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    laico progressista
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    Predefinito Mazzini, la Patria e l'unità nazionale

    Cari amici,
    da qualche tempo ho avviato una serie di riflessioni, frutto anche dei dibattiti avuti con voi in tempi recenti e lontani, e ho ritenuto di metterle insieme. Come ho già fatto privatamente, diffondendo il documento alla mailing list degli iscritti in mio possesso, le riporto anche sul forum.
    Spero possano rappresentare un contributo utile a sviluppare nuove idee per la politica del movimento.
    Un movimento che deve cominciare a parlare la propria lingua politica, per sentirsi vivo e per continuare a vivere.
    Il testo è un po' lungo, perdonatemi, ma forse qualcuno troverà l'interesse e il tempo per dargli un'occhiata.
    Un saluto a tutti.




    MAZZINI, LA PATRIA E L’UNITA’ NAZIONALE


    Il nostro è un Paese giovane, unito da meno di un secolo e mezzo. E’ un Paese arlecchino, dove coesistono realtà e genti tra loro diverse, interessi e culture spesso divergenti, evidenti distanze geografiche. Questa varietà etnico-culturale e territoriale è la sua ricchezza. E’ la molteplicità dei luoghi e dei costumi che rende l’Italia un’attrattiva mondiale e una grande risorsa, reale e potenziale, in termini di valore umano.
    Forti di questa coscienza, possiamo considerare il processo unitario che ci ha reso Paese il seme della nostra pianta, e celebrare pertanto il periodo risorgimentale come momento creativo essenziale per la vita e la cultura dello stivale.

    Se gli storici e i benpensanti convengono su questo approccio, purtroppo l’insieme della società sembra non averlo introiettato a sufficienza. L’Italia oggi continua a marcare in senso spesso antitetico e conflittuale le sue differenze. Tra gli italiani sono rimasti gli stessi particolarismi, gli egoismi, i pregiudizi e le incomprensioni latenti e patenti da sempre.
    Di più. Non è mai esploso un vero e proprio "amor patrio". Quel sentimento di naturale e innato attaccamento alla propria terra e alle proprie genti, tipico di ogni Paese conscio della sua storia, nel nostro si manifesta chiuso in una sfera strettamente locale e particolare, confinato nella dimensione regionale, se non addirittura in un gretto provincialismo. Quello spirito unitario e solidale che dovrebbe rappresentare l'essenza di un popolo, la sua linfa vitale, il suo primo collante, è ancora troppo spesso assente tra i connazionali: italiani che si compiacciono di denigrare il proprio Paese, che fanno confronti in negativo, che "si vergognano di essere italiani".
    Non è per caso d’altronde che nella penisola serpeggino da troppo tempo due infauste vocazioni: quella secessionista al nord, alimentata da un complesso di presunta superiorità, intriso di volgarità e razzismo; e quella parassitaria e parastatale del meridione, che pretende i diritti e dimentica facilmente i doveri.

    Occorre pertanto una consapevolezza superiore. Occorre riscattare quel valore di patria unitaria, quella coscienza nazionale e quel rispetto per lo Stato che passa anzitutto per l’osservanza della legalità, valori rimasti a lungo sopiti. E occorre farlo cominciando da una rilettura storica del nostro Paese che, a partire dal Risorgimento, esalti il pensiero e le idee che ancora oggi riconosciamo come presupposto e riferimento dell’Italia contemporanea.


    I protagonisti del Risorgimento.

    E’ noto come la natura del Risorgimento sia stata élitaria e non popolare, come i princìpi ispiratori furono innescati, più che da un afflato generale, da una consapevolezza colta del nostro passato, propria di una borghesia illuminata che ha ricercato e ritrovato le radici comuni nella lingua, nell'arte e nella letteratura, nella cultura, nei fasti dell'antichità, oltre che nella conformazione geografica del nostro Paese.
    Dalle prime idee illuministe diffuse dal Caffè e da Cesare Beccaria, al pensiero di Romagnosi; dagli approfondimenti storici del lombardo Botta e del napoletano Troya a quelli di Alessandro Manzoni; dal patriottismo irredentista di Ugo Foscolo a quello di Pellico e del Conciliatore; dal sentimento unitario di matrice monarchico-liberale di Cesare Balbo e Massimo D’Azeglio al neoguelfismo di Gioberti, per giungere al pensiero repubblicano nelle sue declinazioni radicali e ugualitarie (Buonarroti), federaliste (Cattaneo e Ferrari) e democratiche (Mazzini), l’età moderna e ottocentesca è cosparsa di frammenti ideali che, sia pure spesso in distonìa tra loro, hanno tutti concorso in varia misura a comporre il grande mosaico unificante del popolo italico, incanalando il flusso degli eventi nel tragitto unitario.
    Il nostro Risorgimento è un tempio con tanti numi. Tra le figure chiave, il popolo riconosce in Giuseppe Garibaldi il protagonista epico e romantico capace con le sue gesta non solo di ricucire il territorio sotto un’unica bandiera, ma anche di conquistare i cuori, di accendere passioni, di infiammare gli animi. E naturalmente, accanto all’eroe popolare, non si dimenticano i comprimari: le strategie politiche e diplomatiche di Cavour, la volontà sovrana di Vittorio Emanuele e di casa Savoia.
    Tuttavia esiste una figura che, pur nella sua grandezza, non ha ancora goduto di un’adeguata considerazione, e che agli occhi di oggi richiede una riflessione più attenta, un riguardo maggiore, un doveroso approfondimento: quella di Giuseppe Mazzini.


    Attualità di Mazzini.

    Se ci si soffermasse oggi sul pensiero di Mazzini, evitando, come si è fatto finora, di restringere il suo contributo principalmente al ruolo attivo svolto nel processo di autodeterminazione del popolo, la sua immagine si vestirebbe d’incanto di una modernità e di un’attualità sorprendenti.
    La figura di Mazzini invece, viene esaltata (ma anche isolata) nella fase preunitaria, quale idealista originale e tenace, ispiratrice e regista di sommosse e tumulti per l’indipendenza del Paese, ma incapace di organizzare una rivoluzione vera, e quindi alla fine sconfitta. Nell’immaginario collettivo Mazzini resta uno sfortunato sovversivo, un utopista triste, inquieto e irrequieto, finanche un po’ lugubre. In fin dei conti, un protagonista del prologo risorgimentale, che manca però l’appuntamento con la partita decisiva.
    C’è sicuramente del vero in quest’analisi, che rimane però figlia di uno sguardo statico, fisso sugli accadimenti, privo di uno slancio prospettico di più ampio respiro.

    Se volessimo assecondare un giudizio sul ruolo di Mazzini strumentale alla battaglia risorgimentale, resta indubbio che l’esule sbagliò molti calcoli.
    Forse complici i suoi prolungati soggiorni all'estero, non comprese a fondo la distanza esistente tra i fini da raggiungere e i mezzi per realizzarli. Si rivolse ai contadini e agli operai, ceti poveri a cui parlava in termini troppo avanzati, se consideriamo che il nostro Paese non aveva avuto alcuno sviluppo industriale, che i contadini erano troppo ignoranti per seguirlo in massa e che la classe operaia era ancora in embrione. Sebbene la sua dottrina sociale ambisse alla proprietà privata dei coltivatori e il suo messaggio ai ceti deboli ventilasse la prospettiva di uno Stato democratico che li rendesse più partecipi, egli tuttavia finì col considerare le masse popolari strumentali al raggiungimento dell'ideale repubblicano, e non il fine ultimo dell'azione politica, e ciò indebolì il suo mordente. Le Società operaie si diffusero e alimentarono le sue speranze, infatti, finché non scoprirono che i loro interessi venivano meglio incarnati dal socialismo marxista.
    L’illustre genovese raccolse piuttosto un consenso più solido nella borghesia progressista, senza riuscire a coinvolgere però nella sua battaglia l’intero ceto, all’epoca il solo capace di cambiare l’Italia e di interagire con l’aristocrazia dominante.
    Mazzini fu un idealista di grande lungimiranza e modernità. Ma proprio per questo, non ebbe mai la reale percezione delle strategie che potessero realizzare nel suo tempo la propria visione democratica e repubblicana. L'esule perse tante battaglie in vita, si vide scippare quella unitaria, visse con la malinconia e il rimpianto dell'eterno perdente.
    Ma lo scarso pragmatismo del Nostro resta un fatto circoscritto alla storia dell’Ottocento italiano. E paradossalmente, rende onore alla coerenza e alla purezza ideale del suo pensiero, perché non lo piega alle contingenze, ma lo proietta oltre l’orizzonte risorgimentale, illuminando il futuro.
    Per questo oggi è necessario rileggere Mazzini, per cogliere tutta l’attualità delle sue idee.

    Mazzini era per l’unità d’Italia. Fu tra i primi a sostenere con forza la necessità di ricongiungere un popolo, una storia e una cultura che sentiva parte di una stessa terra, si adoperò con tutti i mezzi per raggiungerla e impiegò la sua vita in nome di questa battaglia. La sua idea di Italia si fondava su un convincimento ideale e su una sincera coscienza patriottica, mentre Cavour e soprattutto i Savoia la concepirono come egemonia dinastica e conquista territoriale.
    Mazzini era repubblicano in tempi di monarchia. Ambiva ad una società di liberi cittadini e non di sudditi. Concepiva lo Stato unitario non come proprietà di una casta privilegiata, ma di pubblico dominio, al servizio di un popolo sovrano.
    Era un democratico. Sognava un’Italia di diritti civili, con un governo responsabile di fronte ai cittadini e non appannaggio di cerchie elitarie, che offrisse a tutti possibilità d’istruzione, che adottasse il suffragio universale, che riscattasse le donne, che abolisse la schiavitù e la pena di morte. La stessa Giovine Italia nacque sull’esigenza di contrapporsi ad una Carboneria troppo ristretta ad un gruppo dominante, incapace di rendere i cittadini protagonisti della propria libertà.
    Con Saffi e Armellini, Mazzini scrisse una carta costituzionale esemplare, un monumento giuridico anticipatore delle moderne costituzioni democratiche europee, presa a riferimento letterale anche nella stesura della nostra del ’46. Un testo che fece di quei pochi giorni di Repubblica Romana, un capitolo cruciale della nostra storia democratica.
    Mazzini era d’ispirazione liberale e progressista, vicino ai ceti deboli. Propugnava la proprietà dei mezzi di produzione e la fratellanza come forma di riscatto, in un mondo in cui avanzavano le idee anarchiche e socialiste, e in cui era facile, per rivoluzionari come lui, conformarsi al verbo dell’anticapitalismo e della lotta di classe. La sua breve apparizione alla Prima Internazionale, servì a marcare le sue distanze dalle teorie egualitarie e dagli strumenti di lotta. Fu deriso e osteggiato da Marx, da cui oggi pretenderebbe le scuse. E la stessa sensibilità liberale e interclassista arrivò a contrapporlo alle tentazioni rivoluzionarie di Filippo Buonarroti, repubblicano anch’egli, ma di matrice babeuviana e comunista.
    Mazzini era laico. Fervido religioso, si professava profondamente anticlericale. Il suo era un Dio di verità e di giustizia, non assimilabile alla dottrina cattolica tradizionale. Un ente supremo che si manifesta attraverso il popolo. L’unità di Dio, del popolo e della nazione, fa sì che quest’ultima si metta a servizio di Dio, cioè dell’umanità. Da questa visione scaturisce il concetto di fratellanza, di armonia e di rispetto tra i popoli, assiomi cardine di ogni spirito laico e tollerante.
    Infine Mazzini fu un precursore dell’integrazione europea. Esportò nel continente, con la Giovine Europa, il suo modello di valori, propugnando l’autodeterminazione dei paesi e teorizzando il superamento delle nazioni in favore di un’unione di stati europei tra loro federati, che avrebbe fugato ogni pulsione egemonica e sublimato il concetto di umanità, quale fusione di popoli diversi ma tra loro in pace e tra loro fratelli.

    Guardando alla summa dei suoi princìpi, possiamo concludere che Mazzini era un genio. Un pioniere della moderna società.
    Tutto questo basta a farne oggi il vessillo dell’Italia contemporanea, di un Paese che ha accolto e condiviso via via tutte le sue istanze, una dopo l’altra. Perché il pensiero di Giuseppe Mazzini non è stato solo il motore del Risorgimento, ma ha guidato il nostro destino fino al presente, rivelandosi il primo ispiratore dell’Italia moderna e un riferimento per l’Europa futura.
    Non a caso, d’altronde, grandi figure di spessore universale come Gandhi e Ben Gurion, o anche come il nobel per la pace Ernesto Moneta, lo hanno eretto a loro maestro, considerando I doveri dell’uomo la propria bibbia morale e politica.


    Patriottismo e nazionalismo.

    E’ sulla base di queste constatazioni che la tradizione repubblicana in Italia, latrice dell’eredità mazziniana, deve assumersi l’onere di riscattare, rigenerare e rafforzare l’idea di Patria in un Paese distratto, ostile e comunque poco sensibile a questo tema.

    Anzitutto dobbiamo capire cosa intendere per sentimento patriottico.
    Rifacendoci ad un saggio di Maurizio Viroli sull’argomento, possiamo distinguere tra nazionalismo e patriottismo. E qualificare quest’ultimo come “monarchico” o “repubblicano”.
    Il nazionalismo è un concetto strettamente legato all’etnia, alla civiltà, alla lingua, e si manifesta nell’esaltazione del popolo e nella sua volontà egemonica.
    L'amor di patria invece è ben altra cosa. E’ il rispetto per uno Stato e per le sue istituzioni, è il sentimento di appartenenza ad una comunità che ci conduce a perseguire ideali di giustizia, di libertà, di etica civile. Chi ama la Patria, in sostanza, vuole solo il suo bene, in modo disinteressato, senza egoismi, nel rispetto degli altri cittadini e degli altri popoli e senza ambizioni prevaricatrici. Chi si identifica nella Patria, sa che il bene del Paese coincide col proprio.
    Se il patriottismo si fonda sulla comunanza tra cittadini uguali per diritti civili e politici, sul rispetto per la Costituzione, sulla legalità e sul buon funzionamento di uno Stato sentito come dominio di tutti, è evidente che esso si sublima davvero soprattutto nella sua accezione repubblicana, giacché la monarchia presuppone una componente servile che subordina il popolo al re, prima che alla Patria.
    Purtroppo in Italia, come nota Viroli, il patriottismo repubblicano ha condotto sempre una vita stentata, essendo prevalsi il patriottismo monarchico prima, e poi il nazionalismo.

    A questo proposito, ripercorrere le fasi storiche post-unitarie contribuisce sicuramente ad accendere qualche luce sull’evoluzione difficile e distorta della nostra coscienza nazionale.
    Dopo l’unità, l’avvio della vita monarchica italiana è stato caratterizzato da una gestione oligarchica del potere, da un distacco tra istituzioni e i cittadini, da governi emanazione di un’élite privilegiata, spesso corrotta, che praticava una politica sì laica e liberale (sia a Destra che a Sinistra), ma lontana dalle istanze delle gente e dalla cultura prevalentemente cattolica del Paese.
    Il meridione poi viveva vicissitudini del tutto particolari, retaggio della dominazione borbonica, in un mondo a parte, povero e arretrato, che favorì l’emigrazione di massa.
    La Grande Guerra, inoltre, da cui l’Italia uscì sconfitta e provata, non aiutò a rinvigorire un attaccamento alla nazione, ma a nutrire uno spirito pragmatico, individualista e disimpegnato, teso a suturare le ferite e i danni personali cagionati dal conflitto.
    In questo contesto, complice anche uno spazio temporale ristretto, era difficile cementare il Paese, educarlo alla convivenza, amalgamare tradizioni, evocare la Patria e diffondere un sentimento coeso tra i cittadini.

    Toccò al fascismo il proposito di permeare gli italiani di un forte ardore nazionale. Un sentimento intriso di retorica, di simbolismo, di apologie e di propaganda.
    Lo spirito nazionale artatamente infuso in quel periodo era cosa ben diversa dal "patriottismo". Era un orgoglio nazionale, un delirio di potenza, una sovrastruttura aulica e ridondante, una costruzione artificiale. In altre parole, il nazionalismo. Per di più forzato, infuso dall’alto, inculcato.
    In questa truffa spirituale, purtroppo, fu trascinata anche l’idealità mazziniana: Il manifesto degli intellettuali fascisti promosso da Giovanni Gentile, infatti, si propose di recuperare il primato della nazione sull’individuo, per scuotere una società disincantata dal potere istituzionale e ricondurla al servizio di uno Stato-nazione. Per corroborare le sue tesi, il filosofo del regime guardò a Mazzini, quale ispiratore più genuino dello Stato unitario.
    Ma se il fascismo lo ha celebrato, è palese che del Nostro ha voluto cogliere una visione parziale, strumentale a un obiettivo specifico, esaltandone la vis patriottica e tralasciando tutto il resto. Le momentanee aperture di Mazzini alla monarchia e il fatto che contemplasse la dittatura come provvisoria presa del potere, argomenti pretestuosi alla propaganda, rappresentano aspetti relativi alle contingenze storiche e tattiche del suo tempo, e sono lungi dal costituire la sostanza del suo ideale politico. Solo un approccio distorcente e ideologizzato può fare leva su questi punti, travisarli, enfatizzarli, ergerli a fondamento e giustificazione di modelli totalmente avulsi dal suo pensiero. Tant’è che proprio a Gentile prima e ai repubblichini di Salò poi, dobbiamo la reticenza dell’antifascismo e della Resistenza (con l’eccezione di qualche azionista) nei confronti del genovese, e tutto sommato anche il declassamento mnemonico che patiamo tutt’oggi. Mazzini, ormai infangato dall’usurpazione culturale fascista, sembrò compromesso e assimilato ad un’idea di patria che rievocava il regime e tutto il suo armamentario ideologico.

    La proclamazione della repubblica dopo la vittoria referendaria avrebbe dovuto alzarlo sugli scudi, e invece in molti preferirono soprassedere sulla sua figura. Solo Genova celebrò il suo conterraneo radunando una folla di cittadini per rendere omaggio alla salma imbalsamata, per un giorno riesumata ed esposta nel cimitero di Staglieno.


    La morte della patria.

    L’oblìo di Mazzini era un effetto tangibile del declino della Patria. La Liberazione, la redenzione dal fascismo, i traumi della guerra e del cambiamento, la perdita di ogni riferimento certo, il crollo di un sistema consolidato, si portarono via anche quel residuo di idealità nazionale che la dittatura aveva ridestato con opposte pulsioni, tra fautori e detrattori.
    Si è dibattuto molto negli anni su un libro scritto sul finire della guerra, uno struggente grido di dolore lanciato dal talento letterario di Salvatore Satta, che meditò con estrema onestà sulla “morte della Patria”: il De Profundis, un’opera che ha centrato alcune importanti verità.
    Attraverso un’attenta analisi sociologica, Satta muove una critica spietata al cosiddetto “uomo tradizionale”, cioè il borghese, imputandogli, a partire dalla rivoluzione industriale, di aver modellato la sfera sociale a suo favore, al fine di preservare ricchezza e sicurezza, sulla base di un falso principio di libertà che rendesse universali i propri interessi particolari. Quest’individuo, rileva l’autore, è disposto a cedere tale parvenza di libertà, allorché le masse sfruttate pretendano gli stessi privilegi. E’ esattamente quanto accadde in Italia col fascismo, all’altare del quale l’”uomo tradizionale” sacrificò la sua libertà e anche la sua integrità personale, in cambio di una tavola imbandita.
    Il “borghese”, poi, ritenne subito sciolto il patto nel momento in cui il duce lo trascinò in guerra, o quando capì che il conflitto avrebbe minato le sue proprietà, la sua quiete, la sua pace, intesa come «pace dell’istinto appagato», «feroce affermazione di sé», «negazione degli altri».
    Ecco dunque la morte della patria. Essa si consumò l’8 settembre del ’43, perché quel giorno, scrive Satta, iniziava la guerra e gli italiani in maggioranza la disertarono. L’unico modo per difendere un minimo di dignità sarebbe stato continuare a combattere. La minoranza che lo fece, da una parte e dall’altra, gettò il seme di una patria rinnovata. Perché non combatté contro i tedeschi o contro gli angloamericani, ma contro se stessa, contro l’egoismo e il trasformismo dell’”uomo tradizionale” che ciascuno sempre coltiva dentro di sé.


    La rinascita del patriottismo.

    Se dunque Satta ritrova a ragione nella forza ideale dei combattenti quel patrimonio residuo su cui rifondare un sentimento patriottico svilito e calpestato dall’ignavia che aveva sostenuto il fascismo e dall’ampia zona grigia dei sopravvissuti a se stessi che si celarono durante la guerra, è pur vero però che in senso assoluto tale valore, nei decenni successivi, non s’è più riaffermato.

    Se a sinistra la patria è da tempo un tabù e a destra è rimasta invece sinonimo di nazione, esiste un vasto terreno politico e sociale in cui l’Italia è terra di pochi o è terra di nessuno, è coincidente con la pianura padana o è un’entità assente, insignificante, che lascia il passo al far west. In questo deserto di indifferenza, è maturato oggi l’equivoco per cui la destra, quella figlia diretta del fascismo, si autoproclama detentrice unica della bandiera, dei valori nazionali, dell’orgoglio di popolo. Succede perché l’altra Italia gliel’ha concesso di buon grado, lasciando che declamasse ai suoi reduci col petto rigonfio le vacue roboanze nostalgiche.
    E’ ora di togliere dalla bocca di questa destra le parole sbagliate. I tempi sono maturi perché in Italia prenda vita un sincero senso patriottico repubblicano. E questo è un compito che spetta a noi. Pochi testimoni, ereditieri di un passato nobile, democratico, antifascista e unitario. I nostri padri politici l’Italia l'hanno propugnata, l'hanno perseguita, l'hanno creata davvero. E si sono battuti, durante la Resistenza, per restituirle la dignità e l'istituzione democratica e repubblicana che meritava. Noi rappresentiamo il nucleo da cui nel prossimo futuro si potrà diffondere una sincera coscienza nazionale, e potrà generarsi quell'"amor patrio" che finora è troppo spesso mancato.

    Non solo. Ancora oggi le forze politiche non riescono a metabolizzare le ferite della guerra civile che ha contrapposto partigiani e repubblichini. Vecchie ruggini, ripicche, incomprensioni, si producono ciclicamente nei tentativi revisionisti come nelle reticenze di omissioni storiche di comodo. Occorre pertanto ricreare basi più solide per una conciliazione nazionale, che passi per un recupero dell’idea di Patria che stimoli i cittadini a sentirsi parte integrante di uno stesso Paese, e che ritrovi un punto di riferimento condiviso. A questa richiesta Giuseppe Mazzini risponde in pieno.
    Nei decenni addietro non era possibile, essendo l’Italia in balìa da un lato di una cultura marxista che viveva di altre eco e suggestioni, e dall’altro di quella cattolica, spesso ignorante, curiale, bigotta, disinteressata ad un cristiano laico ostile al “cattolicesimo-medievale”. Non c’è stato posto per Mazzini e per la Patria nelle chiese rosse e bianche.
    Ma oggi che la sinistra ha perduto il suo testamento ideologico, e che la destra ha finalmente compreso il valore della democrazia, Mazzini deve diventare il riferimento di ogni italiano cosciente e democratico, quale punto di convergenza e di pacificazione vera tra tutti i connazionali, eredi del fascismo e della Resistenza. I tempi sono maturi perché i primi, che lo celebrarono come patriota, accolgano ora i lumi del suo pensiero democratico, e gli altri, rimasti orfani di una guida spirituale, riscoprano nelle sue idee i solidi contenuti di laicità e progresso. Non come germi di una nuova ideologia che faccia del mazzinianesimo il metro di valutazione del buon cittadino, ma prendendolo come esempio e modello nella misura in cui riusciamo a calarlo nella società odierna, recuperando tutti quei valori condivisi, e sono molti, che possiamo ritrovare ancora vivi, attuali, necessari.

    Se noi repubblicani sapremo svolgere questo compito, daremo coerenza e continuità al nostro ruolo, riscopriremo il vigore della nostra matrice comune, e avremo onorato al meglio la memoria del nostro ispiratore, regalandogli un'Italia più unita, solidale e riconoscente. Un'Italia ricomposta nel suo nome, fondata sui valori unitari, democratici, repubblicani, costituzionali.
    In una parola, l'Italia di Giuseppe Mazzini.

    Paolo Arsena

  2. #2
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    Predefinito

    Bravo Arsena.
    E’ indispensabile tovare il coraggio -come tu hai fatto- di venire fuori dal guscio dei pensieri individuali, dei sottintesi fra amici, degli stereotipi non verificati.
    Dobbiamo scrivere ciò che riteniamo essere valore e in questa operazione dobbiamo accettare il "rischio" di essere letti, commentati e magari criticati.

    Facendo questo noi dobbiamo del resto anche vigilare che il riferimento a Mazzini non venga da altri utilizzato a sproposito a supporto di qualunque posizione precostituita.

    Dobbiamo far trasparire con chiarezza che l’idealità mazziniana -alla quale noi ci riferiamo- è senza possibile equivoco assolutamente sociale ed assolutamente partecipativa.

    Qualsiasi tentativo di farla apparire conciliabile con tendenze imbevute di disequità sociale o di allontanamento dei cittadini dalla partecipazione costante e diretta alla vita politica deve essere da noi motivatamente respinto.

    Non solo, ma l’idea mazziniana è sopra ogni altra cosa etica del dovere, cioè dell’impegno civico. Puoi chiamarlo patriottismo se vuoi, in ogni caso si tratta di volenteroso spirito di servizio nei confronti della comunità. Un dovere individuale e costante che prevale sulla aspettativa per i diritti.

    Noi dobbiamo provare a giocare il senso della nostra partecipazione all’interno della coalizione partitica di centrosinistra nel rovesciare la logica della "sinistra dei diritti", costruendo per il futuro sulla logica di una "sinistra dei doveri" -non nel senso delle coercizioni o degli obblighi, è chiaro-, ma nel senso dell’impegno morale di ogni singolo a favore della collettività.

  3. #3
    l'Edera del Cugino è sempre...
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    Le praterie del dubbio - Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver perduto il senno
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    Predefinito Mazzini, religione come sentimento

    Per lui era il principio che spinge gli uomini a trovare nuove forme politiche e sociali, il concetto che innalza l'individuo


    Maurizio Vìroli

    Uno degli aspetti del pensiero politico di Mazzini che conserva intatto il suo valore rispetto al dibattito contemporaneo sono le sue riflessioni sulla religione. Da una parte i filosofi politici conservatori accusano i laici di disconoscere i fondamenti religiosi dell'ordine sociale e di elevare quale valore supremo, o unico, la libertà di scelta dell'individuo e lamentano il fatto che la pubblica piazza è stata spogliata di tutti i simboli e i riferimenti religiosi che in passato dirigevano l'attenzione degli individui verso la fonte trascendente dell'ordine morale, con la conseguenza che nessuno più pensa davvero ai valori, al bene comune, alla virtù. Dall'altra i laici sottolineano che Dio deve rimanere fuori dalla pubblica piazza e dalle istituzioni e che le pubbliche deliberazioni devono essere condotte rispettando le regole della "ragione pubblica", ovvero le ragioni condivisibili che mirano al bene comune e possono essere dìfese in pubblico. Gli uni sostengono che la democrazia ha bisogno della religione; gli altri che deve guardarsi da essa come da un nemico insidioso e pericoloso.
    Mazzini elaborò invece un'interpretazìone della religione quale mezzo necessario per l'emancipazione di un popolo dalla servitù politica e dalla corruzione morale. Sostenne che la religione è la sorgente dell'impulso ad agire moralmente, la forza di tradurre in fatti l'ideale morale, e come tale è rigeneratrice di popoli. Per Mazzini religione vuol dire non un sistema di dogmi o di verità scritte in questo o quel libro sacro bensì un sentimento, il principio che spinge gli uomini a trovare nuove forme politiche e sociali, il concetto che innalza l'individuo, lo purifica dall'egoismo e lo rende capace di agire nella storia per realizzare un fine morale.
    Senza sentimento religioso, spiega Mazzini, non c'è mai stata né mai ci sara redenzione o emancipazione: “Dal profondo dell'anima egli [L'UOMO] aspira ad un avvenire che non può, nella forma presente, sperar di raggiungere, ma che è l'oggetto d'ogni attività della vita, il segreto dell'essere, la mallevadoria del progresso; e ogni grande epoca dell'umanità rende quell'aspirazione più intensa, e spande una nuova luce sul concetto ch'ei forma di quell'avvenire. A quella luce novellamente diffusa corrisponde un rinnovamento sociale, una nuova terra a somiglianza del cielo. Io non conosco, parlando storicamente, una sola conquista dello spirito umano, un solo passo importante mosso sulla via di perfezionamento della società umana, che non abbia radici in una forte credenza religiosa; e dico che ogni dottrina nella quale rimanga negletta l'aspirazione all'ideale, nella quale non sia contenuta, quale i tempi la consentono, una soluzione a questa suprema necessità d'una fede, a questo eterno problema dell'origine e dei fati dell' umanità, è e sarà sempre impotente a ridurre in atto il concetto d'un nuovo mondo.
    Potrà riuscire a foggiare magnifiche forme; ma mancherà ad esso la scintilla di vita che Prometeo conquistava alla sua statua dal cielo".

    Per l'emancipazione dei popoli la religione ha un valore molto più grande della filosofia:”La religione, collocata d'un grado più alto della filosofia, è il vincolo che unisce gli uomini nella comunione di un principio rigeneratore riconosciuto, e nella coscienza di una tendenza, d'una missione, d'una direzione comune". Esempio della forza rigeneratrice della religione è per Mazzini la Rivoluzione Francese, che egli interpreta come vittoria dell'ideale vissuto come fede sui fatti e sulle morte istituzioni, e dunque manifestazione del più genuino spirito religioso. La Rivoluzione francese, scrive fu '”L’opera di Lutero nella sfera politica", e in questo suo aspetto risiede la sua gloria e la sua potenza.
    La storia del secolo da poco concluso ha dimostrato che la vera emancìpazione politica e sociale non può essere conquistata solo per mezzo della forza, ma esige l'emancipazione morale delle coscienze. La lezione di Mazzini, valida per tutti i popoli e tutti gli individui che vogliono vive

    re liberi, vale soprattutto per l'Italia di oggi, La lettera a Crispi del 1864 è un documento che basta da solo a dimostrare l'attualità di Mazzini: "Il vero! L'Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere senza quello. L'Italia nascente cerca in oggi il proprio fine, la norma della propria vita nell'avvenire, un criterio morale, un metodo di scelta fra il bene e il male, tra la verità e l'errore, senza il quale non può esistere per essa responsabilità, quindi non libertà. Secoli di schiavitù, secoli di egoismo, unica base all'esistenza dello schiavo; secoli di corruzione, lentamente e dottamente instillata da un cattolicesimo senza coscienza di missione, hanno guasto, pervertito, cancellato quasi l'istinto delle grandi e sante cose, che Dio pose in essa [ ... ] L'Italia nascente ha bisogno di fortificarsi acquistando conoscenza dei propri doveri, della propria forza, della virtù scossa dal sagrificio, della certezza di trionfo che è nella logica: e voi le date una teorica d'interessi, d'opportunità, dì finzioni; un machiavellismo male inteso e rifatto da allievi ai quali Machiavelli, redivivo, direbbe: io aveva innanzi la sepoltura; voi, stolti, la culla d'un popolo. L'Italia nascente ha bisogno d'uomini che incarnino in sé quel vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce, lo rappresentino negli atti, lo confessino, checché avvenga, fino alla tomba [... ]. Senza uomini siffatti, conclude Mazzini e le sue parole sono una profezia che purtroppo si è avverata, l'Italia cadrà sotto il giogo del primo padrone straniero e domestico, che vorrà inforcarla di tirannide, una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di se stessa e d'altrui, senza stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio per tradurla in opera”.
    Altri popoli che meglio di noi hanno saputo conquistare la libertà morale che nasce dal senso profondo del dovere, e che hanno assimilato l'amore della patria come parte del loro modo di vivere, possono trovare nel pensiero politico di Mazzini conferme sempre utili, ma non necessarie. Noi Italiani non possiamo permetterci di leggere Mazzini soltanto come un apostolo lontano del Risorgimento. Dobbiamo leggerlo come un teorico dell'emancipazione dal vivere servo, e cercare nelle sue pagine la via della rinascita morale.



    “La Stampa” Sabato 19 marzo 2005

  4. #4
    l'Edera del Cugino è sempre...
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    A proposito, come è andata la manifestazione del 19?

  5. #5
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    E' stata un'interessantissima lezione di storia e di attualità.
    Il professor Bonella ha tracciato un percorso storico dei repubblicani in Italia, rivalutando il ruolo dei partigiani, in particolare azionisti, nella ricostruzione di una nuova coscienza nazionale.

    Il professor Di Napoli ha fatto un egregio ritratto di Mazzini, sottolineandone l'attualità e la validità del pensiero per l'Italia e per la nuova Europa.

    Maurizio Viroli ha parlato dell'idea di patria, criticando quella destra che ritiene di averne l'esclusiva, sulla base di principi sbagliati.

    Nell'insieme, una conferenza davvero eccellente. La sala era piena, ed è stato rinfrancante vedere come molti amici e tutti i big del movimento (da Bogi alla Mazzuca) abbiano sacrificato piacevolmente un sabato mattina ad un'iniziativa culturale nel ricordo di Giuseppe Mazzini.

  6. #6
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    Chiedo aiuto agli amici di Roma.

    Ho sentito dire che nelle scorse settimane la Regione Lazio ha diffuso un volumetto su Mazzini (se ho capito bene in gran parte a fumetti) destinato agli studenti della regione in occasione del bicentenario.

    Ne sapete qualcosa?

    Sapete se è anche in commercio o se in qualche modo si può "recuperare"?

  7. #7
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    Ho trovato su un sito per i festaggiamenti del bicentenario la relazione che allego che ho trovato molto bella.

    Saluti Mazziniani.









    Il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi ha significativamente annoverato il bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini l'evento più importante del 2005.
    Tale Alta considerazione costituisce un invito a conoscerne la figura e le idee che, in Repubblica, dovrebbe poter avere quella cittadinanza morale e politica che gli venne negata, lui vivente.
    Il titolo della mia conferenza è anche un occasione per un bilancio sulla "fortuna" di Giuseppe Mazzini, a duecento anni dalla nascita.
    Mazzini morì a Pisa il 10 marzo 1872, nell'ospitale casa Rosselli che lo aveva accolto anche nella loro residenza a Londra, con la cittadinanza onoraria svizzera conferitagli dal Cantone di Grenchen, per aver raccolto e valorizzato la musica popolare e con il falso nome inglese di George Brown. Da tutta Italia oltre centomila persone raggiunsero Pisa e seguirono il funerale. Fu una manifestazione politica inaspettata per il numero e la qualità dei partecipanti.
    La storiografia però calcò sull'aspetto negativo della sua figura. Quella monarchica cercò di offuscarne la figura morale; quella fascista ne degenerò il concetto di nazionalità in nazionalismo; quella cattocomunista reciprocamente lo isolarono, ignorandolo e continuandone l'ostracismo fino ai nostri giorni. Per quest'ultimo tipo di impostazione storico-ideologica Mazzini era un tipo da tener lontano, lontano, quasi fosse stato meglio non fosse mai esistito. Il tempo però è stato con Mazzini galantuomo.
    Oggi le sue idee e le sue concezioni di società sono vincitori, anzi costituiscono la sola prospettiva civile e democratica d'avvenire.
    Oggi l'Italia è finalmente Repubblica; il comunismo è crollato, sotto la sua pretesa di creare una società di castori, come diceva Mazzini; il Concilio Vaticano II ha fatto ammenda delle colpe contro la libertà e l'Evangelo che avevano caratterizzato il potere temporale; l'Europa si è avviata verso la confederazione includendo anche i Paesi dell'Est europeo, oltre la vecchia cortina di ferro; le Nazioni Unite, come organizzazione sovranazionale intesa a garantire il governo mondiale, viene ad essere, come principio, accettata da tutti, anche se, l'attuale assetto burocratico e corrotto richiede d'essere ampiamente riformato, secondo i criteri e lo spirito mazziniano.
    Mazzini è nel nostro tempo, il vincitore morale e politico ed una riserva dell'umanità, per affrontare alcune crisi che debbono avere la soluzione dell'unità nella diversità.
    In un epoca di globalizzazione, il concetto mazziniano di popolo, avente ciascuno una propria identità e missione, da non annullare nella uniformità della fraternità universale, costituisce la chiave di volta per affrontarne, senza odio di classe o di razza, le sfide. Così come sul piano europeo una federazione, non omogenea né burocratica, può costituire la realizzazione degli ideali che unirono Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo.
    Assistiamo, in ogni parte del mondo, al risveglio delle nazionalità, tenute sinora soffocate da regimi dittatoriali e da poteri egemonici. E' da tener presente che il risveglio della nazionalità non coincide tout court alla nascita della nazione, che richiede un processo di maturazione più profondo e lungo. La nascita della identità nazionale infatti non annulla le etnie, anzi ne valorizza la ricchezza dialettica. La società multietnica non può dunque annullare tale identità nazionale che è fondamentale riconoscere e rispettare. Essa, società multietnica, parcellarizzata in clan, etnie, parrocchie, porterebbe ad una realtà tribale, fuori di ogni contesto civile, anche se strumentalizzabile, come lo è attualmente, in contesti geografici diversi, per finalità che nulla hanno a che vedere con la fratellanza universale dei popoli e degli individui.
    Mazzini è vincitore anche sul piano etico. Sin da giovane aveva impostato la sua filosofia storico-politica nella visione della continuità del progresso umano, che legava il passato, il presente e l'avvenire.
    Egli vaticinava la Terza Roma, la Roma del popolo. La prima Roma aveva unificato il mondo, con l'Impero Romano, con la Repubblica, e il diritto romano; dopo la seconda, che aveva affratellato i popoli europei con il cristianesimo, con i Papi Santi che si contrapponevano ai barbari. La terza Roma avrebbe affratellato popoli ed individui con la formula Dio è Dio e l'Umanità è il suo profeta, in una dimensione religiosa di unificazione, fondata sul rispetto delle diversità storico-geografiche e individuali.
    Con questa visione di futuro Mazzini univa strettamente l'impegno morale a quello politico che costituisce, ancora oggi, un ancòra di salvezza dalla crisi della politica. Così come il richiamo alla comune paternità di Dio, alla dignità di ogni uomo nato sotto la volta celeste, qualunque siano il colore della pelle, la razza, le convinzioni religiose o politiche, le collocazioni geografiche, costituiva il richiamo al valore della dimensione religiosa del mondo e della vita, contro ogni relativismo etico e contro ogni ignavia nei confronti dei doveri verso se stessi e gli altri, per la religione del dovere testimoniata nei comportamenti.
    Mazzini però ancora oggi è esule in Patria per la maggioranza degli italiani, perché non lo si fa conoscere. Si è staccato dalla formazione educativa dei giovani il valore del senso storico: del Risorgimento non si parla più nelle scuole; nelle Università, le cattedre di storia del Risorgimento vengono man mano abrogate, in nome di un ambiguo insegnamento di storia contemporanea che è prevalentemente più cronaca, costume, sociologia, giornalismo, quando non mascherato da ideologie scadute. Né i nuovi linguaggi delle comunicazioni di massa, la televisione, il cinema, hanno colmato il troppo lungo silenzio sul grande italiano ed europeo. Nell'epopea della "memoria", c'è il divorzio nei confronti della memoria mazziniana. Lo constatiamo ogni giorno nella strumentalizzazione dei mezzi di comunicazioni di massa.
    Fu salutato contemporaneo della posterità.
    Oggi più che in Italia, a lui si richiamano nell'Europa dell'Est, le nazionalità ceka, ungherese, polacca, slovacca, ucraina, e le altre uscite dall'incubo del sovietismo; lo acclamano gli indiani, fedeli alla memoria di Gandhi, che lo riconobbe maestro additandolo come esempio religioso e politico al proprio figlio; lo scoprono i cinesi che si stanno riappropriando della propria storia, nel ricordo di Sun Yat-sen che, nel dicembre 1911 capeggiò, ispirandosi a Mazzini, il movimento nazionale democratico e riformatore che portò alla Repubblica Cinese, il solo spazio non dittatoriale della loro storia; lo ritrovano i pensatori e gli scrittori degli Stati Uniti d'America e dell'America del Sud, nella dimensione della diffusione della libertà e della democrazia, quale condizione di rapporti umani e civili, in ogni parte del globo.
    Nel 1867 Mazzini lanciò l'idea della Alleanza Repubblicana universale i cui principii costituiscono la base di un vasto movimento del pensiero democratico moderno di solidarietà delle democrazie, per la lotta contro il terrorismo e i regimi tribali e dittatoriali che umiliano la dignità degli uomini. L'Alleanza Repubblicana universale costituiva l'ideale di un itinerario educativo che partiva dall'individuo e continuava in tutte le forme associative nelle quali si veniva concretando la società civile, perché la democrazia costituisse il punto di arrivo di una maturazione culturale ed umana capace di riconoscere le potenzialità di ciascun individuo, di ciascun popolo, per realizzare la democrazia pura.
    Questo è il terreno culturale della possibile riforma, auspicata, delle organizzazioni internazionali, per superare l'attuale situazione delle loro burocrazie assetate di potere e corrotte che assorbono i fondi destinati alla comprensione dei popoli e alla organizzazione di una umanità più solidale. Piuttosto che lottare per seggi di rappresentanza o per quote di potere, l'Italia e l'Europa di Mazzini dovrebbero offrire l'opportunità di elevare il tono della battaglia, di educare all'impegno, perché si realizzi, nell'ONU, nell'UNESCO, nella FAO, nell'OMS, e nelle altre agenzie internazionali, le finalità stabilite negli statuti che le videro nascere e non costituiscano alibi per giuochi in contrasto con essi.
    Le celebrazioni mazziniane a Trento hanno avuto anche un pregnante significato musicale per l'impegno del Conservatorio di musica. Mazzini fu uno dei primi critici musicali a mettere in evidenza il valore culturale, etico, storico, politico della musica. La sua "Filosofia della Musica" costituì e costituisce una lettura appassionata capace di animare i giovani a capire e non solo a sentire. Egli suonava la chitarra e cantava le canzoni italiane con una voce che, tra chi ascoltava, faceva sentire le vibrazioni, le emozioni dell'esule e degli ideali che con la musica e la letteratura avevano una religiosa e spirituale sintonia.
    Per il bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini il Maestro Ennio Morricone ha composto un Inno molto bello che vi invierò il prossimo lunedì. Il Maestro Morricone si è ispirato a Giuseppe Mazzini e ai suoi ideali di Unità della Patria Italiana, all'Europa e all'Umanità, riprendendo il simbolo scelto, sin dal 1832 dalle Società operaie di Mutuo Soccorso, delle mani che si stringono in segno di amicizia e di progresso. Le parole dell'Inno sono cantate da un coro di quaranta persone e la voce solista è quella calda e vibrante di Claudio Baglioni che, con giovanile entusiasmo, richiama i giovani a quegli ideali.
    Anche l'Inno Nazionale, l'Inno di Goffredo Mameli, in occasione del Bicentenario della nascita di Mazzini viene dai Maestri Ennio Morricone e Claudio Baglioni ad essere reinterpretato in chiave moderna. Non certo come con la chitarra elettrica del Festival di Sanremo il cui suono, per carità di Patria, va dimenticato, come se il mezzo tecnologico moderno potesse, in sé assorbire i valori morali e musicali dell'Inno.
    I criteri che dovrebbero poter essere condivisi per suonare l'Inno Nazionale, il Maestro Morricone si è augurato potessero essere fissati. Ad esempio che esso non si suoni quando si marcia, che si stabilisca la tonalità giusta per le voci, affinché non gridino troppo o non siano troppo basse, così come la nuova velocità, il metronomo. Inoltre occorrerebbe che finalmente l'Inno di Mameli avesse un assetto legislativo definitivo, perché ancora giuridicamente ... è provvisorio! In tale occasione si potrebbe stabilire, per concorso, una orchestrazione per bande e per orchestre. Il coro poi dovrebbe cantare in maniera appassionata ma contenuta. Il modo di cantare lento e sentito sarebbe una occasione per pensarlo e parteciparlo, conoscerlo e cantarlo con orgoglio.
    La Repubblica è fatta ma quanto mancano gli stili repubblicani e soprattutto quanto mancano la passione e gli ideali mazziniani, banditi dalla scuola e dai mezzi di comunicazione di massa.
    Non defraudiamo i giovani del diritto di conoscere la storia del loro Paese, non veniamo meno al nostro dovere d'essere responsabili di tale furto di educazione.
    Il fondamento etico della Repubblica mazziniana è l'educazione che prepara e forma alla responsabilità della cittadinanza. Sotto questo aspetto Montesquieu giustamente parlava di "virtù" delle Repubbliche. Mazzini elaborò l'etica e il dovere di codesta virtù.
    Mazzini è il personaggio del XIX Secolo che più ha meditato e proiettato il suo ideale nei secoli futuri. Pensava all'avvenire e i suoi ideali si stanno in parte realizzando perché costituiscono la chiave di volta per affrontare i problemi del Mondo sia sul piano internazionale che nei rapporti sociali. Solo recentemente il pensiero economico più avanzato ha accettato l'idea della collaborazione delle classi sociali, l'idea della partecipazione degli operai agli utili delle aziende, per responsabilizzarli, nell'ottica che solo l'unione del capitale e del lavoro potesse assicurare il progresso. Non a caso Mazzini invitava gli operai ad educarsi, per essere dirigenti di sè stessi, del loro lavoro, della patria.
    Anche le idee religiose di Giuseppe Mazzini si proiettano verso il futuro. L'idea della Terza Roma, della Roma, del popolo che realizzi il principio del "Dio è Dio e l'umanità è il suo Profeta", costituisce la dimensione del valore spirituale prevalente che deve unire tutti gli uomini nella testimonianza del dovere che hanno come figli di Dio, qualunque sia la forma religiosa di appartenenza, nella fratellanza tra loro, nella solidarietà e nella giustizia.
    Oggi a Roma si celebrano i funerali del Papa Giovanni Paolo II che ha accettato di parlare in nome della libertà di coscienza, di culto, di associazione, di stampa, e giustamente il mondo gli rende omaggio. Mazzini scrisse pagine vibranti sulla figura di un Papa augurandosene uno che accettasse questi principi, per i quali lui venne condannato, perseguitato, isolato. Lo scritto mazziniano "Dal Papa al Concilio e dal Concilio a Dio" è profetico. Purtroppo, nella logorrea televisiva e radiofonica, nello tsunami mediatico, nessuno lo ha citato, perché pochi lo hanno letto e pochi hanno il coraggio di riconoscere che, anche in questa dimensione, Mazzini aveva ragione.
    In una recente intervista del Sen. Prof. Giuliano Amato sulla attualità di Mazzini, Egli ha ipotizzato cosa avrebbe potuto fare Mazzini ed essere oggi il messaggio che da Lui proviene, se fosse stato Papa! Se cioè avesse potuto avere a disposizione quella rete di comunicazione che con sacrifici immensi ebbe solo con gli intellettuali del suo tempo. Oggi si potrebbe ipotizzare cosa i giovani farebbero se i mezzi di comunicazione di massa, films, TV, radio, editoria, ecc., facessero conoscere il suo pensiero e la sua figura. Nonostante la progressiva scoperta del mondo del pensiero di Mazzini, Egli è ancora esule in Patria ed in Repubblica.
    La vostra iniziativa storica e musicale lo affida alla comprensione ineffabile e irripetibile della sensibilità musicale.
    Grazie
    Giuliana Limiti
    Ciceruacchio

  8. #8
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Predefinito Brivido, Terrore e Raccapriccio

    Dal sito di "Forza Italia" Ragionpolitica.it (struttura ufficiale di formazione di Forza Italia)

    Direttore editoriale: Alessandro Gianmoena (Responsabile Nazionale Formazione FI Giovani)
    Direttore responsabile: Gianni Baget Bozzo

    -------------------------

    Mazzini, un anniversario scomodo
    di Remo Viazzi - 12 marzo 2005

    L'Italia, e Genova in particolare, s'appresta a festeggiare nel 2005 l'anniversario numero duecento dalla nascita di uno dei suoi figli più illustri, Giuseppe Mazzini (22 giugno), sicuramente uno dei pensatori e degli uomini politici del nostro Risorgimento più controversi, uno dei pochi che abbia una statura veramente europea.
    Eppure questa ricorrenza così importante rischia di non ricevere le giuste attenzioni, di passare quasi sotto silenzio. Un po' lo si deve al fatto che coincide con l'imporsi di una nuova stagione federalista dello Stato italiano, che contribuisce quindi a relegare nell'ombra Mazzini per esaltare e ricordare la modernità di Carlo Cattaneo, un po' perché il genovese è un unicum nel panorama politico italiano.
    Mazzini non è più l'uomo o l'icona di nessun partito politico e le sue teorie viaggiano trasversali agli schieramenti di oggi in maniera tale che tutti possono parzialmente attingere a lui senza che nessuno possa in lui riconoscersi. Farne un campione del pensiero liberale tout court sarebbe quindi un'operazione arbitraria, sebbene parte delle teorie mazziniane siano state da esso mutuate: ed egli stesso era solito citare la massima aristotelica secondo la quale: «quanto minore è il numero delle cose sulle quali il governo esercita il suo potere, tanto più lunga sarà la sua durata».
    Inoltre non si può omettere di ricordare che Mazzini ebbe il merito di essere tra i primi e più lucidi oppositori di Marx e dell'ideologia comunista. La frequentazione fra i due, fin da subito piuttosto burrascosa, data dai loro rispettivi soggiorni londinesi. «Lavoravano» nello stesso ambiente, facendo proseliti tra gli operai delle fabbriche. Il punto di partenza era infatti il medesimo: «la forza lavoro ha per loro un identico valore, inalienabile, libero; è la forza contrapposta ad un'altra forza, che limita per Marx la potenza del capitale, per Mazzini collabora con il capitale», per diventare alla fine essa stessa capitale con la creazione delle associazioni. «La forza-lavoro è capacità dell'individuo vivente, presuppone l'individuo e la sua idoneità per il proprio mantenimento».
    Faceva poi tremendamente irritare Marx la convinta difesa che Mazzini faceva della proprietà privata, il principio e l'origine della quale si trovavano nella natura umana. Per lui la proprietà privata rappresentava la necessità della vita materiale dell'individuo, il quale aveva dunque il dovere di mantenerla. Scrisse infatti nei Doveri dell'uomo: «Come per mezzo della religione, della scienza, della libertà l'individuo è chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare il mondo morale ed intellettuale, egli è pure chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare, per mezzo del lavoro materiale, il mondo fisico. È la proprietà il segno, la rappresentazione del compimento di quella missione, della quantità di lavoro col quale l'individuo ha trasformato, sviluppato, accresciuto le forze produttrici della natura [...] Non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché i molti possano acquistarla. Bisogna richiamarla al principio che la renda legittima, facendo sì che il lavoro solo possa produrla. Bisogna avviare la società verso basi più eque di rimunerazione tra il proprietario o capitalista e l'operaio. Bisogna mutare il sistema delle tasse, tanto che non colpiscano la somma necessaria alla vita e lascino al popolo la facoltà di economie produttive a poco a poco di proprietà».
    I contrasti tra i due divennero presto insanabili. Benché i lavori della Prima Internazionale si aprissero il 28 settembre 1864 in un clima fortemente mazziniano (aveva infatti dalla sua parte la maggioranza del Congresso, formata da italiani e dalle Trade Unions inglesi), in breve Marx riuscì a prenderne il sopravvento riscrivendo di suo pugno alcuni documenti, cancellando da quelli ogni traccia di mazzinianesimo e infarcendoli delle sue teorie.
    Eppure, nonostante la forte rivalità, Mazzini dava di Karl Marx un giudizio rispettoso, considerandolo «uomo di ingegno acuto, ma dissolvente, di tempra dominatrice, geloso dell'altrui influenza, senza forti credenze filosofiche o religiose e, temo, con più elemento d'ira, anche se giusta, che non d'amore nel cuore». A tali parole Marx, come spesso capita a chi non ha ragioni da opporre o ha difetto di pensiero, era solito rispondere con epiteti ingiuriosi e insulti, pratica ancora vivissima oggi nei suoi seguaci che sono soliti reagire così quando - e capita spesso - sono privi d'argomenti.

    Remo Viazzi

    [dal sito :
    www.ragionpolitica.it ]

  9. #9
    decolonizzare l'immaginario
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    Di fronte a questa prosopopea, e soprattutto per la mai esistita Italia, non me ne vogliate ma voglio ricordare il Samuel Johnson che saggiamente affermava:

    "Il patriottismo è l'ultimo rifugio dei farabbutti".

    E' molto pericoloso tentare di reificare qualcosa che non è mai esistito, tutta fantasia pelosissima.

  10. #10
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Il patriottismo è la casa di coloro che vogliono il bene comune.

    Il fondamento dei mazziniani è l'etica del DOVERE reciproco di coloro che appartengono all'Umanità.

    Più forte dei diritti dei marxisti e (speriamo) dell'egoismo dei liberisti.

 

 
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