12.09.2005
Un silenzio pesante
di Umberto De Giovannangeli
Quelle fiamme «bruciano» un giorno che doveva essere di festa. Quelle fiamme «raccontano» di una delle pagine più tristi, e inquietanti, di una storia di odio e di sangue. Le sinagoghe di Gaza assaltate, bruciate, saccheggiate. E le forze di sicurezza palestinesi impotenti, simulacro di un’Autorità tale solo sulla carta. Avevamo chiesto a Israele di distruggere quei luoghi di culto prima di ritirarsi - si giustificano i dirigenti palestinesi - li avevamo avvertiti che non potevamo garantirne l’integrità.
Ma l’impotenza connivente non può, non deve essere giustificata. Le immagini di quelle sinagoghe in fiamme hanno fatto il giro del mondo. E hanno riportato alla memoria altri tempi, tempi terribili, e altre sinagoghe date alle fiamme.
Allora sulle macerie fumanti non erano issate le bandiere verdi della Jihad islamica; a far tetra mostra di sé erano i vessilli con la croce uncinata del Terzo Reich nazista. Nessuna causa, anche la più giusta, la più fondata, può mai giustificare il terrorismo stragista o atti il cui valore simbolico devasta la coscienza e la sensibilità di un popolo che ha conosciuto nella sua tormentata storia il significato devastante dei ghetti bruciati, delle sinagoghe violate, distrutte.
Chi ha assaltato quei luoghi di culto, chi ha incendiato quelle sinagoghe, si è rivelato il peggior nemico della causa palestinese. E chi non ha alzato un dito per evitare questo scempio, si è dimostrato succube di una violenza senza freni. Succube di un odio atavico, nemico della pace. In un discorso alla Nazione, il presidente dell’Anp, il moderato Abu Mazen, ha descritto quello di ieri come «un giorno di gioia, senza eguali per i palestinesi negli ultimi cento anni». Poi ha rilevato che si tratta di una gioia non completa: il valico di Rafah con l’Egitto resta per il momento chiuso in assenza di una intesa con Israele, mentre altre limitazioni sono imposte ai palestinesi per qunato riguarda il controllo dello spazio aereo e delle coste. Nessuna parola di condanna per le sinagoghe devastate. Un silenzio pesante. Grave. Inaccettabile. I miliziani mascherati che tra le fiamme della sinagoga di Nevè Dekalim scandivano slogan come «Allah è grande» e «Niente deve ricordare l’occupazione», non davano libero sfogo a una rabbia covata in 38 anni di occupazione. Quei miliziani in armi e col volto coperto si facevano interpreti di un jihad (guerra santa) il cui obiettivo non è una pace giusta, duratura, tra pari con Israele. Ma è la distruzione dello Stato degli Ebrei. Con il ritiro da Gaza, tramonta il sogno del Grande Israele, ideologia e politica che per decenni ha guidato l’azione della destra nazionalista israeliana. Si tratta di un salutare ritorno alla realtà.
È la presa d’atto che la sicurezza di un popolo (quello israeliano) non può fondarsi sull’oppressione esercitata su un altro popolo (quello palestinese). Così come le immagini di quei bambini palestinesi che cercano tra le macerie delle case degli (ex) insediamenti abbattute da Tzahal, qualcosa da portar e via, raccontano di una miseria su cui non è possibile innestare una speranza di pace. Perché i diseredati di Gaza sognano, chiedono una vita normale: una casa, un lavoro, un futuro degno di essere vissuto. Ma questo insopprimibile bisogno di normalità non potrà mai ricevere soddisfazione dai signori dell’odio e della guerra, che stanno trasformando la Striscia «liberata» in una sorta di Far West mediorientale, una terra di nessuno nella quale l’unica legge che funzione è quella imposta con la forza. Abu Mazen ha promesso di fare di Gaza l’embrione di uno Stato palestinese indipendente. Ha garantito di avere volontà e mezzi per ristabilire ordine e sicurezza. La comunità internazionale, l’Europa non devono lasciarlo solo. Ma Abu Mazen sa che le parole nella tormentata Terra Santa pesano come pietre. E le parole che oggi si attendono da lui quanti credono e si battono per una pace fondata sul principio dei due Stati, sono parole di condanna, senza se e senza ma, della devastazione delle sinagoghe.
Lo deve a Israele. Lo deve al popolo palestinese. Che non può essere arruolato a forza in una assurda guerra di religione.


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