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  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Koizumi,un esempio per l'Occidente

    Il ritorno delle privatizzazioni

    Ha affrontato a viso aperto le fazioni più conservatrici del suo partito e, alla fine, ha stravinto. Non c’è che da restare ammirati di fronte al capolavoro politico realizzato da Jinuchiro Koizumi, premier giapponese uscito trionfalmente dalle urne, che hanno consegnato al suo partito una maggioranza schiacciante.

    Da quindici anni in grave crisi, il Sol Levante sembra ora aver compreso che le sue difficoltà derivano dall’intreccio dispendioso tra politica ed affari. Non a caso la guerra condotta da Koizumi è stata, in primo luogo, contro quanti nel suo partito (che si chiama liberaldemocratico e che è, di fatto, su posizioni moderate) hanno tratto e continuano a trarre vantaggi da quello scambio di favori e privilegi che anche in Italia è da decenni pratica corrente.

    Schierandosi contro tutto ciò, Koizumi ha vinto la sua scommessa e ha puntato sui giovani, sulle donne e, soprattutto, su un programma di privatizzazioni che mette al primo posto la dismissione delle poste.

    La cosa non è casuale se si considera che perfino negli Stati Uniti, da molti (a torto) descritti come un paese ultraliberale, le poste sono di proprietà pubblica: come in Italia e quasi in ogni altro paese. Nell’America dell’Ottocento il grande Lysander Spooner avviò un tentativo coraggioso e creò un’azienda postale privata. La sua impresa ebbe un notevole successo e tolse spazio all’agenzia pubblica, ma in seguito fu affossata dalle leggi poste a difesa del monopolio statale.

    Oggi in Giappone il mito delle poste di Stato è attaccato però dal primo ministro stesso, e ci sono ben validi motivi dietro a tutto questo. Si tratta di un colosso inefficiente che vanta circa 250 mila dipendenti ed è all’origine di tanti rapporti clientelari. Il premier intende mettere sul mercato questo “gigante malato” anche per per dare una scossa al settore bancario e a quello assicurativo.

    La scelta di Koizumi, che forse lascerà l’incarico tra un anno ma che nel frattempo è in condizione di introdurre riforme rivoluzionarie, può pesare ben oltre i confini nipponici. Nonostante la crisi degli ultimi anni, il Giappone resta la seconda potenza economica e tale svolta tanto netta in favore del mercato (coronata da un successo elettorale così significativo) mostra come sia possibile puntare sulle ragioni della libertà individuale e saper incontrare i favori del pubblico.

    In Germania la candidata del centro-destra Angela Merkel alterna ambizioni riformatrici e propositi ben più moderati, mentre in in Italia il dibattito sulle questioni più scottanti (pensioni, sanità, spesa pubblica) stagna alquanto: a destra come a sinistra. Lo stesso Bush ha quasi del tutto cancellato dalla propria agenda i progetti più coraggiosi: in materia previdenziale e sanitaria.

    Ciò che è successo a Tokio mostra però come un’altra politica (più orientata a ridurre il potere pubblico) sia possibile, e sappia anche conquistare la mente e il cuore degli elettori.


    di Carlo Lottieri
    L'Unione Sarda, 13 settembre 2005.

  2. #2
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Il tatcheriano giapponese

    Da "Il corriere della sera" (13/09)


    Per come non ha rivali, o meglio per come riesce a travolgerli ancora prima che partano, Junichiro Koizumi somiglia a Tony Blair, o al Bill Clinton degli Anni Novanta. Nella politica stretta, in quello che pensa, amici e avversari lo paragonano però a Margaret Thatcher, il primo ministro che ha inventato le privatizzazioni e trasformato il volto della politica britannica. In effetti, le elezioni di ieri, stravinte dal primo ministro che le aveva volute per farne un referendum sul suo progetto di riforma del Paese, sono un punto di svolta. Per il Giappone ma probabilmente anche per il resto del mondo: che la seconda economia del pianeta ritrovi finalmente una strada dopo 15 anni di confusione non è un fatto secondario per nessuno. La Borsa di Tokio, che aveva in parte anticipato la vittoria, e già salita di circa il dieci per cento da quando Koizumi ha sciolto la Camera bassa della Dieta, in agosto. Il primo ministro è visto dai mercati come la migliore speranza riformista di un Paese che ne ha un bisogno estremo. La privatizzazione delle Poste, che verrà subito riproposta in Parlamento e a questo punto passerà quasi certamente, sarà il primo passo, ha detto ieri sera Koizumi, verso altre riforme. Se funzionerà , la rivoluzione nel vecchio mammut postale otterrà diversi effetti. In politica sparirà perchè diventerà privato il veicolo attraverso il quale il Partito Liberal-Democratico (Pld) ha usato il denaro del pubblico per fondare un sistema paternalistico basato sullo scambio favori—per—voti. In economia si creeranno istituzioni finanziarie private di grandi dimensioni, nel settore bancario e in quello assicurativo, campi grazie ai quali le Poste giapponesi hanno in pancia l'equivalente di duemilacinquecento miliardi di euro. Soprattutto, dal libro paga dello Stato usciranno con la privatizzazione 260 mila dipendenti pubblici: dovrebbe essere, nelle intenzioni di Koizumi, il passaggio chiave per dare il la a un circolo virtuoso di riduzione della spesa statale, la quale negli ultimi anni di recessione è finita fuori controllo, ha fatto accumulare ai Giappone un debito pubblico superiore al 160% del Prodotto interno lordo e soprattutto ha tolto risorse vitali allo sviluppo dell'economia privata. "Ora è probabile che i flussi di investimento dall' estero riprendano seriamente — commenta Takahico Murai, un economista della finanziaria Nozumi Securities — Il risultato sarà visto come il segno che le riforme accelereranno”. L'anima thatcheriana di Koizumi, se c'è, si vedrà quando dovrà affrontare una delle tante questioni che in campagna elettorale ha nascosto sotto il tappeto delle Poste, le tasse. Il suo obiettivo è di ridurle, a cominciare da quelle sui consumi. Ma lo strapotente ministero delle Finanze non è dello stesso avviso: userà, il primo ministro, i suoi nuovi muscoli elettorali per imporsi anche in questo? "Mi aspetto uno scontro con il ministero — dice Bui Kinouchi, economista del Daiwa Institute — Lo scenario ideale sarebbe una spinta all'economia attraverso un taglio delle tasse e una deregulation di tipo reaganiano”. Che non è chiedere poco. Anche perché, prima o poi, il Giappone, Paese che invecchia e perde popolazione, dovrà mettere mano anche a una riforma delle pensioni. Probabilmente, Koizumi non sarà più alla guida del governo, a quel punto: ha confermato che si dimetterà il prossimo settembre. Ma anche nell'anno che gli resta non potrà fare finta che la questione non esista. Che i giapponesi abbiano voglia di riforme, comunque, è fuori discussione. E se il Giappone riparte, uno dei motori importanti della crescita del mondo riprenderà a fare sentire i suoi benefici su tutta l'economia mondiale, in attesa che anche l'Europa si dia una mossa. Koizumi, però, non è solo thatcheriano in economia, in questi anni è stato uno dei capi di governo più vicini agli Stati Uniti di George Bush, tanto che 500 soldati sotto la bandiera del Sol Levante sono in Iraq. Ieri, il Dipartimento di Stato di Washington è stato uno dei primi a congratularsi per la sua vittoria. Ed è una soddisfazione sincera: i rapporti americani con la Cina sono sempre meno buoni, la questione nucleare in Corea del Nord è aperta, l'Asia dell'Est è un possibile punto di crisi serio: un alleato fidato alla guida del Giappone, che per di più sta portando avanti una politica riservata ma decisa di riarmo, è qualcosa che non ha prezzo. Blair Clinton o Thatcher, in quel perimetro siamo.

 

 

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