di Maurizio Blondet
LONDRA - Il 7 luglio, i quattro attentatori, musulmani nati in Inghilterra, che si sono fatti saltare con le loro bombe nel metrò, non hanno lasciato rivendicazioni. Anzi, nemmeno una lettera ai parenti, un addio a mogli o genitori.
Non sul momento, almeno.
Perché il primo settembre 2005, come dal cappello di un prestigiatore, salta fuori un video di rivendicazione.
Vi appare il più anziano dei quattro «suicidi», il trentenne Mohammad Sidique Khan, che dice: «le nostre parole sono morte, sono nulla finché non diamo loro vita col nostro sangue. Finchè non smetterete di bombardare, gassare, imprigionare e torturare la mia gente non smetteremo il combattimento. Siamo in guerra e io sono un soldato. Ora anche voi assaggerete la realtà della situazione».
Khan, che secondo la versione ufficiale è morto nell'esplosione da lui provocata alla stazione di Edgware Road (in un quartiere musulmano), era anche la persona che, secondo gli inquirenti, aveva plagiato e istigato gli altri tre più giovani terroristi, insegnando loro una versione molto personale dell'Islam.
Secondo i genitori degli altri, aveva «lavato il cervello» ai ragazzi.
Ora, è lui, il capo, a rivendicare l'attentato post-mortem.
Tutto chiaro, dunque?
Forse.
Ma perché la rivendicazione è arrivata quasi due mesi dopo l'attentato?
Perché non mandarla subito?
E da dove viene il video?
E' arrivato ad Al-Jazeera, come tanti altri.
Ma «non è chiaro quando e dove sia stato filmato», dice la BBC: come tanti altri video del genere (1).
Il video è arrivato insieme ad un altro, in cui un uomo inturbantato che tutti dicono essere l'egiziano Al-Zawahiri, ufficialmente definito il nuovo Bin Laden, dichiara in arabo che l'attentato a Londra è «uno schiaffo» per la politica di Tony Blair.
E dà la sua benedizione agli attentatori di Londra, e ai «loro gloriosi predecessori a New York, Washington e Madrid».
Così, Al Zawahiri rivendica anche, finalmente, tutti gli altri attentati, dall'11 settembre in poi, attribuiti ad Al Qaeda.
E anche lui in grave ritardo sui fatti.
Secondo gli esperti inglesi di antiterrorismo, nota la BBC, questi messaggi tuttavia «non sono prove che Al Qaeda abbia direttamente ordinato gli attentati, ma che li ha solo ispirati».
E' il meno che si possa dire.
Ripetiamo: dal 7 luglio, attentati a Londra, al 1 settembre della rivendicazione, sono passati 56 giorni.
Perché i messaggi sono stati fatti arrivare l'1 settembre?
Che cosa accadeva in quei giorni?
In quei giorni, era in attesa di estradizione in Italia quel certo Issac, frequentatore di palestre body building, uno degli attentatori del secondo attentato di Londra, quello del 22 luglio.
Un attentato completamente diverso dal primo, per molti motivi: è fallito (nessuna vittima), i «terroristi» non si sono suicidati nell'atto, e alla polizia è stato facile risalire a loro in poche ore: questi dilettanti del terrore non avevano alle spalle nessuna rete a proteggerli, sono stati presi a casa loro o, come Issac, a casa di un fratello.
In qualche modo, la rivendicazione di Khan cade nel momento opportuno per sciogliere i dubbi, invitare i magistrati italiani a sbrigarsi a consegnare l'innocuo Issac, e a collegare il secondo attentato fallito al primo?
Domande.
Ma varrà la pena di ricordare che questo Khan, bravo insegnante per handicappati che le sue colleghe ritenevano insospettabile, aveva fatto una visita in Israele nel 2003. Una visita-lampo, di un solo giorno.
A fare che?
I servizi israeliani hanno lasciato intendere che avrebbe organizzato un attentato suicida a Tel Aviv, in cui morirono due terroristi, ma il secondo non per lo scoppio del suo ordigno; fuggito dalla scena del delitto, il suo corpo è stato ritrovato il giorno dopo su una spiaggia.
Ucciso da qualcuno.
Dai suoi complici musulmani?
Può anche darsi.
Ma sarebbe fare poco onore al Mossad credere che abbia lasciato entrare in Israele quel Khan, uno con la faccia da pakistano, solo perché esibiva un regolare passaporto britannico.
E l'abbia fatto uscire senza problemi il giorno dopo l'attentato a Tel Aviv.
Chiunque sia atterrato in Israele sa che ciascuno viene sottoposto a interrogatori, perquisizioni e accurati controlli, soprattutto all'uscita.
Questi fatti portano ad ipotesi che sono «vietate» (come s'è visto anche dalla reazioni di media italiani vicini alla nota lobby a un nostro articolo su La Padania a proposito delle domande senza risposta dell'11 settembre).
Eppure ci viene voglia di sfidare il divieto mediatico, e avanzare l'ipotesi di un Khan in qualche modo incastrato da un qualche servizio, o indotto altrimenti a collaborare.
La nostra ipotesi ci spinge persino ad azzardare che Khan sia vivo: dopotutto, se ben ricordiamo, Scotland Yard ritenne di aver identificato a sufficienza i cadaveri dei terroristi dai documenti che portavano, tanto da rinunciare all'esame del DNA.
Il video, cioè, potrebbe essere posteriore al 7 luglio.
Stiamo pensando a un complotto troppo vasto e incredibile?
Ricordiamo Peter Power.
Peter Power è quell'ex poliziotto di Scotland Yard, oggi passato al lucroso business della sicurezza privata, che quel 7 luglio telefonò alla BBC per dire che la sua ditta, Visor Consultant, aveva un'esercitazione in corso che simulava proprio un attentato nel metrò.
«Alle 9.30 di stamattina eravamo in piena esercitazione», disse concitato Power, «per conto di una società che conta più di mille persone [dipendenti?] a Londra; un'esercitazione basata su bombe sincronizzate che esplodevano…proprio nelle stazioni del metrò dove si è prodotto il fatto stamattina. Ho ancora i capelli ritti in testa».
Subissato da richieste di precisazioni, da allora Peter Power non risponde se non con un @ mail circolare ed automatico.
Dove, dopo aver smentito che l'esercitazione da lui condotta per conto della misteriosa azienda-cliente «sia qualcosa come un complotto», minimizza ma ammette: «un piccolo numero di simulazioni 'walk trough' programmate molto prima hanno avuto inizio stamattina per conto di una compagnia privata di Londra, nel quadro di un programma molto più vasto e che resta confidenziale, e che due simulazioni si basavano su attentati dinamitardi, alla stessa ora di quelli che hanno avuto luogo. Una delle simulazioni in particolare era molto simile agli avvenimenti reali... ».
Non ci resta solo l'appetito di sapere che cosa precisamente sia un'esercitazione «walk-trough», il nome potendo indicare un'operazione di addestramento «invisibile», condotta tra la folla ignara.
Si vorrebbe sapere altro.
In una successiva intervista lasciata alla CTV l'11 luglio, Peter Power ammetteva che (da lui? Da altri?) era stato condotta un'altra esercitazione, chiamata Osiris 2, nel 2003.
Lo scopo: «mettere alla prova le apparecchiature e il personale in profondità nel metrò».
Poi, nell'aprile 2005, c'è stata a Londra un'altra esercitazione sempre nella sotterranea, chiamata Atlantic Blue.
Ma, ecco il punto, «Atlantic Blue» era parte di una più vasta catena di esercitazioni, nome in codice TOPOFF 3, non solo britannica: vi partecipavano anche USA e Canada.
A coordinare il tutto era Michael Chertoff: quell'americano di madre israeliana, oggi capo della della Homeland Security (Sicurezza della Patria); ma l'11 settembre Chertoff era procuratore a New York, e come tale espulse per visti scaduti cinque israeliani colti a festeggiare l'attentato alle Twin Towers, sottraendoli così ad ulteriori indagini (2).
Ora, come sappiamo, anche in USA quell'11 settembre erano in corso numerose esercitazioni «programmate da tempo».
La più clamorosa forse fu quella della FEMA (la Protezione Civile americana): simulava un attacco biochimico alle Towers proprio l'11 settembre, sicché uomini e materiali per l'emergenza, guarda caso, già erano affluiti e installati su un molo a due passi dal World Trade Center la sera del 10.
Pronti all'attentato della sedicente Al Qaeda.
Non parliamo poi delle grandi esercitazioni aeree in corso quel giorno. Fra cui quella che interessò, a fine agosto, la 27ma Squadriglia caccia di Langley, Virginia: a due passi da Washington; gli F-16 della 27ma non poterono intervenire perché erano stati spediti per addestramento in Turchia e in Islanda.
Chi si ostina a non credere a un ben orchestrato complotto, è costretto a credere a miracolose coincidenze.
Troppi attentati «arabi» sono preceduti da esercitazioni decise in ambienti militari. L'utilità della copertura che tali esercitazioni offrono è fin troppo ovvia: legittima gli occulti decisori dell'operazione reale, consente loro di utilizzare uomini e mezzi dell'autorità pubblica, e di dare risposte soddisfacenti a chi si accorgesse che sta succedendo qualcosa di strano: «è un'esercitazione, circolare! ».
Il giorno del vero attentato, le esercitazioni consentono di spiegare i terroristi sul campo, magari con addosso uniformi della polizia o della Protezione Civile; e di ostacolare, aumentando la confusione, la reazione dei servizi di polizia o di soccorso leali.
Delitti di Stato: vi pare impossibile?
Ma per tutti gli anni '70 – come denunciò nel 1990 Andreotti, per salvare se stesso – le organizzazioni «Stay Behind» della NATO (in Italia Gladio) hanno messo a segno attentati qui e in Europa, nel quadro di una «strategia della tensione» che doveva portare la gente, spaventata, ad accettare governi «forti» e «bianchi», ossia né rossi né neri, ma democristiani.
Le organizzazioni «Stay Behind» hanno tutta la competenza, gli uomini e i mezzi per ordinare «esercitazioni» di copertura, e la segretezza e clandestinità necessaria per fare attentati.
Ovviamente, «false flag».
Alla luce di questa ipotesi «vietata", attenti alle esercitazioni antiterrorismo in Italia: sono in corso per tutto settembre, per volontà del ministro (democristiano) Pisanu. Qualcuno deve aver deciso che «Al Qaeda» debba colpire anche noi.
Maurizio Blondet
Note
1) «London bomber video aired on TV», BBC, 2 settembre 2005.
2) «Ces exercises de simulations qui facilitent les attentats», Réseau Voltaire, 13 settembre 2005.




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