ROMA — La politica è un bivio quotidiano, solo che stavolta la scelta avrà conseguenze strategiche. Casini e Follini lo sanno mentre s'interrogano al bivio della devolution e della legge elettorale: hanno idee diverse sul tragitto, e ciò significa che anche l'analisi sugli scenari futuri è differente. Secondo il leader dell'Udc, il cammino della riforma del sistema di voto su cui i centristi hanno puntato è ormai sbarrato, «abbiamo la prova provata che gli alleati ci hanno preso in giro», ha spiegato ieri durante i suoi colloqui riservati. Ed è assai probabile che al presidente della Camera abbia ripetuto il concetto: «Tanto Pera quanto Fini hanno dato libertà d'azione ai franchi tiratori per affossare a tempo debito la legge a scrutinio segreto. La partita è chiusa, dovremmo a questo punto prenderne subito atto e agire di conseguenza». Follini non ha avuto certo bisogno di aggiungere altro: senza la legge elettorale l'Udc non dovrebbe votare la devolution.
Non votare la riforma costituzionale vorrebbe dire aprire la crisi di governo, e il rischio esiste se è vero che durante l'esecutivo di An la crisi è stata messa nel conto, tanto che un ministro della destra ieri ammetteva come «il governo potrebbe anche non arrivare alla Finanziaria. Vedremo se Berlusconi avrà un colpo di genio». Per questo infatti si è mosso il premier annunciando il vertice, dopo che Letta da Roma lo aveva avvisato sui pericoli per l'esecutivo. Il logoramento è palese, e un colpo sulla devolution sarebbe letale per il Cavaliere. Ieri sera si avvertiva un forte tramestio per evitare l'evenienza, con Tremonti impegnato nella trattativa sulla legge elettorale.
Il rischio di una crisi insomma esiste, ma nell'Udc la mossa finale spetta a Casini, perché è sua la fascia di capitano, Follini glielo riconosce. Eppoi perché è sua l'impostazione politica dettata ai centristi nell'arroventato mese di agosto, quando ha ingaggiato il duello con Berlusconi. E dinnanzi al bivio il presidente della Camera prende tempo. Siccome sulla legge elettorale si è speso, vuole giocare la sfida «fino all'ultimo minuto». Secondo Follini «sarebbe un errore farsi logorare». Casini concorda, gli sono chiare le difficoltà e le trappole disposte sul sentiero, il problema che si vada avanti in Parlamento e che in corso d'opera salti tutto: «Ma bisogna aspettare per saggiare la reale disponibilità di Berlusconi». Nel ragionamento è insita la debolezza della posizione centrista, perché avocando a sé la mediazione il Cavaliere è tornato a impadronirsi della leadership. Casini di fatto glielo riconosce, mentre derubrica il ruolo di Fini che «con la sua mossa sulla legge elettorale ha lacerato la coalizione per mostrare che ha una parte sulla scena».
In attesa della mossa di Berlusconi, Casini temporeggia dinnanzi al bivio. D'altronde la scelta non è facile, perché rompere con il premier significherebbe esporre il partito a una sicura scissione, o peggio ancora ritrovarsi minoranza negli organi dirigenti che sarebbero chiamati a formalizzare l'atto. Una mossa dagli effetti dirompenti, che decimerebbe il partito e preluderebbe a una marcia solitaria nel deserto della prossima legislatura, senza alcuna meta. Su tutto ciò Casini ragiona, di tutto ciò dice di dover tener conto, consapevole delle difficoltà che incontrerebbe nel caso dovesse scegliere la strada del compromesso con il Cavaliere, perché l'attuale segretario dell'Udc difficilmente gestirebbe una linea diversa da quella attuale. E per lui il nodo della premiership rimane.
Casini e Follini sono fermi dinnanzi al bivio, l'amicizia che li unisce rende più eclatante la differenza di vedute. Toccherà al presidente della Camera l'ultima parola, mentre intorno a sé è terra bruciata, mentre Fassino avverte un ministro che «se il Polo dovesse andare avanti con la legge elettorale, porteremmo davanti a Montecitorio centomila persone». Tutto è cambiato in poco tempo, anche i rapporti con i leader dell'opposizione. Un navigato diccì come Pasetto, deputato e segretario regionale del Lazio per la Margherita, ricorda ancora cosa accadeva l'anno scorso: «Me li ricordo i Ds. Erano pronti ad appoggiare un governo Casini pur di far saltare Berlusconi. Ma Pier Ferdinando, gliene va dato atto, è stato lineare nelle sue scelte».
Francesco Verderami
Dal sito del Corsera, 16 settembre 2005




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