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Silvio Berlusconi si vede costretto al “grandissimo sacrificio personale e privato” di ricandidarsi a capo dell’esecutivo, alla testa del polo di centrodestra.
Romano Prodi fa altrettanto “per spirito di servizio”, dalla parte opposta, auspicando che in futuro emergano nel suo schieramento nuovi leader in grado di garantirne l’unità e la compattezza.
Quel che è peggio è che, probabilmente, non si tratta, in nessuno dei due casi, di ipocrisia o di brama di potere.
I due credono sinceramente di essere indispensabili, senza rendersi conto che, se lo sono, questa è la peggiore condanna che si possa dare della loro azione politica complessiva.
Un capo politico si giudica soprattutto da quello che lascia dietro di sé, e se Berlusconi e Prodi vedono, attorno a loro stessi, il deserto, è segno che non hanno costruito un sistema di relazioni, una cultura politica condivisa, un lascito permanente, e questa è prevalentemente colpa loro.
E’ vero che non si vedono, nei due campi, personalità che abbiano una eguale possibilità di essere punto di riferimento unitario al di là dei loro partiti.
E’ vero che raramente qualcuno, a destra come a sinistra, si è sforzato di esercitare una funzione che superasse l’autodifesa della propria formazione nella competizione interna alle coalizioni. Questo però è l’effetto di una concezione della lotta politica che si è fatta sempre più personalistica quanto più perdeva di mordente sul piano del confronto delle idee.
Prodi e Berlusconi sapevano bene che a questa condizione si poteva ovviare soltanto superando le coalizioni come giustapposizione di sigle e arrivando alla costruzione di formazioni politiche unitarie, che fungessero da baricentro e da guida, e all’interno delle quali potessero nascere nuove leadership.
A questo compito, però, hanno dedicato solo qualche esortazione o, nel caso di Prodi, qualche vacua minaccia, senza mai davvero impegnarsi in un lavoro che avesse come esito la creazione dei loro successori. E’ così ora si ritengono “indispensabili”, per loro, e non solo loro, disgrazia.
Ferrara su il Foglio
saluti




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