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  1. #1
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    Predefinito FEDERICO II massone italiano e mondialista ante litteram

    Qualche anno fa, in occasione
    della mostra su Federico
    II, alcuni giornali,
    spinti da eccessivi ardori patriottici
    hanno scritto che fra
    i cimeli esposti c’era anche
    quel che restava del Carroccio
    strappato in battaglia ai Milanesi
    nella battaglia di Cortenuova
    nel 1237.
    Il troppo amore per la (loro)
    patria e la sua “sacra” unità, il
    livore antipadano, la solita superficialità
    condita di servilismo
    politico hanno fatto commettere
    ai giornalisti-lacchè
    di regime una imprudenza: in
    realtà nella mostra non c’era
    traccia del Carroccio (che non
    era neppur menzionato dal catalogo)
    né poteva esserci perché,
    se mai era arrivato a Roma,
    era subito stato distrutto.
    Ma con tutta probabilità, come
    si vedrà, non c’era neppure
    mai arrivato. (1)
    C’era invece nella mostra, e
    c’è ancora in Campidoglio,
    una parte del monumento
    concepito per alloggiare il
    Carroccio e che ha dato il nome
    a una sala dello stesso palazzo.
    Del monumento esiste
    una storia dettagliata. Costruito
    per sostenere il fantomatico
    Carroccio, questa specie
    di baldacchino, consistente
    in due colonne di marmo
    verde e tre di granito e in un
    architrave di marmo incisa, fu
    descritto come già danneggiato
    nella prima metà del XV secolo.
    (2) Se ne perdono poi le
    tracce per tre secoli fino al
    1727, quando alcuni suoi resti
    ricompaiono vicino alle carceri
    capitoline: si tratta di due
    colonne di marmo verde antico
    che vengono ricomposte
    nella Sala dei Capitani in
    Campidoglio, dove si trovano
    tuttora. (3) L’iscrizione celebrativa
    è stata invece a lungo
    conservata all’interno del Palazzo
    Senatorio e nel 1744 è
    stata trasferita sulle scale del
    Palazzo dei Conservatori e più
    di recente esposta nella sala
    detta appunto del Carroccio.
    Si tratta di un epistilio iscritto
    di 6 metri di lunghezza e di
    36 centimetri di altezza. (4)
    Il Carroccio non c’è più e in
    realtà non c’è mai veramente
    stato anche se una leggenda dura a morire sostiene
    il contrario. Si tratta di una balla costruita
    ad arte da Federico II in funzione autocelebrativa
    e propagandistica.

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  2. #2
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    Predefinito

    I fatti sono noti: Federico II è l’imperatore
    mezzo tedesco e mezzo terrone del Sacro Romano
    Impero (il padre era Enrico VI, figlio del
    Barbarossa e la madre la principessa siculo-normanna
    Costanza di Altavilla). Fu allevato alla
    corte di Palermo dalla madre, rimasta precocemente
    vedova, che odiava i tedeschi; impregnato
    di cultura araba, mediterranea e classica,
    aveva costruito, partendo da Palermo, il primo
    esempio di moderno stato accentratore e burocratico
    e, per questo, è tanto ammirato dai centralisti
    e dagli statocratici di tutti i tempi. Soppresse
    (o cercò di sopprimere) ogni potere intermedio
    esercitando il dominio diretto del potere
    centrale sui sudditi mediante una casta di
    burocrati e funzionari in larga parte siciliani e
    pugliesi. “Fino ad allora il servizio imperiale era
    stato disimpegnato da uno o due legati tedeschi,
    e il governo cittadino da nobili dell’Italia
    settentrionale eletti podestà: ora, improvvisamente,
    si riversavano per tutta la penisola i pugliesi.
    Tutti i gradi della burocrazia vedevano
    un gran numero di gente di Puglia, abile e fidata
    - fedeltà garantita dalle famiglie e dai beni lasciati
    al sud - di modo che gli studenti bolognesi
    dicevano con sarcasmo di certe città, che esse,
    a causa delle loro discordie interne, erano
    adesso costrette a pagare il tributo a Cesare e a
    piangere sotto il giogo pugliese”. (5)
    La burocrazia federiciana occupò ogni spazio:
    “accanto ai vicari generali e ai podestà imperiali,
    comparve presto un esercito di sottovicari,
    capitani di fortezza, funzionari di finanza, personale
    giudiziario e cancelleresco, e altri impiegati
    di grado inferiore”, non più composto da
    “oppressori stranieri tedeschi ma da stranieri
    del sud”. (6)
    Una politica del genere non poteva che portare
    portare
    Federico II in immediata rotta di collisione
    con le città padane così attaccate della propria
    autonomia, e insofferenti di poteri lontani e
    prepotenti, oltre a tutto rapaci, esosi e ladri. In
    più, questa situazione veniva a sovrapporsi a
    una vecchia inimicizia (risalente alle lotte contro
    il Barbarossa, mezzo secolo più addietro) e a
    lacerazioni mai rimarginate fra la Padania e il
    potere romano-germanico.
    Per di più, se il Barbarossa era un prepotente
    dotato però di una riserva di ragionevolezza,
    suo nipote Federico era una sorta di invasato
    megalomane che si credeva la reincarnazione di
    Dio: chiamò Iesi, la cittadina vicina a Loreto dove
    era nato “la sua Betlemme” e “non mancò di
    paragonare la “divina madre” che l’aveva generato
    con la madre di Cristo”. (7) Odiava ferocemente
    i Lombardi e la loro voglia di libertà: la
    sua idea fissa era che “le dieci o dodici città della
    Lega erano le perturbatrici della pace mondiale”
    e che “costringerle alla pace era compito
    demandatogli da Dio in persona”. (8) Riteneva i
    Lombardi dei malvagi e nutriva per loro un
    odio viscerale. Al re di Francia aveva scritto:
    “Non appena, negli anni che ci maturavano e
    nella forza ardente dello spirito e del corpo,
    ascendemmo, contro ogni umana aspettazione,
    per unico cenno della provvidenza divina, ai fastigi
    dell’impero romano [...] ; sempre drizzammo
    l’acutezza della nostra mente a perseguire
    le offese fatte (dai Lombardi) al padre e all’avo
    nostro, ed a svellere i piantoni di empia libertà
    già attecchiti in altri luoghi”. (9)
    I Padani erano ribelli all’autorità ed eretici
    (molti di loro erano Patarini) e per l’invasato
    imperatore la guerra ai Lombardi si trasformava
    in una specie di guerra santa che doveva
    coinvolgere l’intero orbe terracqueo di cui si
    considerava signore e padrone e non riusciva a
    capire perchè il Pontefice lo ostacolasse in questa
    sua crociata di “giustizia imperiale”. “La
    guerra contro i Lombardi appariva quindi affare




    1) Catalogo
    (2) Lo descrive Nicolò Signorili, autore di una Descriptio Urbis
    Romae eiusque excellentia dedicata al papa Martino V. Il Signorili
    ha anche ricopiato abbastanza correttamente l’epigrafe.
    (3) Si tratta di due colonne di “verde antico”, un marmo
    piuttosto prezioso proveniente dalla cava tessalica di Atrax,
    perciò detto anche marmor Thessalicum o Atracium. Provengono
    certamente dalle rovine di qualche costruzione antica
    ; solo i capitelli sono di fattura medievale. Delle altre tre
    colonne di granito grigio (proveniente dalle cave egizie del
    mons Claudianus) se ne è forse ritrovata una, che oggi (poco
    gloriosamente) regge una copia della lupa capitolina all’ingresso
    del palazzo senatorio.
    Margherita Guarducci, “Federico II e il monumento del Carroccio
    in Campidoglio”, su Xenia, (VIII) 1984, pagg. 83-94.
    (4) L’epigrafe è incisa con caratteri di tipo “capitale” con alcuni
    elementi gotici, alti 6 centimetri. È preceduta da una
    croce radiata (un segno “orientale”) e si sviluppa su tre righe
    sovrapposte. L’iscrizione è in latino: Cesaris Augusti Friderici,
    Roma, secundi dona tene currum perpes in Urbe decus.
    Hic Mediolani captus de strage triumphos Cesaris ut referat
    inclita preda venit. Hostis in opprobrium pendebit, in Urbis
    honorem mictitur, hunc Urbis mictere iussit amor. (“O Roma,
    mantieni come dono di Federico secondo Cesare Augusto,
    a perpetuo ornamento nella Città, questo carro. Esso,
    preso a Milano dalla sanguinosa battaglia, viene a te, insigne
    preda, a rappresentare i trionfi di Cesare. Penderà a vergogna
    del nemico, è mandato in onore della Città; l’amore della
    Città comandò di mandarlo”).
    Margherita Guarducci, “L’iscrizione sul monumento del Carroccio
    in Campidoglio e la sua Croce radiata”, su Xenia, (XI)
    1986, pagg.75-84.


    (5) Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore (Milano : Garzanti,
    1988), pagg. 486, 487.
    (6) Ibidem Al vertice di questa complessa struttura burocratica
    (prevalentemente pugliese) si pone un ristretto clan di
    potere (principalmente composto da siciliani e da congiunti
    di Federico II) dalle connotazioni molto simili a quelle mafiose
    o di certe associazione malavitose e politiche dei nostri
    giorni: “Emergono così d’improvviso nell’amministrazione
    italica i nomi già noti dei giovani siciliani di bell’ingegno: i
    Filangieri e gli Eboli, gli Acquaviva e gli Aquino, i Morra e i
    Caracciolo; e accanto a questi, i figli dell’imperatore: Enzio e
    Federico d’Antiochia, il poco noto Riccardo di Theate e, in
    seguito, re Enrico, figlio di Isabella di Inghilterra; quindi i
    generi di Federico, che avevano avuto in moglie le sue figlie
    illegittime: Ezzelino da Romano, signore della marca trevisana,
    e Giacomo del Carretto, marchese di Savona, e Riccardo
    di Caserta e Tommaso d’Aquino juniore; infine i marchesi
    Galvano e Manfredi Lancia, e il conte Tommaso di Savoia,
    parenti dell’imperatore per mezzo di re Manfredi”.
    Ernst Kantorowicz, op. cit., pag. 487.
    (7) Ibidem, pag. 7
    (8) Ibidem, pag. 421. Giova anche ricordare come Federico si
    riferisse a sé stesso come “l’Unto dal Signore”.
    (9) Ibidem, pag. 422

  3. #3
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    Predefinito

    i tutto l’orbe: e pertanto l’imperatore
    invitò a una dieta a
    Piacenza anche i messi di tutti
    i re d’Europa, per potere, in
    comune, ridurre alla tranquillità
    quei pochi perturbatori
    della pace universale ...” (10)
    “L’atteso imperatore-messia,
    instauratore del regno della
    giustizia, doveva dunque mostrarsi
    come il rinnovatore dell’antico
    impero romano, della
    pace universale del princeps
    Augusto e dell’antica sistemazione
    del mondo sotto Roma
    imperiale”. (11)
    Era così ancora una volta
    Roma, l’eterna nemica della
    Padania, che si affacciava sulla
    nostra valle con la solita brutalità,
    per togliere ogni libertà e
    ricchezza ai nostri popoli: e
    questa volta aveva il volto di
    un pazzo megalomane.
    Le sue armi sono state anche
    allora quelle di sempre: violenza,
    inganno e istigazione alle
    divisioni fratricide. Federico
    corruppe o illuse traditori e pavidi,
    divise i Lombardi e mise
    assieme un esercito di avventurieri:
    cavalieri feudali tedeschi,
    siciliani, italiani, accanto
    a saraceni, fanti offerti dalle
    città fedeli all’impero e cavalieri e arcieri prezzolati
    dalla più varia provenienza. Contro di lui
    c’era la forte alleanza di Milano e Venezia, cui si
    erano unite Vicenza, Treviso, Padova, Mantova e
    poche altre città.
    Il 27 novembre 1237 si scontra a Cortenuova
    con l’esercito della Lega e lo batte conseguendo
    però una vittoria che non fu certo così sfolgorante
    o decisiva come la efficiente macchina
    propagandistica imperiale ha fatto credere.
    Federico è però sempre stato molto attento
    all’aspetto “propagandistico” delle proprie imprese
    e volle che quel limitato episodio bellico
    venisse descritto e festeggiato come una “grande
    vittoria”, così fin dal giorno dopo si cominciò
    attraverso documenti e “manifesti” dal tono
    piuttosto duro a diffondere la notizia che Federico
    aveva sbandato i rebelles e catturato il Carroccio
    milanese. (12)
    Egli “esibì” in effetti un Carroccio su cui era

    legato il podestà di Milano Pietro Tiepolo, che
    era anche figlio del Doge di Venezia (incarcerato
    in Puglia sarà, con pompa mediterranea,
    sgozzato due anni dopo), lo fece trascinare da
    un elefante prima fino a Cremona e poi da muli
    (e non da tori bianchi, in segno di scherno) in
    una teatrale parata, durata molti mesi, che ha
    attraversato in segno di monito molte atterrite
    città.
    Il Carroccio arrivò a Roma nell’aprile del
    1238, accolto in tripudio dal popolo in una cerimonia
    degna dei trionfi degli antichi imperatori,
    fu offerto al Senato romano e collocato in
    28 - Quaderni Padani Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997
    Federico II, figlio di Enrico
    IV e di Costanza di Altavilla.
    (10) Ibidem, pag. 422.
    (11) Ibidem, pag. 424.
    (12) Historia diplomatica Friederici Secundi, ed. di J.L.A.
    Huillard-Bréholles, vol. 5/1 (Paris, 1857-59). Citata in: Ernst
    Voltmer, Il Carroccio (Torino: Einaudi, 1994), pagg. 221 e
    222.


  4. #4
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    Campidoglio sulle 5 colonne di cui si è già parlato.
    (13)
    Si è trattato di una perfetta messa in scena,
    fin troppo perfetta per un avvenimento che si è
    svolto nel bel mezzo di una guerra. E, in effetti,
    c’era il trucco. Nella realtà i Milanesi avevano
    fatto in tempo a smontare il loro Carroccio e a
    portarsi via le parti più importanti del prezioso
    veicolo, fra cui la Croce. A Federico non restò
    che raccogliere la mattina dopo la battaglia, sul
    campo, fra la mota quello che i Milanesi il giorno
    prima non avevano portato via. Galvano
    Fiamma (1283-1344) sostiene che si sarebbero
    trovate solo le ruote del vero Carroccio. (14)
    Della stessa opinione sono l’umanista Giorgio
    Merula (1430-94) e la storica Margherita Guarducci.
    (15) Appare probabile che il Carroccio
    portato a Roma fosse in realtà solo una collezione
    di relitti o addirittura un carro costruito lì
    per lì con una frettolosa operazione di collage.
    In ogni caso non era il Carroccio milanese. (16)
    I pezzi di legno collocati con tanta pompa in
    Campidoglio non ebbero vita né lunga né gloriosa
    perché furono quasi subito bruciati dai
    Romani, si pensa su istigazione del Papa e in
    odio a Federico, dopo l’effimero entusiasmo per
    Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997 Quaderni Padani - 29
    (13) È interessante notare come i cronisti dell’epoca abbiano
    descritto gli avvenimenti con sospetta uniformità di immagini:
    la potente macchina propagandistica imperiale deve
    avere allora inventato le “veline” dell’informazione di regime.
    “Tunc etiam Mediolani potestas filius ducis Venetum captus
    est. Similiter et carrochium cepit et Cremonam duxit” (“Allora
    fu catturato il podestà di Milano, figlio del Doge di Venezia.
    Allo stesso modo (il re) catturò il carroccio e lo portò
    a Cremona”) (Ryccardus de S. Germano, M.G.H. SS XIX,
    pag. 375)
    “Eodem namque mense mandavit imperator Romam carocium
    Mediolani super mullos qui illud portaverunt, cum
    multis signis et vexillis et tubis per partes Pontremulli”
    (“Nello stesso mese l’imperatore mandò il carroccio di Milano
    su dei muli che lo trasportarono, insieme a molte insegne,
    vessilli e trombe dalle parti di Pontremoli”) (Annales
    Placentini Gibellini, M.G.H. SS XVIII, pag. 478)
    “..et carocium Mediolanensis eis astilit et eum mixit Romam”
    (“... e prese loro il carroccio dei milanesi e lo mandò a
    Roma..”) (Annales Parmenses Maiores, M.G.H. Ss XVIII, pag.
    669)
    “Et eodem anno factum fuit prelium Curtis-nove per imperatorem
    Federicum, et captum fuit carocium Mediolani”
    (“E nello stesso anno venne fatta una battaglia a Cortenuova
    da parte dell’imperatore Federico, e fu catturato il carroccio
    di Milano”) (Annales Cremonenses, M.G.H. SS XXXI, pag.17)
    “...et capto potestate eorum cum carezolo conversi sunt, et
    imperator misit suprascriptum carezolum (Romam)” (“... e,
    catturato il loro podestà col carroccio si ritirarono, e l’imperatore
    mandò a Roma il suddetto carroccio”) (Annales Bergomates,
    M.G.H. SS XXXI, pagg. 333-334)
    “Et eo anno die quarto exeunte Novemb. Mediolanenses vero
    ad exercitu imperatoris devicti et mortui fuerunt, et
    suum carocium apud Curtemnovam amiserunt; et etiam filius
    ducis Veneciarum, qui tunc temporis erat potestas Mediolan.,
    captus fuit et in civitate Cremone in carceribus ductus
    fuit.” (“E nello stesso anno, il quarto giorno dell’uscente
    mese di novembre i milanesi furono sconfitti e uccisi dall’esercito
    dell’imperatore, e persero il loro carroccio presso
    Cortenuova; inoltre il figlio del Doge di Venezia, che in quel
    tempo era podestà di Milano, fu catturato e portato in catene
    nella città di Cremona”) (Alberti Milioli Notarii Regini Liber
    de Temporibus, M.G.H. SS XXXI, Tomus II, pag. 512).
    Alla fine del XV secolo, la storiella è stata ripresa e “codificata”
    nella sua versione più nota e apologetica da Pandolfo
    Collenuccio, significativamente considerato uno dei progenitori
    del meridionalismo, nel suo Compendio delle historie
    del regno di Napoli (Venezia, 1539).
    (14) Galvano Fiamma, Chronicon extravagans et Chronicon
    majus, citato in: Ernst Voltmer, op. cit., pag. 209.
    Si vedano anche: L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores,
    XI, Mediolani 1827, coll.673 s. e Id., Flamma, vissuto nel
    medesimo secolo XIII. Annali d’Italia, VII, Milano 1744,
    pag.238.
    (15) “Quidam captum quoque fuisse Madiolanensium carrotium
    dicunt; alii partem tantum eius ferunt: opinantes pridie
    ab Henrico Moguntiaco post afflictas opes laceratum, et
    ornamentis omnibus detractis carrum ibidem relictum,
    quem Fridericus trophaei morem ad amicas civitates miserit.
    Captum vero constat Teupolum Praetorem et Elephanto
    impositum per urbem Cremonam et Laudem circumductum”.
    (“Alcuni dicono che fu catturato anche il carroccio dei
    milanesi; altri dicono che fu presa solo una parte; costoro
    sostengono che il giorno prima era stato smembrato da Enrico
    di Magonza dopo il disastro e, tolti tutti gli ornamenti,
    era stato abbandonato il carro, che poi Federico mandò come
    trofeo alle città sue alleate. Fu anche catturato il pretore
    Tiepolo, e fu posto su un elefante e portato attraverso Cremona
    e Lodi”) Georgii Merulae Alexandrini Antiquitatis Vicecomitum
    libri X, Lovanio 1704, pag. 286.
    “In realtà la vittoria venne, a quanto risulta, un po’ esagerata
    e il Carroccio si ridusse a qualche resto raccolto la mattina
    dopo sul campo di battaglia, fra la mota, quando le parti più
    importanti del prezioso veicolo, fra cui la Croce, erano già
    state portate in salvo il giorno prima dai guerrieri milanesi.”
    Margherita Guarducci, “Federico II e il monumento del Carroccio
    in Campidoglio”, op. cit., pag. 83.
    (16) Che si trattasse di parti e non di un Carroccio intero lo si
    deduce anche dalla fattura del monumento capitolino che
    serviva a esporre degli oggetti appesi e non a sorreggere un
    oggetto tridimensionale di grandi dimensioni. La fattura del
    monumento sembra dare ragione alla tesi di Galvano Fiamma
    che limitava alle ruote il bottino effettivamente catturato.
    Anche su questo punto però i conti non tornano : secondo lo
    storico Girolamo della Corte, citando Bernardino Corio, dopo
    la battaglia di Cortenuova, Federico “a Veronesi donò le
    ruote del Carroccio de’ Milanesi, e volle che a perpetua memoria
    di così felice impresa fossero, come piace al Coiro,
    poste sopra quattro alte colonne nella Città”. Le ruote furono
    spartite o nella foga i propagandisti di Federico avevano
    acceduto nel procurarsi ruote di Carroccio?
    Girolamo della Corte, Dell’Istoria della città di Verona, vol. I
    (Venezia, 1744), pag. 314.

  5. #5
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    I fatti sono noti: Federico II è l’imperatore
    mezzo tedesco e mezzo terrone del Sacro Romano
    Impero (il padre era Enrico VI, figlio del
    Barbarossa e la madre la principessa siculo-normanna
    Costanza di Altavilla). Fu allevato alla
    corte di Palermo dalla madre, rimasta precocemente
    vedova, che odiava i tedeschi; impregnato
    di cultura araba, mediterranea e classica,
    aveva costruito, partendo da Palermo, il primo
    esempio di moderno stato accentratore e burocratico
    e, per questo, è tanto ammirato dai centralisti
    e dagli statocratici di tutti i tempi. Soppresse
    (o cercò di sopprimere) ogni potere intermedio
    esercitando il dominio diretto del potere
    centrale sui sudditi mediante una casta di
    burocrati e funzionari in larga parte siciliani e
    pugliesi. “Fino ad allora il servizio imperiale era
    stato disimpegnato da uno o due legati tedeschi,
    e il governo cittadino da nobili dell’Italia
    settentrionale eletti podestà: ora, improvvisamente,
    si riversavano per tutta la penisola i pugliesi. .



  6. #6
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    Federico II fece costruire quel meraviglioso ma starno palazzo ottagonale in quel di Castel Del Monte.


    A tutti ben nota.

    Oltre che essere filoislamico e a vivere come un sovrano mediorientale (aveva un harem) pare volesse fare di più.
    Pare volesse unificare in una sola religione le tre principali religioni monoteiste e pare che il sopracitato castello dovesse essere preposto a tale culto.

    Un mondialista ante litteram o no?

  7. #7
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    Cool



    Federico II muore soffocato nel sonno a Ferentino in Puglia nel 1250.secondo una versione molto accreditata.

  8. #8
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    Predefinito

    “le dieci o dodici città della
    Lega erano le perturbatrici della pace mondiale”



    Non vi ricorda nulla?

  9. #9
    El Criticon
    Ospite

    Predefinito Che sia stato soffocato dalla ...

    Originally posted by Jenainsubrica


    Federico II muore soffocato nel sonno a Ferentino in Puglia nel 1250.secondo una versione molto accreditata.
    fallaci dell'epoca?

  10. #10
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Uhmm...Ricordiamoci una buona volta che se c'era una città che agiva in modo arrogante e prevaricatorio nei confronti delle altre città lombarde, questa era Milano.
    Furono Lodi, Como e altri comuni ad appellarsi all'Imperatore Federico Barbarossa chiedendogli di DIFENDERE LA LORO AUTONOMIA minacciata dai milanesi.

    Federico II avrà senz'altro connotazioni negative; ma anche Milano non scherzava.

 

 
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