INTERVISTA
Il cristianesimo segue la logica dell’incarnazione e non snobba la corporeità e la materia: a colloquio con il teologo Jürgen Moltmann, nei prossimi giorni ospite al Festival della filosofia di Modena

Credere: con tutti i sensi

«Il nemico ancora oggi ha il volto dello gnosticismo e del nichilismo, che non riescono a dire un pieno sì alla vita»


Da Monaco Di Baviera Stefano Tognoli

Sarà in Italia, ospite il prossimo 17 settembre del Festival Filosofia di Modena, il teologo evangelico Jürgen Moltmann, professore emerito dell'Università di Tubinga, autore negli anni sessanta della celebre opera Teologia della speranza. Moltmann interverrà al Congresso con una prolusione dedicata al tema "Spiritualità dei sensi vigili".
Professore, un titolo che un po' sorprende...
«Probabilmente perché la spiritualità è stata intesa attraverso la tradizione come atteggiamento del sacerdote staccato dal mondo, orientato verso l'interiorità, verso l'aldilà. Per molte persone spiritualità è qualcosa che ha a che fare con quello che succede dietro i muri dei conventi, nelle chiese, qualcosa di estraneo al proprio mondo. Il mio è il tentativo di unire i sensi, che ognuno di noi ha bisogno per dire sì alla vita, con la spiritualità, ovvero con un'esperienza dello spirito vivente e creativo di Dio».
Condivide la classica interpretazione di una spiritualità intesa in antagonismo con il mondo dei sensi per l'influsso dell'antichità sul cristianesimo delle origini?
«È un interpretazione troppo generica. L'antichità, come il rinascimento, aveva in realtà una cultura amante dei sensi e del corpo, una cultura orientata all'aldiquà. Lo si può vedere per esempio in manifestazioni come i giochi olimpici. A influire negativamente sul cristianesimo è stato invece a mio giudizio lo gnosticismo, una dottrina della redenzione della tarda antichità che voleva far scomparire i mali dal mondo. Così nacque l'idea che in ogni uomo ci sia uno spirito divino e che, se si diviene consapevoli di questo spirito, si torna a Dio. Era quindi una visione avversa a questo mondo e alla dimensione del corpo».
Analizziamo meglio la dimensione dei sensi. Platone assegnava il primato alla vista. È d'accordo?
«La vista è un senso della lontananza. Abbiamo bisogno della luce per vedere qualcosa nella distanza. Il primo senso è il gusto. La prima cosa che fa un bambino è mettersi le cose in bocca per sentire se sono buone o cattive. La dimensione veramente originaria dei sensi è comunque la pelle, con cui noi percepiamo il mondo esterno. È la pelle, che sviluppa poi i sensori del gusto nella bocca, quelli dell'olfatto nel naso, la vista nell'occhio. Posso comprendere Platone, che era un uomo della vista. Anch'io sono in buona parte un uomo della vista. Ma è la dimensione dei sensi della vicinanza a essere afrotizzata. È questa che dobbiamo tornare a scoprire, se vogliamo ancora "sentire"».
C'è un cammino per la spiritualità dei sensi analogo alla spiritualità dell'anima nella tradizione mistica?
«La risposta è nella sapienza ebraica dello Shabbat. Ogni settimo giorno dovrai lasciare il lavoro e rivolgerti alle cose, tornando a percepirle così come sono, nella loro bellezza. I mistici non hanno fatto altro che rivolgere questo "fermarsi" nella dimensione dell'interiorità, fino al settimo livello in cui avvengono le nozze mistiche dell'anima con Dio. Ma di per sé abbiamo solo bisogno di tornare a vivere lo Shabbat, a onorare la domenica come giornata di festa, festa della vita».
Come agisce la spiritualità dei sensi nel dialogo dell'uomo con Dio?
«Nel sacramento dell'Eucaristia noi diciamo "vedete e gustate come buono è il Signore". Nell'Eucaristia il mistero di Dio diviene percepibile ai sensi. Questo si può porre in riferimento a tutte le cose create da Dio, che trasmettono qualcosa di Dio. Se noi ci avviciniamo a esse con timore di Dio, allora percepiamo anche la sua presenza. Il progressivo isolamento del soggetto in sé stesso, tipico di certe correnti della mistica, è in realtà un impoverimento dell'originaria spiritualità del cosmo».
Come salvare questa ricerca da certe forme improvvisate di spiritualismo moderno che scadono spesso nel panteismo?
«Bisogna distinguere tra il panteismo che pone alla stessa altezza Dio e la natura e quindi rende la natura Dio, e dall' altra parte un "panenteismo" che dice: Dio è Dio e la natura è natura, ma Dio è nella natura. Uomini che perseverano nell'amore restano in Dio e Dio è in loro, ma con ciò non diventano essi stessi Dio, bensì casa di Dio. Mi sento su questo in unità con la teologia ortodossa, che ha sempre sviluppato una comprensione sacramentale del mondo».
C'è anche un modo diverso di vivere la spiritualità dei sensi nelle Chiese cristiane?
«Il vero fronte non è tra una spiritualità dell'anima e una dei sensi. No, il vero fronte è quello imposto dal nichilismo che si diffonde e si manifesta non solo nel terrorismo, ma anche nell'economia e tra molti uomini che non riescono più a dire un sì pieno alla vita. La vita e il mondo viene visto in modo negativo».
Nell'esperienza suprema di Dio non resta un primato dello spirito sui sensi?
«Se si parte dall'incarnazione della Parola, come fa il cristianesimo nel Prologo del Vangelo di Giovanni, non si può relegare l'anima, come dimensione della trascendenza dell'uomo, semplicemente nell'aldilà. Se l'anima dovesse veramente salire il cielo e arrivare a Dio, allora cosa vedrebbe? Lutero risponde: un bambino nella culla e un uomo in croce. Questo significa che se Dio è divenuto uomo, dobbiamo cercarlo innanzitutto nella sua incarnazione e non al di là di essa».


Avvenire - 11 settembre 2005