La madre di tutte le riforme è quella fiscale

Non di sole banche vive un Paese. Le polemiche su Antonio Fazio, e la catena di avvenimenti che ha minato la sua poltrona, continuano a tenere banco sulle pagine dei giornali. Sono uscite dal recinto protetto dell'economia, arrivando a lambire territori tradizionalmente infuocati. Ma e' giusto, e' sano, e' “normale” che la riforma della Banca d'Italia e la cacciata del governatore diventino il bottone magico da premere per decretare il riscatto del nostro Paese? L'erosione della credibilita' delle nostre istituzioni, apparentemente suggellata dalle conversazioni fra Fazio e Fiorani e da una pioggia di articoli del Financial Times, e' davvero e soltanto riconducibile a una faida fra banchieri? Il problema non e' tanto quello di tacere un malessere che esiste, un protezionismo abusato ancorche' esploso per una frana di interessi e relazioni, e non a causa di un ravvedimento genuino circa le virtu' dei meccanismi di mercato. Non e' dal salvataggio o dall'esecuzione rituale di Fazio che dipende il futuro del nostro Paese. Parliamo e sparliamo pure di Bankitalia, divertiamoci a ricostruire le trame della finanza laica e di quella cattolica, avanziamo allegramente le ipotesi piu' varie su pupi e pupari. Evitiamo pero' di prenderci in giro, e di pensare che bruciando il fantoccio del governatore scompaiano per magia tutte le metastasi del cancro italiano. Bassa crescita, fisco oppressivo, welfare in crisi, imprese moribonde c'entrano nulla con questo spettacolare scontro di poteri. L'hanno scritto bene Ernesto Felli e Giovanni Tria sul “Foglio”, stigmatizzando i molti appelli di questi giorni, sottoscritti con passione dalla crema della professione economica. E' inquietante constatare il diverso peso specifico di due diverse conversazioni estive: quella sul futuro del governatore, che ha monopolizzato le prime pagine dei quotidiani d'opinione, e quella sulla flat tax, l'imposta ad aliquota unica che ha calamitato l'attenzione di un nucleo sparuto di critici ed appassionati fautori. Un sistema fiscale ad aliquota unica ha molti pregi. Il primo e piu' rilevante e' che non penalizza chi crea ricchezza. Non rende meno attraente la prospettiva di diventare ricchi, non penalizza la creativita', com'e' invece il caso di un'imposizione progressiva, e tanto piu' uno si dimostra capace sul mercato, tanto maggiore e' la quota di reddito che deve sacrificare all'erario. La flat tax semplificherebbe enormemente le fatiche dei contribuenti, per i quali oggi pagare le tasse e' un problema, un'operazione terribilmente complicata per cui serve l'aiuto di un esperto, aggiungendo il danno alla beffa: non solo lo Stato mi ruba quattrini, ma pure il tempo necessario a compilare una modulistica astrusa. La semplificazione e' di per se' un fattore di equita'.

La “flat tax” e' un'idea nata da due economisti di Stanford, Alvin Rabushka e Robert Hall, e nonostante in America non abbia ancora avuto fortuna, e' stata importata con successo da molti Paesi dell'Est europeo. In un “Focus”, uscito per l'Istituto Bruno Leoni, Daniel J. Mitchell, uno dei maggiori esperti del ramo, traccia la mappa di una rivoluzione dirompente. A giorni, sara' la Grecia ad annunciare l'adozione della flat tax. In Polonia, il suo futuro dipende dall'esito delle prossime elezioni. In Germania, e' diventata ormai il vero pomo della discordia fra Angela Merkel e Gerhard Schroeder, la issue piu' accesa della campagna elettorale. Da noi se ne e' parlato come curiosita' di fine agosto, hanno soffiato sul fuoco (e ne va dato loro grande merito) il ministro Martino e Il Sole 24 Ore, eppure il dibattito e' stato accademico, stentato, con esponenti della maggioranza e dell'opposizione subito pronti a chiudere la porta ad ogni scenario di riforma. E altrettanto prontii a chiacchierare per ore sul futuro di Fazio, intolleranti ad una discussione di politica nel senso piu' vero e nobile del termine, versatissimi nel soppesare interessi e gestire equilibri.

Questo da' la misura di che cos'e' la classe dirigente del nostro Paese: una variegata marmaglia di profittatori, del tutto indifferenti al futuro dei loro simili cui e' stato dato in sorte di nascere sulla stessa penisola. Ma gente istintivamente disponibile a esercitarsi in duelli all'ultimo sangue, per garantire il network degli amici degli amici. E' possibile che faccia piu' notizia il dilemma di salvare o affogare un regolatore, che il futuro del Paese? E' possibile farsi cosi' convintamente trascinare dalla marea delle notizie, da dimenticare quali sono le riforme di cui abbiamo bisogno, non per soddisfare questo o quel coagulo di interessi, ma perche' la nostra economia non continui ad appassire?

L'assedio a Bankitalia e' una vicenda importantissima, chi lo nega. Ma che essa risucchi ogni altro problema, fino ad annullare il peso di faccende ben piu' importanti per il futuro non di Fazio ma del figlio della signora Rossi di Pontremoli e del signor Bianchi di Gallipoli, be', e' inquietante. E' da pazzi spendere giorni e giorni per curare un mal di schiena, quando si ha un tumore.

di Alberto Mingardi