Le minacce del regime e la disinformazione della stampa, non fermarono milioni di persone che nove anni fa diedero vita alla più grande manifestazione politica del dopoguerra
La vera Politica è l’arte della decisione in vista del bene comune. Il nostro bene comune si chiama Repubblica federale padana. La Padania è una straordinaria invenzione geopolitica, finalizzata al superamento di uno Stato nazionale, l’Italia, che non è in grado di far fronte ai problemi del locale e, tanto meno, alle sfide della globalizzazione. La Padania può realizzarsi attraverso un patto tra le molteplici popolazioni che abitano i territori compresi tra il Po e la catena delle Alpi. Ma il patto è un atto cosciente, una manifestazione di volontà. Lo avevano capito le centinaia di migliaia di uomini e donne capaci di stringersi sul Po, tra il 13 ed il 15 settembre 1996. Quella gente, che affermava il proprio diritto all’autodeterminazione, si era riunita per ritrovare la coscienza di essere popolo: punto di partenza per la conquista di un obiettivo più elevato, la Padania, nella quale finalmente riconoscersi. In quei giorni, tornò alla luce un’antica dote delle popolazioni padane: il coraggio. Invero, il coraggio smaschera ogni falso idolo, ad esempio l’italica patria, e consente di percepire l’esistenza di cose degne d’essere amate e desiderate. La Padania è un’espressione del coraggio, il quale non è cosa da tutti. La gente sul Po, consapevole che stava compiendo un forte atto di ribellione, aveva lasciato a casa la paura. I presenti sapevano i rischi in cui potevano incorrere. Nonostante ciò, professarono un atto d’amore verso la propria terra, un atto di fiducia verso il Movimento, verso Umberto Bossi. Il popolo padano si era fidato della Lega e credeva nella possibilità di un futuro migliore. Tutto ciò avveniva sebbene i tentativi di infangare il Movimento fossero molteplici. Nove anni fa, ma accade ancora, i mass-media lavorarono strenuamente affinché la manifestazione fallisse e non ottenesse l’eco che avrebbe meritato. Dapprima, cercarono di spaventare la gente, di dissuaderla dal partecipare, preannunciando gravi problemi di ordine pubblico. Poi, il lunedì seguente, le cronache mediatiche completarono la loro opera di disinformazione riducendo la più grande manifestazione politica del dopoguerra ad una scampagnata di “quattro gatti”, corredata dal versamento di un ampolla contenente “acqua puzzolente”. Sarebbe stato disarmante per chiunque.
Invece, a diversi anni di distanza, i popoli della Padania si ritrovano a Venezia per celebrare un rito. L’ascesa di Umberto Bossi alle sorgenti del Po, il prelevamento d’acqua sorgiva attraverso un’ampolla, sono atti dal forte valore simbolico. Perché i simboli hanno una valenza profonda nella coscienza d’un popolo. L’acqua di fonte, ad esempio, rappresenta l’inizio d’una vita. L’acqua del Po, e di tutti rivoli che accorpandosi lo formano, sono il simbolo delle nostre origini. Dalle Alpi sino alla foce del grande fiume, hanno prosperato le comunità dei padri, con gratitudine e riguardo per l’acqua. La gente, un tempo, sapeva bene che, grazie a fiumi e ruscelli, poteva vivere e, per questo, provava profondo rispetto. Al contempo, ne aveva timore poiché l’impeto delle acque, talvolta improvviso, poteva mettere in ginocchio intere comunità. L’antica saggezza conosceva la natura e sapeva che, rapportandosi ad essa, esisteva un limite da non oltrepassare. Ma l’amava perché vedeva in lei qualcosa di sacro. Lo stesso vale per l’acqua sorgiva, simbolo di trasparenza. La purezza d’una sua goccia sta in antitesi con il mare inquinato in cui viene versata. Infatti, oggi si è perso il rispetto per la natura che, in vero, ci consente di vivere: non esiste più il citato senso del limite. Per questo, a Venezia, ogni anno si rinnova il rito: uno spruzzo di libertà nell’acqua torbida della politica recente e passata. Una cerimonia che valga da monito a quei carrieristi che, oggigiorno, si fanno ammaliare dal potere, in realtà, ancora ben saldo nei piani alti dei palazzi romani. Un rituale che faccia pensare quelli che si lasciano condizionare dai mass-media, oppure si fanno impantanare dalla pseudo cultura che domina il Paese. Ma soprattutto che il rito sia di buon auspicio e mantenga viva la speranza di coloro che pensano ancora in grande, che non hanno smesso di crederci. Perché, proprio oggi che la maggioranza dei politici sembra aver divorziato dalle idee, gli idealisti non dovranno soltanto fungere da custodi di una visione del mondo. Dovranno rappresentare una spina nel fianco di chi vuol impedire ad un popolo di autodeterminarsi. Se gli statunitensi sostengono d’essere disposti a morire per il sogno americano, che per il sogno padano valga la pena vivere.
Sergio Terzaghi




Rispondi Citando