FACCIA A FACCIA


Ieri sera un dialogo a Venezia fra il cardinale Scola e il filosofo Cacciari ha messo in gioco le ragioni di credenti e non credenti.

Il patriarca: «Non pieghiamo Cristo al soggettivismo» Il sindaco: «Il sacro è pieno di angoscia esistenziale, è una domanda aperta»

Laici e cattolici, la fede non nega libertà e ricerca


Da Venezia Francesco Dal Mas

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«Non so se si possa vivere come se Dio non ci fosse. Quello che so è che non si può pensare come se Dio non esistesse. E il pensiero corre all'Ultimo, percorre la strada verso quell'Ultimo. E sa che toccare l'Ultimo non può essere un discorso. E' toccare Dio. Guai farne un discorso» (le parole del patriarca di Venezia).



Il filosofo Massimo Cacciari si trova a rispondere, insieme al patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, ad un interrogativo intrigante. "Quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?". L'ha messo a tema la rivista Esodo, in un convegno al Centro culturale Santa Maria delle Grazie svoltosi ieri sera. «E' la vera, grande domanda che non può non interrogare anche il non credente», ammette Cacciari.

Peraltro convinto -e lo dice apertamente che «è intorno a questa domanda che si è edificato il senso della nostra destinazione, o meglio della nostra civiltà».


Ma quale fede troverà, il Figlio dell'uomo. Una religione civile? «La fede in Cristo Gesù - risponde immediatamente il patriarca Scola - non deve essere ridotta a collante che fondi una religione civile».

Allo stesso modo, «l'annuncio drammatico dell'evento di Cristo che ha a che fare con l'inizio e la fine (Lui è l'Alfa e l'Omega), con le cose fondamentali, non può essere ridotto a pura regola morale, a pura spinta ascetica, a puro organismo di dottrina». Insomma, «nessuno di noi accetta di primo acchito la riduzione del grande evento salvifico di Gesù a religione civile o anche solo a etica sociale».


E' inaccettabile, quindi, la religione civile intesa come riduzione secolarizzata della potenza di alterità, mai possedibile, contenuta nell'evento di Cristo, riduzione operata dalla modernità sia sul versante dell'illuminismo che su quello dei totalitarismi, e anche sul versante di un certo liberalismo spinto.

«Ma questo non può voler dire che l'annuncio di Cristo non implichi il desiderio di una comunicazione libera e quindi totalmente giocata sulla testimonianza, luogo di una proposta alla libertà dell'altro», così riapre la prospettiva il patriarca.


E la spinta di novità che è al cuore di questo annuncio «non può non tendere, per quanto è possibile, all'edificazione di una vita buona, simultaneamente personale e sociale e, come dice la lettera a Diogneto, con umiltà, nella libertà, nel dialogo, nel rispetto dell'altro, nella coscienza della necessità di superare continuamente il deserto dell'idolatria e dell'ideologia».

All'interno di una società plurale come la nostra, «giocoforza i cristiani non possono non tentare questa edificazione». Secondo, però, il ritmo della libertà, consapevoli - i cristiani - del rischio che corrono ogni giorno, per cui devono lasciarsi «reggere, sorreggere, e quando è il caso, correggere dalla comunione fraterna».
La libertà, appunto.

Perché «il cristianesimo è un incontro di libertà: della libertà profondamente smisurata della Trinità che è venuta al nostro incontro nel Figlio suo che si è abbassato radicalmente per noi e la nostra libertà carica di fragilità e di peccato, eppur tuttavia luogo del possibile dono permanente di noi stessi. Luogo del possibile incontro con questo volto stupendo del Padre che Dio ci mette davanti».
La Trinità, appunto.

Vi fa riferimento anche Cacciari: «E' talmente evidente nella tradizione cristiana la consapevolezza dell'abisso io-tu che la relazione perfetta tra l'io e il tu - che fa dell'io-tu, come tali, e che restano tali, una vera unità, senza confusione - è quella trinitaria. Ed è sul modello della dimensione trinitaria che si articola ogni dimensione propriamente dialogica, anche sul piano sociale ed economico».


Ma a questa conclusione il filosofo veneziano arriva dopo aver spiegato che cosa lui intende per cristianesimo. «E' un perseverare nella fede attraverso la domanda, non una fede che supera e acquieta la domanda, ma all'opposto una fede che è tutta penetrata dal dubbio. Anzi, è il risultato del dubbio, quando il dubbio è penetrato proprio nello spirito dell'uomo fino alla più tremenda altezza».


Cacciari è proprio convinto che non vi sia altra via alla fede che venga testimoniata attraverso l'angoscia. «Un'angoscia, però, che dischiude, che apre». Un movimento - riconosce Cacciari - che la filosofia occidentale ed europea ha acquisito dalla testimonianza cristiana. Che cosa rischia di essere la fede, invece, per il contemporaneo? «Solo una credenza, un opinare. La fede è esattamente l'opposto. La fede è certezza che si acquisisce nell'angoscia, attraverso l'angoscia che persevera nell'angoscia. Quindi è tutt'altro che opinare. Tutt'altro che vaga credenza, tutt'altro che affare del cuore. Certo liberalismo l'ha sempre intesa così. Bisogna stare attenti a discernere, a discriminare».

La fede - insiste Cacciari - «è una dinamica di liberazione dall'opinare, dalla credenza meramente soggettiva, dagli affari del cuore. Perché ha a che fare con un elemento essenziale: la certezza». La certezza della fede. Ecco perché, secondo Cacciari, quando il Figlio dell'uomo tornerà sulla terra, troverà la fede. Cioè, «la vita vera, la vita eterna».

Bisogna crederci, riprende il patriarca; cosicché «ogni mattino, al risveglio, possa riprendere per ogni uomo il cammino di riedificazione».


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