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    Mons. Caffarra: reagire al relativismo, all'amoralismo, e all'individualismo.

    FEDE E CULTURA: MONS. CAFFARRA, REAGIRE A “RELATIVISMO”, “AMORALISMO” E “INDIVIDUALISMO” PER VINCERE “SMARRIMENTO” E “PAURA” DEL FUTURO

    “Relativismo”, “amoralismo” ed “individualismo”: sono queste, per mons. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, le tre “sfide” che i credenti devono raccogliere per vincere il senso di “smarrimento” e di “paura del futuro” che caratterizza il clima culturale dominante. “La debolezza o l’incapacità di giudizio del soggetto cristiano è dovuta alla debolezza o all’incapacità dello stesso soggetto a rispondere alle sfide culturali fondamentali che gli sono rivolte”, scrive Caffarra nella nota pastorale dal titolo “…finché non sia formato Cristo in voi” (Gal 4,19), presentata oggi a Bologna, in cui l’arcivescovo traccia un’identikit dell’uomo di oggi come ”un uomo senza passato e privato di futuro, senza memoria e senza speranza”. Accanto allo “sradicamento pubblico”, già denunciato da Giovanni Paolo II quando parlava di “apostasia silenziosa” in Europa, secondo Caffarra esiste infatti “uno sradicamento che insidia quotidianamente il singolo”, mettendo “continuamente a rischio” la relazione uomo-donna, con la “tragica fragilità del vincolo coniugale”; la relazione figlio-genitori, con la “drammatica difficoltà di educare”; la relazione sociale “sia civile sia politica, evidente nella “metastasi di un individualismo che sta distruggendo il tessuto connettivo dei rapporti sociali”. Tra i frutti di questa “angoscia esistenziale”, anche questa già stigmatizzata da Giovanni Paolo II, il vescovo cita la “drammatica diminuzione della natalità, il calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, la fatica, se non il rifiuto, di operare scelte definitive di vita anche nel matrimonio”. Quanto alla “paura del futuro”, l’arcivescovo di Bologna la descrive come “la paura ed al contempo il rifiuto di una libertà ridotta ad indifferenza, a neutralità assoluta”.

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    L’ANNO PASTORALE
    Parlando al clero locale il pastore della Chiesa petroniana ha detto che in una società afflitta da relativismo e individualismo, cresce l’incapacità di dare significato al vivere

    Bologna,il «coraggio» dell’annuncio

    L’arcivescovo Caffarra: la fede non va ridotta all’impegno sociale e politico


    Da Bologna Stefano Andrini

    «L'annuncio della fede o è attraente o è inefficace. Che il Signore ci liberi e ci protegga da un annuncio evangelico noioso e brutto». Lo afferma l'arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra nella Nota pastorale «… finché non sia formato Cristo in voi"(Gal 4,19)» presentata ieri ai sacerdoti della diocesi durante la Tre giorni del clero e che sarà pubblicata il 4 ottobre in occasione della festa di san Petronio.
    Nel documento Caffarra formula una diagnosi sulla fragilità di cui soffre oggi il soggetto cristiano. «La debolezza» - dice - «o (perfino) l'incapacità di giudizio è dovuta alla debolezza o (perfino) all'incapacità dello stesso soggetto a rispondere alle sfide culturali fondamentali che gli sono rivolte: relativismo, amoralismo e individualismo». «Una prima pseudo-soluzione» annota l'arcivescovo «è l'evasione dal confronto con queste sfide che assume genericamente il volto del fideismo. La seconda pseudo-soluzione è quella prassistica. Essa consiste nel praticare un confronto consistente solo nell'impegno sociale e politico. È questa una delle insidie più presenti nelle proposte fatte alle giovani generazioni, pensare che la loro formazione consista principalmente ed esclusivamente nell'impegnarli a fare qualche esperienza di volontariato».
    La strada è invece un'altra: ciò che la Chiesa deve ad ogni uomo è il primo annuncio della fede. Che ha alcuni destinatari privilegiati. «Sono i poveri nel senso più radicale del termine: perché costretti da una società così spietata come la nostra a vivere privi di futuro; perché incapaci di dare una spiegazione convincente alle tragedie che li hanno colpiti; perché costretti a vivere in una solitudine priva di ogni riconoscimento da parte dell'altro». «Esistono inoltre» - annota Caffarra - «tante persone pensose del nostro destino che ragionevolmente si riconoscono nella rilevanza culturale dell'annuncio cristiano. Sono consapevoli che solo la custodia dell'identità cristiana della nostra cultura può risparmiar ci tragedie indescrivibili. Sono persone con le quali è possibile un dialogo vero e profondo». Soprattutto ci sono i giovani. «La condizione spirituale in cui versano molti di loro è spesso caratterizzata dal fatto che non sono più capaci di tradurre in domanda consapevole le proprie esigenze più profonde. La forma più grave di violenza esercitata su di loro dalla cultura in cui vivono, è la proibizione di fare domande. L'elevato numero di suicidi giovanili è un fatto che non può essere ignorato o sottovalutato. Il nostro compito è aiutare i giovani a riformulare le grandi domande della vita»
    L'arcivescovo richiama poi diverse occasioni di annuncio nelle comunità parrocchiali. «Penso ai corsi di preparazione al matrimonio frequentati da un elevato numero di giovani; molti dei quali reincontrano la Chiesa dopo anni di distanza. Essi sentono che la decisione di sposarsi e l'esperienza dell'amore umano coinvolge profondamente il senso della loro vita. Sono dunque in un attitudine di attesa, di domanda. È dunque necessario ripensare questi corsi totalmente in chiave di primo annuncio della fede proprio partendo dalla fondamentale esperienza dell'amore. Altra occasione privilegiata è la richiesta del Battesimo per i propri figli fatta da genitori che hanno abbandonato la loro appartenenza alla Chiesa. La nascita di un figlio, la paternità e la maternità sono esperienze che coinvolgono profondamente la persona umana. Questa dimensione antropologica del sacramento del Battesimo è la via sulla quale deve camminare l'annuncio primo della fede cristiana. Ma l'occasione forse più propizia per l'annuncio è offerta dalle situazioni di sofferenza: malattia, perdita di persone care, rottura subita dal vincolo coniugale».
    Nella Nota l'arcivescovo si sofferma anche sul Convegno ecclesiale in programma a Verona nell'ottobre del 2006. «La prospettiva del Convegno costituisce» spiega «una dimensione essenziale del nostro cammino nel presente anno pastorale. Molte persone, anche nel la nostra comunità bolognese, sono come marchiate da una duplice cifra: lo sradicamento e la paura. L'uomo concreto è diventato senza passato e privato di futuro: senza memoria e senza speranza. Non meravigliano più di tanto, perciò, i tentativi di dare un volto all'Europa escludendone l'eredità religiosa e, in particolare, la profonda anima cristiana. Tentativo messo in atto, ma pubblicamente rifiutato dal popolo francese ed olandese. Ma esiste anche uno sradicamento che insidia quotidianamente il singolo: la tragica fragilità del vincolo coniugale, la drammatica difficoltà di educare, la metastasi di un individualismo che sta distruggendo il tessuto connettivo dei rapporti sociali». «Il modo migliore di prepararci al Convegno ecclesiale» conclude l'arcivescovo «se non vogliamo ridurlo a parole e a discorsi privi di potenza, è l'impegno indefesso nel comunicare il primo annuncio. Solo uomini che hanno incontrato Cristo sono capaci di sperare».

    Avvenire - 13 settembre 2005

 

 

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