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    Arrow Mons. Agostino: l'etica non è un optional! No al soggettivismo.

    IDEE
    Coscienza e libertà non devono sacrificare al soggettivismo la verità. Una riflessione di monsignor Giuseppe Agostino: è questo il primo equivoco da sciogliere nel dialogo fra credenti e non credenti

    Ma l’etica non è un optional

    «Oggi il problema non è far andar d'accordo fede e ragione, che in realtà si sostengono l'una con l'altra, quanto una fede che non sa diventare cultura e una ragione deviata che cede al soggettivismo»
    «Il primo maestro di laicità è stato Cristo, non solo distinguendo fra Dio e Cesare, ma spingendoci a esprimere una visione dell'uomo e del mondo, insomma invitandoci a lavorare per il "bene comune"»

    Di Giuseppe Agostino*



    Èricorrente e interessante, oggi, il dibattito culturale sul tema dell'etica, della laicità, del laicismo nella società globale. Intervengo convintamente con un'impostazione che vuole essere realista ma con precisi argomenti di fondazione logica e storica. Affronto la questione su tre fronti: a) impostazione nominale che, a mio giudizio, risulta anche fondativa; b) lettura concettuale e storica del problema; c) proposte per una ricerca e più seria dialogicità.

    a) L'impostazione nominale
    Ricordo nei miei studi filosofici e teologici un'esortazione del grande Aquinate, san Tommaso, che diceva: In omnibus prima quaestio fit de nomine. Quaestio deriva da quaerere, cioè, ricercare, approfondire. Non c'è vera ricerca se non c'è chiarezza dei termini. In tempi di transizione culturale, di mobilità concettuale non è necessario alcun livellamento omologante del "diverso", ma c'è, invece bisogno di un'umile e reciproca vigilanza per non cadere nella confusione delle lingue, nella Babele delle idee.
    Ricordo, dalle mie letture, un gustoso aneddoto. Fu domandato a un saggio come avrebbe utilizzato cinque minuti d'assoluto potere per ordinare la storia degli uomini. Il saggio rispose, con arguzia: «Cinque minuti sono decisamente troppo. A me basterebbe una frazione di secondo e darei alle parole il giusto significato». Vedo, quindi, opportuno approfondire i termini della questione.
    Etica è un termine molto diversificato, nella sua genesi e nelle sue applicazioni. Partendo da una posizione realistica la domanda sull'etica è che cosa essa sia, quali fondamenti ha, se è mutevole o, come qualcuno dice, "eliminabile".
    L'uomo ha una natura ed è dentro la storia, come eredità e sviluppo. Dentro la natura, noi pur cercando, con le nostre conquiste di capirla, di adattarla all'utile della nostra salute integrale e del progresso sociale, sappiamo molto bene che le sue leggi ci sono "date".
    Natura, dicevano gli antichi, non facit saltus. Ed ancora: Natura expellas furca, tamen ultra recurret. Cioè, per quanto cerchi di non tenerne conto, di respingerla soffocandola, essa tuttavia ritorna sempre. Dal popolo calabrese ho appreso questo gustoso proverbio: «Dio perdona sempre, l'uomo qualche volta, la natura mai».
    Per questo, dico per esempio, noi non possiamo volare senza mezzi tecnici, non possiamo camminare sull'acqua, abbiamo una via naturale per procreare, possiamo controllare il nutrimento ma non possiamo evaderlo e così via. Questo che è molto chiaro, a livello di natura, merita ulteriore riflessione sul piano storico, cioè delle nostre scelte operative. Siamo tutti coscienti che, nell'esercizio della nostra libertà personale e nell'apporto per edificare una società giusta, sentiamo il bisogno di punti di riferimento per non cadere in un'anarchia comportamentale.

    Anarchia significa scardinamento da ogni principio oggettivo. È necessario ricercare i fondamenti oggettivi dell'etica per non fermarsi ai soggettivismi radicalizzanti. Oggi, per esempio, non si dice più: faccio quello che è giusto, o - se volete - quello che vedo giusto, ma molto riduttivamente si dice: ognuno fa quello che gli piace. Verrebbe, così, la voglia di dire che la crisi dell'etica, oggi è proprio nel soggettivismo. È vero che norma etica è, in senso soggettivo, la propria coscienza; tuttavia la coscienza non è ogni fantasia bizzarra ma è una sintesi esistenziale di ricerca, di confronto, di purificazione. Ci sono, allora, norme etiche oggettive? Gli idolatri dell'io reagiscono, addirittura, al solo sentir porre la questione. Ma non può essere diversamente. Se viviamo in società, per forza di cose, devono esserci delle regole. Ci sono anche nel gioco. Ma, donde nascono queste regole? Le religioni fanno riferimento al Trascendente che alcuni scoprono all'interno delle potenzialità e istanze umane, e altri per rivelazione divina. Il cristianesimo, che pure è una religione ri velata, non è riduttivamente un'etica, ma un Evento, è l'ingresso di Dio nella storia del mondo. Credergli è una metanoia, una conversione radicale ed è l'accoglienza della novità trasfigurante della verità, dell'amore, della pace e della vera speranza. Ma, capisco bene che nessuno può essere costretto a credere come nessuno può esserne impedito.
    A questo punto appare la seria questione del rapporto tra ragione e fede. Ritengo che il conflitto non è tra ragione e fede: sono due ali dello spirito, come ha detto Giovanni Paolo II; ma il problema è su una fede che non sa farsi cultura, che è pietismo, talvolta fideismo e una ragione presuntuosa o deviata che fa divenire vero ciò che è soggettivo se non libertario. Il rapporto, in una riflessione seria e prospettica, è tra fede vera e ragione seria ed umile. Al di là della fede, la razionalità può e come definire un'etica oggettiva? Il pensiero classico, oggi discusso, si fondava sulla osservazione di quello che veniva chiamato "diritto naturale". Tale diritto precede quello positivo, anzi lo dovrebbe fondare, illuminare. Questo prima di ogni codificazione, ha alcune regole ineludibili che possono essere così riassunte: la prima che, guarda caso, è evangelica, dice: «Non fare ad altri ciò che non vuoi fatto a te stesso». Rileggendo questo asserto in senso razionale, logico, si può dire che l'uomo, essendo persona, cioè essere dotato di intelligenza e di volontà, è strutturalmente relazionato agli altri. Per cui, mentre è soggetto di diritti lo è anche di doveri. E qui, scatta, - attesa l'inquietudine dell'egoismo umano - il bisogno di armonizzare e affermare tali diritti e tali doveri. Oggi si nota la sottolineatura di diritti e di scelte che non tengono conto del dovere verso gli altri. Porto un esempio tra tanti: è secondo giustizia che un uomo o una donna, pur nella loro dimensione di padre e di madre, possano disporre della vita del figlio, con l'aborto volontario? Se riconoscessimo questo di ritto, lederemmo quello fondamentale del figlio alla vita. I diritti sono generatori di doveri. Si possono guardare sinteticamente i doveri più marcati, oggi che dovrebbero custodire diritti inalienabili. Essi sono, come dicevo, il diritto alla vita del concepito, la dignità di ogni persona umana, la sua realizzazione come lavoro, salute, libertà anche religiosa, apertura alla famiglia universale degli uomini e, ritengo, anche il diritto alla pace, avendo tutti il dovere di costruirla e non solo di declamarla.

    L'etica, quindi, non è un optional. Senza riferimenti etici vincono gli egoismi di vario genere. La crisi oggi della nostra politica, per esempio, non sta solamente nelle diversità ideologiche, ma, purtroppo nel costruirsi spazi di potere. Una etica politica che è relazionalità è prima di tutto ascolto, valorizzazione dell'avversario. Nella tradizione classica delle società occidentali che hanno voluto non riconoscere la radici comuni, tra cui quelle cristiane, è maturato nel tempo il riferimento, pur positivo, a quello che viene opportunamente chiamato "bene comune".
    Ma, che significa questo termine? Non è una declamazione bensì un progetto, raramente attuato. Il "bene comune" è uno status sociale, regolato da norme con le quali la persona umana, ogni persona umana, può e deve trovare le condizioni dell'attuazione della propria vita personale nei suoi diritti non anarchici, riduttivamente ludici, ma in quelli della dignità personale, della salute, del lavoro, della famiglia ecc… Il dramma storico, oggi non è, come si dice evadendo il problema, che la fede, la Chiesa straripano, invadendo un campo che non appartiene a loro, ma sta nel fatto che l'organizzazione sociale, lo Stato non possono mancare, in nome della convinzione di gruppi, di visioni libertarie, di mettere in conto quello che è "nativamente" intoccabile. Lo Stato non genera diritto ma rispetta i diritti, e, di riflesso, sostiene i doveri. In questi giorni riaffiora, come si dice, la "questione morale" nella politica. È strano, però, che sia come una scoperta di tamponaggio per situazioni accentuatamente ambigue o, comunque, nell'intuire bisogni di moralità all'esterno della istanze politiche. Senza etica la politica non ha riferimento; è pura declamazione o peggio opportunismo.

    b) La lettura storica e concettuale del problema.
    Oggi, quando si pongono valori come la difesa della vita, dell'uomo, della naturalità, si dice a noi credenti che dobbiamo stare zitti, altrimenti si offende la laicità dello Stato. Ritengo che bisogna intendersi su questi concetti. Uno Stato è l'organizzazione di una comunità che è, anzitutto, patria, cioè erede di una cultura, di un ethos, che ci viene dai nostri padri. Uno Stato che non tenesse conto di questa base potrebbe lentamente ridursi a essere uno "Stato etico" cioè generatore di verità e di giustizia e non attuatore di esse. Non è così. Lo Stato che ha valenza istituzionale si organizza democraticamente, nell'ascolto della società civile, anche nei suoi valori morali, religiosi. Ovviamente ascoltando ogni voce non s'identifica con alcuna religione, con alcuna ideologia. Ma questo non significa che sia neutro, non a caso infatti, storicamente, si dona un codex sociale di riferimento che è la Costituzione. In essa debbono essere tutelati i diritti fondamentali della persona umana, anche nei termini della libertà religiosa.

    Come accennavo sopra, a riguardo dice il Concilio Vaticano II «Nessuno può essere costretto a credere e nessuno può esserne impedito». Lo Stato è per l'uomo e non viceversa. Per rispettare ogni persona umana, al di là del sesso, della religione, della professione ecc. è ovvio ed è quasi sacro che lo Stato sia "laico", cioè non confessionale. Tutti siamo uguali, come diritti e doveri, pur se diversi nella visione della vita, purché questa non sia antidemocratica. In tal senso, ritengo che la "laicità" dello Stato non abbia bisogno di e ssere declamata né rivendicata perché è una connotazione nativa, ineludibile. Infatti la parola "laico" viene da laos , cioè popolo. E nel nostro caso vuol dire che lo Stato, organizzandosi istituzionalmente, non può non tener conto del "popolo" e non può non essere rispettoso per la eterogeneità dei suoi cittadini, specie in una società globale, rispettoso della sane ideologie, delle varie religioni, senza identificarsi con nessuna di esse. Il termine "laico" oggi è di moda. Oltre l'applicazione allo Stato, molti, si definiscono "laici" per dire che non intendono agire nella società a nome di una confessionalità. Questo va benissimo. Il grande maestro della laicità fu Gesù, quando disse: «Date a Dio quello che è di Dio e date a Cesare quello che è di Cesare». Il termine clou di questa parola di Cristo non sta tanto, come spesso si dice, nella distinzione dei due poteri, ma nel rispetto di tale distinzione, il senso del loghion cristiano sta nel verbo: date. Questo dice che il cristiano come cittadino può e deve dare un suo apporto, non imponendo la sua fede. Inserendosi nel dibattito politico, egli deve saper mostrare - il che non è facile, per sottofondi di cultura integrista o moralistica, molto diffusi - la valenza della sua visione dell'uomo e della società. Questo impegna il cristiano nella sua laicità a una grande ed estesa redenzione culturale. Dio, Cristo, la Chiesa non devono essere usati in politica con carattere esplicito di confessionalità che si contrappone alla laicità dello Stato. Tutt'altro. Il cristiano è veramente laico quando fermenta con argomentazioni sociali e con termini della cultura corrente, il bene comune che deve fare ridiscendere da alcuni asserti che non sono religiosi, cioè di confessionalità esplicita della fede ma derivati dalla verità dell'uomo. Personalmente sono convinto che, oggi, non è diffusa questa "laicità" ,nei credenti. C'è bisogno di crescita culturale, di mediazione della veri tà come ricerca, cammino che risponde al "bene comune". Da questo punto di vista tutti i membri della Chiesa, anche i Vescovi, dobbiamo sapere, quando parliamo di cose sociali, essere più laici, nel senso suddetto.

    c) Proposte per una più seria dialogicità
    La "società globale" oggi, provoca a una sana laicità. Abbiamo accanto a noi fratelli di altre confessioni religiose che non hanno maturato la distinzione tra fede e Stato e, mentre siamo rispettosi dovremmo essere capaci di offrire loro modelli di vera libertà e di sana democrazia. Lo stesso vale per le visioni politiche.
    Dico con chiarezza il mio pensiero: noi cittadini credenti spesso siamo giudicati "invadenti", "clericali". Talvolta è vero. Ci sono dei rischi ad usare Dio come rifugio per le fragilità politiche. Di questo ritengo che, secondo gradi di responsabilità, dovremmo chiedere scusa. C'è stato un periodo storico e ne ritorna il rischio, oggi, nel quale la fede non è stata mediata culturalmente, ma in modo esplicitamente politico. Questa fase sembra chiusa. In avanti conta convivere, capirci, rispettarci e non cadere, da una parte, dalla laicità al laicismo cioè alla demonizzazione di ogni pensiero illuminato dalla fede, e dall'altra educare i laici credenti perché sappiano entrare laicalmente nei dibattiti emergenti, ricavando le loro argomentazioni da fondamenti razionali che sono presenti nella verità cristiana.
    Si postula una vera razionalità nel dialogo. Infatti, la crisi della ragione genera mostri, come la crisi della vera fede genera uomini moralistici.
    *arcivescovo emerito
    di Cosenza-Bisignano



    Avvenire - 13 settembre 2005

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