamentale per la nostra opera di evangelizzazione. Davanti alla paganizzazione si deve annunciare la realtà liberante di Dio. Queste pratiche si presentano con il pretesto e la pretesa di offrire all'uomo una liberazione. Offrono potere, soddisfazione, la promessa di fare vivere con tutte le possibilità dell'essere. In realtà sono una schiavitù terribile, che può realmente disumanizzare. Lo sappiamo anche dalle religioni precristiane, che hanno creato un mondo di timore. Quando è arrivato l'annuncio cristiano, non ha portato una liberazione politica, come diremmo oggi, ma la liberazione dalla paura dei demoni. C'è un solo Dio che è più forte di tutti: questo è l'annuncio che ha liberato realmente il mondo. E anche oggi, in certe parti del mondo non ancora evangelizzate, si vede come la paura dei demoni e dei maghi crea un clima di paura e di immobilità. Non si può agire perché ad ogni passo si può cadere nelle mani di un demone. Dobbiamo quindi proclamare la forza liberatrice dell'annuncio che c'è un solo Dio, e che questo Dio è Amore e ci ama e ha la forza di guidarci e di darci la vera libertà, e che con potenza invincibile ci libera da questa schiavitù. Ma si vede che, purtroppo, questo non è più presente nella mentalità delle persone. Molti vedono solo il cammino arduo della religione, come è lontano Dio, come non ne facciamo esperienza, e cercano l'esperienza veloce e la soddisfazione rapida, e cosi cadono nella schiavitù. In questa ora di tentazione pagana profonda, credo che dobbiamo annunciare il Vangelo in tutta la sua semplicità e grandezza come la vera e l'unica liberazione.

    Nella sua vita di sacerdote, Vescovo e Cardinale, le è mai capitato di avere a che fare con persone danneggiate dalla magia?

    Nell'ambiente in cui sono vissuto non era presente questa realtà. Ho sentito diverse volte parlare di questi casi. E oggi sento ormai da più parti come la magia deteriora e distrugge le vite umane.

    La magia tradizionale, folcloristica, tipica dei paesi mediterranei è ancora radicata nelle regioni italiane. E una pratica innocente o l'ingrediente principale resta sempre il concorso dei demonio?

    Anche agli albori del Cristianesimo restavano tra la gente elementi magici, ridotti nella loro presenza, direi ridimensionati dalla fede che si diffondeva, sempre, però, con il pericolo di un rigurgito della magia. Era una presenza pericolosa e inaccettabile, ma dominata dalla vita di fede dei più. Ma adesso vediamo che questi piccoli "residui" che apparivano innocenti non sono affatto innocenti, e possono diventate oggi l'aggancio per una nuova irruzione dell'occultismo nel mondo.

    E un valido metro di valutazione che l'occultista richieda denaro o meno?

    Dipende dalla sua decisione precedente di essere mago. Se il suo fosse un lavoro moralmente giusto, potrebbe anche richiedere di essere pagato. Ma dato che già il suo mestiere in quanto tale implica la menzogna e la perversione della realtà, la presenza del denaro non serve ad altro che a continuare la menzogna fondamentale che sta alla base. In questo senso, nel commercio di magia e di "poteri", si rende visibile una perversione ancora più profonda. Le cose spirituali non possono essere pagate, e la vera esperienza spirituale, che è quella che Cristo mi regala, la posso ottenere solo con la mia conversione, il mio "esodo" spirituale. Occorre dunque aiutate le persone cadute nella rete dell'occulto a ritrovare la via della conversione, offrendo loro una comunità, accompagnarle verso la fede e aiutarle a mettersi in cammino verso la verità, oltre che ovviamente aiutarle ad accedere - se le condizioni sono adempiute - all'esorcismo effettuato da sacerdoti autorizzati dal proprio Vescovo.



    Uno yoga cristiano?

    Anche la meditazione trascendentale e lo yoga, in particolare lo yoga, hanno come substrato l'occultismo. Anzi, l'ultimo grado dello yoga, il più elevato, comporta - affermano gli stessi libri sacri di questa "filosofia" - un contatto con il mondo degli spiriti e la acquisizione di poteri magici. Ritiene che vi sia un legame di fondo, anche se poco apparente, tra la diffusione delle religioni orientali e l'attuale rigurgito di occultismo?

    Nel fondo è presente, senza dubbio. Diciamo che l'offerta di queste religioni orientali si muove su diversi livelli. C'è uno yoga ridotto ad una specie di ginnastica: si offre qualche elemento che può dare un aiuto per il rilassamento del corpo. Bene, se lo yoga è ridotto realmente ad una ginnastica si può anche accettare, nel caso di movimenti che hanno un senso esclusivamente fisico. Ma deve essere realmente ridotto, ripeto, a un puro esercizio di rilassamento fisico, liberato da ogni elemento ideologico. Su questo punto si deve essere molto attenti per non introdurre in una preparazione fisica una determinata visione dell'uomo, del mondo, della relazione tra uomo e Dio. Questa purificazione di un metodo in sé logico di idee incompatibili con la vita cristiana, potrebbe essere paragonata per esempio con la "demitizzazione" delle tradizioni pagane sulla creazione del mondo, realizzata nel primo capitolo della Genesi, dove il sole e la luna, le grandi divinità del mito sono ridotte a "lampade" create da Dio, lampade che riflettono la luce di Dio, e ci fanno immaginare la vera Luce, che è il Creatore della luce. E cosi, anche nel caso dello yoga e delle altre tecniche orientali, sarebbe necessaria una trasformazione e uno spostamento radicale che realmente tolgano di mezzo ogni pretesa ideologica. Nel momento in cui compaiono elementi che pretendono di guidare ad una "mistica", diventano già strumenti che conducono in una direzione sbagliata.

    Questa trasformazione, o chiarimento, c'è stato?

    Generalmente no. Può darsi comunque che alcune persone abbiano cercato di escludere gli elementi religiosi e ideologici, mantenendo queste pratiche su un piano di puro esercizio fisico. Questo non si può escludere.

    Può esistere uno "yoga cristiano"?

    Nel momento in cui lo si chiama "yoga cristiano" è già ideologizzato e appare come una religione, e questo non mi piace tanto. Mentre sul piano puramente fisico, ripeto, alcuni elementi potrebbero anche sussistere. Occorre stare molto attenti riguardo al contesto ideologico, che lo rende parte di un potere quasi mistico. Il rischio è che lo yoga diventi un metodo autonomo di "redenzione", priva di un vero incontro tra Dio e la persona umana. E in quel caso, siamo già nel trascendente. E' vero che anche nella preghiera e nella meditazione cristiana la posizione del corpo ha la sua importanza, e sta a significare un atteggiamento interiore. che si esprime anche nella liturgia. Ma nello yoga i movimenti del corpo hanno una diversa implicazione di rapporto con Dio, che non è quella della liturgia cristiana. Occorre la massima prudenza perché dietro questi elementi corporali si nasconde una concezione dell'essere come tale, della relazione tra corpo e anima, tra uomo, mondo e Dio.

    Ritiene legittimo l'insegnamento della meditazione trascendentale e dello yoga nelle Chiese Cattoliche e nelle comunità religiose da parte di sacerdoti?

    Mi sembra molto pericoloso perché in questo contesto queste pratiche sono già offerte come un qualcosa, appunto, di religioso.

    E' possibile coniugare il mantra con la preghiera cristiana?

    Il mantra è una preghiera rivolta non a Dio, ma ad altre divinità che sono idoli.

    Perché questo deprezzamento di Cristo e della Chiesa?

    Questa è una questione profonda legata alla situazione attuale del mondo. Le radici di questo comportamento che oggi noi vediamo sono tante e si sono sviluppate nel corso di un'epoca, anche se solo oggi emergono in tutta la loro forza. Mi sembra che l'elemento ultimo sia quello, ancora una volta, del capitolo 3 della Genesi: la superbia dell'uomo che intende fare di sé stesso Dio e non accetta di sottomettersi a Lui. C'è dietro la volontà di prendere nelle proprie mani Dio e non di mettersi nelle sue mani.



    [B]Una fede da amare, non da tradire/[B]

    Urs Von Balthasar definisce la meditazione trascendentale un tradimento nei confronti della fede cristiana. E' d'accordo con questa affermazione?

    Si. Perché il Dio Trascendente, la persona che mi ha chiamato e mi ama, viene deformato in una dimensione trascendentale dell'essere. Credo che sia necessario distinguere bene tra il Dio Trascendente e la trascendentalità. Mentre il Trascendente è una Persona che mi ha creato, il trascendentale è una dimensione dell'essere e quindi implica una filosofia di identità. Il cammino della Meditazione Trascendentale, preso nelle sue intenzioni ultime, ha questa tendenza di guidare ad immergersi nella identità, e quindi è esattamente opposto alla visione cristiana, che conosce anche una unione di identità. Cristo si è identificato con noi e così ci inserisce nel suo Corpo, ma è una identificazione diversa, operata nell'amore, nella quale rimane sempre una identità personale distinta, mentre la Meditazione Trascendentale comporta l'immergersi, il lasciarsi "sciogliere" nella identità dell'essere supremo.

    Quale è, in termini spirituali, il prezzo di queste pratiche?

    La perdita della fede e la perversione della relazione uomo - Dio, e un disorientamento profondo dell'essere umano, cosicché alla fine l'uomo si sposa con la menzogna.

    Come deve realizzarsi concretamente il rispetto verso questi culti non cristiani, fermo restando anche il rispetto verso i valori imprescindibili della fede cristiano?

    Il rispetto è dovuto soprattutto alle persone. Come dice S. Agostino dobbiamo avere amore per il peccatore e non per il peccato. Dobbiamo sempre vedere nell'uomo che è caduto in questi errori una persona creata e chiamata da Dio e che ha cercato anche, in un certo senso, di arrivare alla realtà divina per trovare le risposte al suo desiderio di elevarsi. Dobbiamo inoltre rispettare gli elementi ai quali ho accennato, chiarendo molto bene, però, quelle realtà che sono distruttive e che sono opposte non solo alla fede cristiana ma anche alla verità dell'essere umano stesso.



    Veggenti o spiritisti?

    Il mondo pullula oggi di veggenti che affermano di ricevere rivelazioni da parte di Dio e della Madonna. Divulgano libri che contengono messaggi apparentemente buoni e conformi con la fede cristiana e la dottrina della Chiesa. Ma dietro questi messaggi c'è - in molti casi - una tecnica medianica, come la "scrittura automatica", o altre forme di spiritismo. Quale atteggiamento deve avere il cristiano verso questi fenomeni?

    Mi sembra che l'origine di questa inflazione di messaggi sia quella alla quale abbiamo accennato, e cioè di una desiderio di "accaparrarsi" una esperienza diretta del divino, di non restare nella sobrietà della fede ma di toccare più da vicino la realtà di Dio. Il primo punto essenziale è quello di affidarsi al Signore che si è rivelalo nella sua parola e che è presente nella Chiesa e nei Sacramenti, e di vivere in questo cammino fondamentale che da una sua esperienza diversa dalle altre, ed è un po' più ardua, ma alla fine molto più reale e gratificante perché molto più vera. L'atteggiamento fondamentale deve essere quello di vivere realmente la fede nella vita della Chiesa e convincersi che Dio, come ha detto San Giovanni della Croce, dandoci suo Figlio ci ha dato tutto, perché Gesù è la sua Parola, e non c'è da aggiungere altro, Dio non può dare di più che Se Stesso nel suo Figlio. Occorre mettersi davvero nelle mani del Figlio e vivere la vita della Chiesa, che è anche immensamente ricca, perché il Signore è circondato dai Santi, ad iniziare dalla Madonna. E questa esperienza è possibile per tutti. Credendo in Dio, non cammino solo, ma sono accompagnato da questa grande schiera dei Santi e dei credenti di tutti i tempi, e così ricevo anche tutte le risposte, perché la Chiesa vive e ha una voce viva per parlare e annunciare oggi la Parola del Signore come Parola presente per me e per il nostro tempo. E se uno vive questa realtà con convinzione e con gioia, non in senso purista, ma con tutta la ricchezza e la bellezza che questo comporta, non ha più bisogno di altro, e può stabilire con il proprio discernimento quali cose possono essere a lui utili senza diventare dipendente di questi fenomeni.

    Alcuni affermano di possedere il testo del "segreto di Fatima". E' possibile?

    No.

    Se dietro apparizioni e messaggi c'è il fenomeno medianico della scrittura automatica o altre forme di medianità -oggi si diffondono nel mondo vari libri di "messaggi" -possiamo credere con certezza che ci si trova davanti ad un fenomeno da scartare?

    Si tratta di fenomeni medianici che non hanno a che vedere con la mistica cristiana.



    La pranoterapia non è un dono di Dio

    Tra le varie ramificazioni della New Age c'è la cosiddetta "medicina alternativa", nella quale ha un posto importante la pranoterapia. Alcune persone affermano di possedere un fluido nelle mani che può curare i malati, e lo confondono con il carisma delle guarigioni...

    Il carisma delle guarigioni si manifesta in primo luogo nella assenza totale di elementi di magia e si realizza in uno spirito di preghiera. Le guarigioni operate dal Signore e su suo mandato dagli apostoli sono espressione di preghiera. Non si usano mezzi e contesti spirituali alieni dalla fede e dalla ragione. I carismi, a differenza dei poteri e dei fluidi vantati da queste persone, si sottomettono alla verità e al potere di Dio e non introducono altri elementi. Gli altri casi sono espressione di un terribile mondo sotterraneo, che - molto tempo piuttosto nascosto - oggi di nuovo, in una fase di ripaganizzazione, viene allo scoperto.

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    Alcune pagine autobiografiche

    Il secondo grande evento all'inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un'altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, pero, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C'è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l'irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di "riforme" liturgiche. Non c'erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l'una accanto all'altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovo la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risulto parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati. Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell'introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l'edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l'edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. Non c'è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest'ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. In questo modo, infatti, si è sviluppata l'impressione che la liturgia sia "fatta", che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di " donato ", ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un'autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna " comunità " voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l'incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita. Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l'unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita "etsi Deus non daretur": come se in essa non importasse più se Dio c'è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richiami in vita la vera eredità del concilio Vaticano II.


    Da: JOSEPH RATZINGER, La mia vita: ricordi, 1927-1977, Cinisello Balsamo: San Paolo, 1997,110-113.





    http://www.totustuus.org/Liturgia/Ratzinger.htm

  6. #6
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    Il problema dell'orientamento
    nella celebrazione


    di Joseph Ratzinger*



    Oggi si discute sì e no sul tema dell'orientamento nella celebrazione. Non sarebbe certo giusto, dopo l'irrequietezza degli anni passati, sollecitare qui nuovamente modificazioni esteriori. Tanto più importante pare comunque un'educazione liturgica che conduca a un adempimento interiore preciso e gli imprima quell'indirizzo che, per l'Eucarestia, è molto importante. Si deve parimenti prestare attenzione a possibili atteggiamenti difettosi, che possono risultare facilmente da un malinteso della riforma. Poiché si tratta di un problema importante, è opportuno pure riprodurre qui, con alcuni cambiamenti e integrazioni, una lettera che si occupa di questo argomento. Il gesuita Everett A. Diederich ha presentato un valido contributo pubblicato sulla rivista internazionale «Communio» «Das Gegenwartigwerden Christi bei der Feier der Eucharestie» («L'attuazione della presenza di Cristo nell'Eucarestia») ed ha con ciò illustrato acutamente la dinamica interna della liturgia, il suo graduale progresso nella rappresentazione al vivo del Cristo (1978, n. 71, pp. 498-508). In questo saggio si trova, oltre al resto, l'osservazione che la Messa era celebrata secondo l'antico rito verso l'altare, il che equivale a dire verso il Santissimo (p. 501). Ciò mi autorizzò a fare la correzione che segue. Celebrare rivolti al Santissimo non è stato mai il senso della pregressa posizione del rito (che difficilmente si può caratterizzare con un «rivolgersi all'altare»). Sarebbe inoltre contro ogni logica teologica, poiché nelle offerte eucaristiche il Signore si fa presente durante la Messa nello stesso modo come lo è nel tabernacolo nelle offerte provenienti dalla Messa. L'Eucarestia verrebbe allora celebrata di Ostia in Ostia, ciò che evidentemente non ha senso. La direzione interiore della Eucarestia può essere sempre e soltanto la stessa, cioè dal Cristo nello Spirito Santo verso il Padre; il problema è solamente come ciò si esprima meglio nell'azione liturgica. Il contenuto positivo dell'antico senso della celebrazione non era dunque l'orientamento al tabernacolo. Esso risiedeva in un duplice elemento. Ciò che noi oggi chiamiamo «rimozione del sacerdote dal popolo» era stando al suo significato originario (come ha ripetutamente sottolineato J.A. Jungmann) un rivolgersi conforme del sacerdote e del popolo 1 verso il comune atto di adorazione trinitaria, com'era stato ad esempio introdotto liturgicamente da Agostino, in corrispondenza alla predica contenuta nella preghiera «Conversi ad Dominum». Questo rivolgersi conforme esteriore aveva come punto di riferimento comune l'Oriente, cioè si fondava su di un coinvolgimento del significato simbolico del cosmo nella celebrazione comunitaria, e questo è un fatto di una certa importanza. Il vero spazio e la vera cornice della celebrazione eucaristica è tutto il cosmo. Questa dimensione cosmica dell'Eucarestia si faceva presente nell'azione liturgica mediante l'inorientamento. L'Oriente oriens era anche notoriamente, dal segno del sole nascente, il simbolo della resurrezione (e pertanto non solo espressione cristologica, ma indice pure della potenza del Padre e dell'opera dello Spirito Santo), nonché richiamo alla speranza nella parusia. L'orientamento comune in quel senso riveste quindi, assieme con l'orientamento cosmico, parimenti un significato attinente alla teologia della resurrezione e alla teologia trinitaria dell'Eucarestia, e con ciò pure un'interpretazione «parusiale», una teologia della speranza, nella quale ogni Messa è un incamminarsi verso il ritorno del Cristo. Si potrebbe dire succintamente: ciò che P. Diederich definisce «rivolgersi all'altare» è in realtà espressione di una visuale cosmica e parusiale della celebrazione eucaristica. Si deve aggiungere che, stando alle indicazioni di E. Peterson 2, questo inorientamento della preghiera, che fa del cosmo il segno del Cristo e pertanto spazio della preghiera, era evidenziato molto precocemente nei luoghi di riunione dei cristiani mediante un segno di croce sulla parete orientale, che fu ben presto interpretato come segno del Cristo che ritorna, fino a che assunse più tardi sempre più in sé il richiamo alla storia della Passione del Signore: infine il pensiero escatologico scomparve quasi completamente dall'iconografia della croce. Tuttavia la prescrizione rubricistica del passato, che si debba porre sull'altare una croce, ha per sfondo questa tradizione cristiana primitiva. La croce dell'altare si può qualificare come un residuo dell'inorientamento rimasto fino ai giorni nostri. In essa fu conservata la vecchia tradizione, che era a suo tempo strettamente collegata al simbolo cosmico dell'Oriente, di pregare nel segno della croce il Signore veniente, volgendovi lo sguardo. Se si vuole quindi parlare di un ben determinato punto di riferimento dell'abituale maniera della celebrazione anteriore al Concilio, non si può dire che si celebrava rivolti all'altare o addirittura al Santissimo, ma si può dire che si celebrava rivolti all'immagine della croce, che conserva in sé tutta la teologia dell'«Oriens». Si è avuta in questo senso una continuità che risale alle soglie dell'era apostolica. Si deve senz'altro ammettere che, almeno fin dal secolo XIX, era scomparso non solo il senso dell'orientamento cosmico della liturgia, ma che era appena appena compreso il contenuto dell'immagine della croce quale punto di riferimento della liturgia cristiana. L'antico orientamento della celebrazione era divenuto così inespressivo; si poté allora formulare la locuzione che il sacerdote celebra «alla parete», o addirittura l'idea che egli celebra «al tabernacolo». La trionfale vittoria del nuovo orientamento nella celebrazione va spiegata soltanto sullo sfondo di questo malinteso, che senza alcun ordine tassativo (o appunto per questo) si è imposto con un'unanimità e una sollecitudine che non sarebbero nemmeno pensabili senza la perdita del significato della prassi seguita fino allora. Nei migliori lavori della scienza liturgica, come nel menzionato saggio di P. Diederich, la nuova posizione scaturiente dalla dinamica intrinseca del fatto liturgico è spiegata come un graduale avvicinamento comunitario al Signore, e si è fatto così il tentativo di trasfondere nell'odierno senso della celebrazione l'essenza dell'eredità protocristiana. L'opinione generale non segue certamente questa linea. Essa è nettamente determinata dal carattere comunitario, fortemente sentito, della celebrazione eucaristica, nella quale sacerdote e comunità sono rivolti l'uno di fronte all'altro in un rapporto dialogico. Anche in questo modo viene sempre espressa una sola dimensione dell'Eucarestia. Il pericolo consiste nel fatto che il fattore comunitario trasformi la comunità in un circolo chiuso, che non percepisce più l'esplosione dinamica trinitaria, la quale conferisce grandezza all'Eucarestia. L'educazione liturgica dovrà reagire con tutte le sue forze a questa concezione, che coincide con l'idea di una comunità autonoma e autosufficiente. La comunità non dialoga con se stessa, ma è protesa in uno sforzo collettivo verso il Signore veniente. Vorrei fare tre proposte per tale educazione:

    1. Nella crisi dell'antropocentrismo, di un mondo umano fattosi tutto da sé, dobbiamo oggi scoprire e ancora scoprire il significato della creazione, anche se si dovesse nuovamente destare la sensazione che la liturgia investe il cosmo, che la liturgia cristiana è una liturgia cosmica, una preghiera corale e un canto corale con tutto ciò che c'è «in cielo, in terra e sotto terra» (Fil 2, 10), ma corale anche nell'inno di lode del sole e delle stelle. Anche nella costruzione delle chiese si dovrebbe perciò riflettere nuovamente che la loro erezione non corrisponda soltanto alla funzionalità planetaria dell'uomo, ma tener presente che questi edifici sacri si trovano nel cosmo e invitano il sole a essere un segno della lode di Dio e un segno del mistero di Cristo per la comunità riunita. Una riscoperta dell'inorientamento mi pare desiderabile per il recupero di una religiosità che accolga in sé anche le dimensioni della creazione.

    2. Nella tradizione, Oriente e immagine della croce, e quindi orientamento cosmico e storico salvifico della devozione, erano amalgamati; nell'immagine della croce era a sua volta espressa secondo un'interpretazione forse dapprima puramente escatologica il memoriale della Passione, la fede nella resurrezione e la speranza della parusia, e quindi tutta la tensione del concetto cristiano del tempo, per cui il tempo degli astri è trasformato nel tempo dell'uomo e nel tempo di Dio, nel tempo che non è Dio, ma che Dio ha per noi. Lo sguardo alla croce compendia in sé, in qualche modo, anche la teologia dell'icona, che è una teologia dell'incarnazione e della trasfigurazione; di fronte all'assenza di immagini dell'Antico Testamento (e dell'Islam) il Nuovo Testamento mette in evidenza la novità nell'immagine di Dio, verificatasi nell'incarnazione del Figlio: Dio va incontro ai nostri sensi. Egli è rappresentabile nell'uomo che è suo Figlio 3. L'epoca postconciliare ha portato un calo dell'immagine, che Si spiega con molte ragioni; non possiamo essere tranquilli. Non si dovrebbe ripristinare come cosa estremamente importante, il significato dell'immagine della croce e rispondere cosi alla costante incisiva di tutta la tradizione della fede? Anche nell'attuale orientamento della celebrazione, la croce potrebbe essere collocata sull'altare in tal modo che i sacerdoti e i fedeli la guardino insieme. Nel canone essi non dovrebbero guardarsi, ma guardare insieme lui, il trafitto (Zc 12, 10; Ap 1, 7).

    3. Suscita sempre in me una certa impressione il fatto che i nostri fratelli evangelici, nella trasformazione delle forme medioevali, hanno trovato un ben equilibrato rapporto tra la posizione degli antistiti e della comunità da un lato e la posizione comune in direzione della croce. Fin dai primissimi esordi, essi hanno dato un rilievo molto forte al carattere comunitario del culto e hanno così necessariamente marcato con energia l'ambito delle parti nelle quali antistite e comunità sono rivolti l'uno verso l'altra, mentre in passato, nella liturgia cattolica, esso consisteva soltanto in brevi conversioni per i saluti e per gli inviti a pregare. Ma nell'atto vero e proprio della preghiera ci si rivolge pur lì insieme all'immagine del crocifisso. Ritengo che dovremmo apprendere seriamente da questo. Nella preghiera non è necessario, non è anzi nemmeno conveniente, guardarsi l'uno con l'altro, e tanto meno nel ricevere la comunione. Dipenderà dalle disposizioni locali come si possa soddisfare a questi due punti di vista. Forse l'indicazione data al punto 2. può in molti casi aprire una soluzione pratica. In un uso esagerato e malinteso della «celebrazione rivolta al popolo» si è continuato a rimuovere la croce dal mezzo dell'altare perfino nella basilica di San Pietro a Roma, per non ostacolare la visuale tra il celebrante e il popolo. La croce sull'altare non è però un impedimento alla visuale, ma un punto comune di riferimento. Essa è l'iconostasi, che è scoperta, non ostacola l'andare l'uno verso l'altro, ma media e significa pure per tutti l'immagine che concentra e unisce i nostri sguardi. Ardirei addirittura la tesi che la croce sull'altare non è impedimento ma presupposto della celebrazione «versus populum». Diverrebbe così nuovamente ricca di significato la distinzione tra liturgia della parola e canone. Nella prima si tratta dell'annuncio, e pertanto di un indirizzo immediato, nell'altra di un'adorazione comune, nella quale noi tutti stiamo più che mai durante la invocazione «conversi ad Dominum»: Rivolgiamoci al Signore; convertiamoci al Signore 4!

    * tratto da JOSEPH RATZINGER, La festa della fede. Saggi di teologia liturgica, Milano: Jaca Book, 1984, pp. 129-136.

    NOTE

    1 Cfr. la recensione di J.A. Jungmann all'opera di Nussbaum, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar vor dem Jahre 1000, due volumi, Bonn 1965, in «ZkTh», 88 (1966), pp. 445-450.

    2 E. Peterson, «Die geschichliche Bedeutung der judischen Gebetsrichtung», in: E.P., Fruhkirche, Judentum und Gnosis, Freiburg 1959, pp. 1-14; dello stesso, «Das Kreuz und die Gebetsrichtung», in E.P., Fruhkirche, Judentum und Gnosis; dell'immagine della croce, E. Dinker, Signum crucis. Aufsätze zum Neuen Testament und zur christlichen Archäeologie, Tübingen 1967; dello stesso, Das Apsismosaik von S. Apollinare in Classe, Opladen 1964; P. Stockmeier, Theologie und Kult des Kreuzes bei Joh. Chrysostomos, Munchen 1966.

    3 Cfr. in argomento Chr. von Schonborn, L'icône du Christ. Fondements théologiques, Fribourg 1976.

    4 Vorrei qui accennare alle pregevoli considerazioni con cui F.J. Nuss ha reagito alle mie argomentazioni in: «Internat. kath. Zeitschr.», 8 (1979), pp. 573-575. Non dovrebbero inoltre rimanere disattese, in ogni critica che si possa avanzare a questo proposito, le relative ricerche di Kl. Gamber; rimando a: Geneinsames Erbe. Liturgische Neubesinnung aus dem Geist der früheren Kirche, Regensburg 1980, pp. 82-89; Liturgie und Kirchenbau. Studien zur Geschichte der Messfeier und des Gotteshauses in der Frühzeit, Regensburg 1976; Die Reform der romischen Liturgie. Vorgeschichte und Problematik, Regensburg 1979, pp. 46-52.

  7. #7
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    A DIECI ANNI DAL MOTU PROPRIO "ECCLESIA DEI"


    conferenza, tenuta a Roma, presso l'Hotel Ergife il 24.10.1998, in occasione delle celebrazioni per i dieci anni del Motu proprio "Ecclesia Dei"


    A dieci anni dalla pubblicazione del Motu Proprio "Ecclesia Dei", quale valutazione possiamo fare? Penso che questa sia innanzitutto un'occasione per mostrare la nostra gratitudine e per esprimere ringraziamenti. Le diverse comunità che sono sorte grazie al documento pontificio hanno dato alla Chiesa un gran numero di vocazioni sacerdotali e religiose che con zelo, in letizia e in stretta unione con il Papa, hanno offerto il loro servizio alla Chiesa in questo nostro attuale periodo storico. Per mezzo loro molti tra i fedeli sono stati confermati nella gioia di vivere la liturgia e confermati nel loro amore per la Chiesa o forse hanno riscoperto entrambe le cose. In molte diocesi - e il loro numero è tutt'altro che piccolo - essi servono la Chiesa in collaborazione con i Vescovi e in unione fraterna con quei fedeli che si sentono a loro agio con le mutate forme della nuova liturgia. Per tutto questo non possiamo mancare oggi di rendere grazie.

    Non sarebbe tuttavia realistico se sorvolassimo in silenzio su quelle cose che sono meno positive. In molti luoghi persistono e si perpetuano difficoltà perché alcuni vescovi, preti e fedeli considerano questo attaccamento alla vecchia liturgia come un elemento di divisione che non può non disturbare la comunità ecclesiale e non far supporre una certa riserva quanto all'accettazione del Concilio e, più in generale, all'obbedienza verso i legittimi pastori della Chiesa.

    Le domande che dobbiamo porci sono dunque le seguenti: come si possono superare queste difficoltà? Come si può costruire la necessaria fiducia nei gruppi e nelle comunità che amano l'antica liturgia e che vogliono sia pacificamente integrata nella vita della Chiesa? Ma c'è un'altra domanda che deriva dalle precedenti: qual è la ragione profonda di questa sfiducia e del rifiuto di perpetuare le antiche forme liturgiche?

    È senza dubbio possibile che in questo campo esistano ragioni che sono a monte di ogni considerazione teologica e che hanno le loro radici nel carattere degli individui, o nel contrasto tra i diversi caratteri, o in altri elementi affatto esteriori. Ma è certo che vi sono anche altre e più profonde ragioni che spiegano questi problemi. Due sono le ragioni che vengono più frequentemente addotte: mancanza di obbedienza al Concilio che volle riformati i libri liturgici e rottura dell'unità come conseguenza necessaria del lasciare in uso forme liturgiche differenti. E' relativamente semplice confutare sul piano teoretico questi due ragionamenti. Non è stato il Concilio a riformare i libri liturgici, esso ne ha ordinato la revisione e, a questo fine, ha fissato alcuni principi fondamentali. In primo luogo il Concilio ha dato una definizione di che cos'è la liturgia e questa definizione fornisce un metro di giudizio per ogni celebrazione liturgica. Se si ignorano queste regole essenziali e si accantonano le "normae generales" formulate nei numeri 34-36 della Costituzione "De Sacra Liturgia", allora si che si disubbidisce al Concilio! È alla luce di quei criteri che le celebrazioni liturgiche debbono essere giudicate, siano esse basate sui vecchi o sui nuovi testi. Va qui ricordato quanto osservo il Cardinale Newman: nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa. Una liturgia ortodossa, vale a dire una liturgia che esprime la vera fede, non è mai una raccolta fatta secondo criteri pragmatici di cerimonie diverse, manipolabili ad arbitrio, oggi in un modo e domani in un altro. Le forme ortodosse di un rito sono realtà viventi, sgorgate dal dialogo tra la Chiesa e il suo Signore; sono l'espressione della vita della Chiesa, in cui si condensano la fede, la preghiera e la vita stessa delle generazioni, dove è incarnata nello stesso tempo in forma concreta l'azione di Dio e la risposta dell'uomo. Questi riti possono estinguersi se il soggetto che li usa in un particolare momento scompare, o se questo soggetto viene ad inserirsi in un altro modo di vita. In situazioni storiche diverse l'autorità della Chiesa può stabilire e limitare l'uso dei riti, ma non li vieta mai sic et simpliciter! Cosi il Concilio ha ordinato una riforma dei libri liturgici, ma non ha proibito i libri precedenti. Il criterio espresso dal Concilio è più ampio e più esigente: esso ha invitato tutti all'autocritica. Su questo punto ritorneremo.

    Esaminiamo ora l'altro argomento, quello secondo cui l'esistenza di due riti è un ostacolo all'unità. Occorre qui distinguere fra l'aspetto teologico e quello pratico. Dal punto di vista teoretico e fondamentale occorre rendersi conto che sono sempre esistite molte forme del rito latino e che esse sono gradualmente cadute in disuso in seguito alla maggiore coesione delle culture secolari europee. Fino al Concilio, a fianco del Rito Romano sono esistiti quello Ambrosiano, quello Mozarabico di Toledo, quello di Braga, quello di Chartreux, quello dei Certosini, quello dei Domenicani, il più noto di tutti, e forse altri di cui non ho conoscenza. Nessuno si è mai scandalizzato che i Domenicani, spesso presenti nelle nostre parrocchie, non celebrassero come i preti secolari ma seguissero un rito proprio. Non abbiamo mai avuto alcun dubbio che il loro rito fosse cattolico al pari di quello romano ed eravamo fieri della ricchezza di tante diverse tradizioni. Inoltre si può dire questo: che viene spesso ampliata la libertà che il nuovo Ordo Missae lascia alla creatività, e che la differenza fra liturgie che si celebrano secondo i nuovi libri, così come vengono di fatto messe in pratica e celebrate nei diversi luoghi, è spesso più grande di quella tra l'antica e la nuova liturgia, quando l'una e l'altra vengono celebrate in conformità con le prescrizioni dei libri liturgici. Il cristiano medio, privo di una cultura liturgica specialistica, ha difficoltà a distinguere tra una Messa cantata in latino secondo il vecchio Messale ed una cantata in latino secondo quello nuovo. La differenza fra una celebrazione liturgica che si attiene fedelmente al Messale di Paolo VI e la realtà di celebrazioni in lingua corrente, con tutte le possibili libertà di partecipazione e di creatività, quella differenza si che può essere enorme!

    A me sembra che i contrasti che abbiamo menzionato sono così grandi perché le due forme di celebrazione vengono a giustapporsi a due atteggiamenti spirituali, vale a dire a due modi diversi di concepire la Chiesa e l'essere cristiani. Le ragioni sono molte. La prima è questa: si giudicano le due forme liturgiche dalle loro caratteristiche esteriori e si giunge così alla conclusione che ei sono due differenti atteggiamenti di fondo. Il cristiano medio considera essenziale nella nuova liturgia che essa sia celebrata nella lingua corrente e rivolti ai fedeli, che sia lasciato ampio spazio alla libera creatività e all'esercizio per i laici di un ruolo attivo; nella vecchia liturgia al contrario ritiene essenziale che essa sia in latino, che il sacerdote sia rivolto verso l'altare, che il rito si svolga secondo tutte le prescrizioni e che i fedeli seguano la Messa in preghiera silenziosa senza alcun ruolo attivo.

    Questo punto di vista considera essenziale per una liturgia la sua fenomenologia, non quanto la liturgia stessa considera come essenziale. C'era da attendersi che i fedeli avrebbero interpretato la liturgia a partire dalle forme concrete visibili e che da quelle forme sarebbero stati determinati spiritualmente: i fedeli non penetrano facilmente nelle profondità della liturgia.

    Le contraddizioni e i contrasti che abbiamo elencati non hanno origine né dallo spirito del Concilio, né dai documenti conciliari. Nella "Costituzione sulla Sacra Liturgia" non si parla di celebrazione verso l'altare o verso il popolo; in tema di lingua si dice che il latino deve essere mantenuto pur dando un più ampio spazio al vernacolo "specialmente nelle letture e nelle monizioni, in alcune preghiere e nei canti" (SL, n. 36, 2). Quanto alla partecipazione dei laici il Concilio ribadisce che la liturgia è essenzialmente cura dell'intero Corpo di Cristo, Capo e membra (SL, n. 7), che essa appartiene "all'intero Corpo mistico della Chiesa" (SL, n. 26) e conseguentemente comporta "una celebrazione comunitaria con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli" (SL, n. 27). E il testo specifica: "nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia soltanto e tutto ciò che gli compete, secondo la natura del rito e le norme liturgiche" (SL, n. 28); e ancora: "per promuovere la partecipazione attiva si curino le acclamazioni del popolo, le risposte, la salmodia, le antifone, i canti, come pure le azioni, i gesti e l'atteggiamento del corpo; si osservi anche, a tempo debito, il sacro silenzio" (SL, n. 30).

    Queste le direttive del Concilio; esse possono fornire a tutti materia di riflessione. In una pane dei liturgisti moderni c'è purtroppo la tendenza a sviluppare i principi del Concilio in una sola direzione, rovesciando così gli intendimenti stessi del Concilio. Il ruolo del sacerdote è ridotto da alcuni a qualcosa di semplicemente funzionale. Il fatto che il Corpo di Cristo nella sua interezza è il soggetto della liturgia viene spesso stravolto fino al punto che la comunità locale diviene il soggetto autosufficiente della liturgia e i diversi ruoli vengono distribuiti al suo interno. C'è poi una pericolosa tendenza a minimizzare il carattere sacrificale della Messa e ad indurre alla sparizione del mistero e del sacro con il pretesto - un pretesto asserito imperativo - che in questo modo ci si fa comprendere meglio. Infine si percepisce la tendenza a frammentare la liturgia, mettendo arbitrariamente in rilievo il suo carattere comunitario e conferendo all'assemblea il potere di decidere riguardo alla celebrazione.

    Esiste anche, fortunatamente, una cena avversione per un razionalismo pieno di banalità e per un pragmatismo di ceni liturgisti, siano essi dei teorici o dei pratici, e si constata un ritorno al mistero, all'adorazione, al sacro e al carattere cosmico ed escatologico della liturgia, come sottolineato dalla "Oxford Declaration on the Liturgy" del 1996. Occorre riconoscere, d'altra parte, che la celebrazione della vecchia liturgia aveva perduto molto, rifugiandosi nell'individualismo e nel privato, e che la comunione fra sacerdote e popolo era insufficiente. Ho grande rispetto per i nostri vecchi che durante la Messa bassa recitavano le orazioni contenute nei loro libri di preghiere, ma non si può ceno considerare questo come l'ideale di una celebrazione liturgica. Forse, queste riduzioni delle forme celebrative sono la vera ragione per cui in molti paesi la scomparsa dai vecchi libri liturgici non ha avuto peso e la loro perdita non ha causato dolore. Non c'era mai stato, infatti, un contatto con la liturgia in sé. D'altra parte, là dove il Movimento liturgico aveva suscitato un certo amore per la liturgia e aveva anticipato le idee essenziali del Concilio - come, ad esempio, la partecipazione di tutti nella preghiera all'azione liturgica — proprio lì è stato maggiore il dolore, di fronte ad una riforma intrapresa troppo frettolosamente e spesso limitata all'esteriorità. Là dove, invece, il Movimento liturgico non è mai esistito la riforma non ha sollevato, in un primo tempo, dei problemi. Questi sono sorti solo sporadicamente là dove il mistero sacro ha ceduto il posto ad una creatività selvaggia.

    Per questo è molto importante osservare i principi essenziali della "Costituzione sulla sacra liturgia", che ho ricordati sopra, anche quando si celebra con il vecchio Messale. Nel momento in cui questa liturgia tocca profondamente i fedeli con la sua bellezza e ricchezza, allora essa sarà amata e non la si porrà più in contrapposizione inconciliabile con la nuova liturgia, purché i criteri siano fedelmente applicati secondo i desideri del Concilio.

    Continueranno ad esistere, certamente, accenti spirituali e teologici differenti: non saranno due modi opposti di essere cristiani ma, al contrario, patrimonio della stessa ed unica fede.

    Quando, pochi anni fa, qualcuno ha proposto "un nuovo movimento liturgico" per evitare che le due forme liturgiche si distanziassero troppo fra loro e per portare a frutto la loro intima convergenza, alcuni amici della vecchia liturgia hanno espresso il timore che questo fosse solo uno stratagemma o un trucco per ottenere finalmente la completa eliminazione della vecchia liturgia. Queste preoccupazioni e queste paure debbono finire! Se l'unità della fede e l'unicità del mistero appaiono chiaramente in entrambe le forme di celebrazione, ciò può essere solo motivo di rallegrarsi e ringraziare Dio. Quanto più noi tutti crediamo. viviamo e agiamo con tale motivazione, tanto più saremo capaci di persuadere i vescovi che la presenza dell'antica liturgia non turba né rompe l'unità delle loro diocesi, ma è invece un dono destinato a rafforzare il Corpo di Cristo, del quale siamo tutti i servitori.

    Così, miei cari amici, vorrei esortarvi a non perdere la pazienza, a continuare ad essere fiduciosi e ad attingere dalla liturgia la forza per rendere testimonianza al Signore in questo nostro tempo.

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    Considerazioni esposte nel libro
    "Il sale della terra"


    [Peter Seewald] Mi chiedo perché la Chiesa non trasmetta meglio la fede a noi ignari e cristiani analfabeti, perché non ricordi più spesso la grandezza del Cattolicesimo, la libertà di pensiero, il perdono e la misericordia. Mi mancano anche i suoi riti tradizionali, le sue usanze e le feste che potrebbe celebrare con orgoglio e con la capacità derivatale da duemila anni di esperienza. In un libro di Isaac Singer ho trovato la descrizione della tradizionale festa ebraica delle capanne: il rabbino salmodiò la preghiera di benedizione del pasto e tenne una predica; i Chassidim si entusiasmarono perché una tale interpretazione della Torà non era mai stata data. Il rabbino aveva svelato dei santi segreti. Alla sera la tavola fu apparecchiata con la tovaglia dei giorni festivi. Poi fu deposto un pezzo di pane e vicino fu collocata una caraffa piena di vino e un calice per il qiddush. I partecipanti ebbero l'impressione che la capanna, allestita in una delle loro case, si trasformasse nella dimora di Dio. Da noi avviene piuttosto che le feste cristiane si trasformino in feste popolari con pâté di fegato e birra.

    [Card. Joseph Ratzinger ] Qui si riaffaccia il tema della fusione di Cristianesimo e società e della penetrazione del Cristianesimo nelle usanze e nelle feste sociali, di cui abbiamo già parlato. In questo contesto pero vorrei introdurre un altro tema. Il rabbino non ha detto certo niente di nuovo, ma il rito, svoltosi in modo devoto e festoso, ha proposto il contenuto in modo davvero nuovo e rendendolo nuovamente presente.
    Nella nostra riforma liturgica c'è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più "piatta". In questo modo, pero, l'essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese. Perché in essa non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità.
    Allorché l'Ebraismo perse il Tempio, rimase legato alle feste e ai riti sinagogali, e fu tenuto unito proprio grazie a questi grandi riti, in quanto celebrazioni della casa rimasta fedele al culto di Dio. Nei riti c'è una forma comune di vita, che non dipende solo da ciò che si comprende a livello superficiale, ma che ha a che fare con la grande continuità della storia della fede, che in essa si manifesta, e che rappresenta un'autorità, che non viene dal singolo. Il prete non è un presentatore che si inventa qualcosa e lo comunica abilmente. Può essere al contrario completamente sprovveduto come presentatore, perché comunque rappresenta qualcosa d'altro che non dipende affatto da lui.
    Naturalmente anche la comprensibilità fa parte della liturgia e per questo la parola di Dio deve essere presentata bene e, poi, altrettanto bene spiegata e interpretata. Ma alla comprensibilità della parola contribuiscono altre modalità di comprensione. Prima di tutto essa non è qualcosa che viene continuamente inventato da nuove commissioni. Altrimenti diverrebbe qualcosa di fatto in casa, a propria misura, tanto se le commissioni si riuniscono a Roma, a Treviri o a Parigi. Invece essa deve avere la sua continuità, una sua non arbitrarietà ultima, in cui io possa incontrare i millenni e, attraverso essi, l'eternità, e in cui possa entrare in rapporto con una comunità in festa, che è qualcosa di ben diverso da ciò che un comitato o l'organizzazione di una festa potrebbero mai inventarsi.
    Credo che proprio su questo punto sia nato un nuovo tipo di clericalismo, a partire dal quale si Può comprendere meglio la richiesta del sacerdozio femminile. Viene attribuita importanza al sacerdote in persona, nella sua persona; egli deve essere abile e saper rappresentare tutto molto bene. È lui il vero centro della celebrazione. Di conseguenza, ci si chiede perché solo certe persone possono farlo. Se egli, al contrario, si fa indietro in quanto persona ed è davvero solo un rappresentante, e si limita a compiere con fede quel che gli è richiesto, allora quel che avviene non gira più intorno a lui, non ha la sua persona come centro, ma egli si fa da parte ed emerge finalmente qualcosa di più grande. In questo si deve vedere ancora di più la forza dirompente della tradizione non manipolabile. La sua bellezza e la sua grandezza toccano anche chi non sa elaborare e capire razionalmente tutti i dettagli. Al centro sta allora la parola, che viene annunciata e spiegata.

    [Peter Seewald] Per reagire a questo appiattimento e a questa perdita di fascino e di sacralità, non sarebbe opportuno pensare a un recupero dell'antico rito?

    [Card. Joseph Ratzinger ] Da sola, questa non è una soluzione. Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? Ma un semplice ritorno all'antico non è una soluzione. La nostra cultura si è così trasformata negli ultimi trent'anni che una liturgia celebrata esclusivamente in latino comporterebbe un'esperienza di estraniamento, insuperabile per molte persone. Quello di cui abbiamo bisogno è una nuova educazione liturgica, soprattutto dei sacerdoti. Deve diventare nuovamente chiaro che la scienza liturgica non esiste per produrre continuamente nuovi modelli, come può valere per l'industria automobilistica. Esiste per introdurre l'uomo nelle feste e nella celebrazione, per disporre gli uomini ad accogliere il Mistero. Ce lo insegnano le chiese orientali, ma anche le religioni di tutto il mondo, che sanno come la liturgia sia qualcosa di diverso dall'invenzione di testi e riti e che essa vive proprio di ciò che non è manipolabile. I giovani ne hanno una profonda percezione. I luoghi dove la liturgia viene celebrata senza fronzoli e in modo riverente esercitano notevole forza di attrazione, anche se non si capisce ogni suo singolo elemento. Abbiamo bisogno di luoghi come questi, capaci di offrire dei modelli. Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Cosi siamo sicuramente su una strada sbagliata.

    Da: JOSEPH RATZINGER, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa Cattolica nella svolta del terzo millennio. Un colloquio con Peter Seewald, Cinisello Balsamo: Ed. S.Paolo, pp. 199-202.

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