L'ombra del Grande Fratello
Si chiama “Citizens Service Number”. E’ il numero di serie che il governo olandese vuole tatuare metaforicamente sul braccio di ogni nuovo nato. Una schedatura informatica “dalla culla alla tomba” che trasformi esseri umani in spirali di cifre, ciascuna il racconto puntuale della vita di ogni individuo, contribuente, cittadino. Problemi con la giustizia, stato civile e viaggi all’estero, figli e cause di divorzio: tutto strizzato in un file, tutto gelosamente conservato dallo Stato.
Perché? Le giustificazioni ci sono familiari. Il ministero della sanità spergiura che l’obiettivo è tutelare i più deboli, soprattutto i minori, per “proteggerli” a dispetto della “disattenzione e del disinteresse della società”, ch’è come dire: dei genitori, della famiglia, campioni di un egoismo che solo amorevoli istituzioni pubbliche possono bilanciare. Beninteso, l’Olanda assicura una gestione consapevole dell’elenco: al database potranno metter mano soltanto i “responsabili preposti al monitoraggio”, i quali smisteranno informazioni e dati di volta in volta, ovviamente previa richiesta delle “autorità competenti”.
Non basta la faccia pulita degli Stati nordici a convincerci che possa essere un progresso, che siccome un numero così concentrato ed esteso di notizie su ciascuno di noi non galleggia sul computer di un’assicurazione, ma sotto gli occhi di un burocrate, non c’è pericolo, e la tutela migliore della nostra privacy è quella che ci può garantire chi sa tutto. L’anti-utopia è stata, nel Novecento, un topos letterario frequentato, i suoi ammonimenti sofferti, lettura in controluce più che del futuro di un presente in cui s’intrecciavano svastica e falce-e-martello, hanno sortito effetti lievi. La paura del “Grande Fratello” l’ha distrutta la sua banalizzazione tariconiana, la commercializzazione (legittima e giusta, se il mercato serve in tavola ciò che ordinano i clienti) della vita spiata come narrazione televisiva fra tante. Un conto sono le telecamere che sbadigliano, dormono, mangiano e scopano con una tribù di reclusi volontari pronti a mettere in scena la violazione del proprio privato. Tutt’altro è l’occhio informato del Potere, che vende protezione al cittadino ma esige sicurezza per sé. Da sempre, i doganieri non controllano il passaporto, sono cartografi di ipotetici flussi di denaro, non è l’emigrazione a dare noia, è la capacità dei quattrini d’incanalarsi per vicoli più stretti della cruna dell’ago, di scavalcare acrobaticamente le frontiere, fuggendo dalla cieca avidità di vampiri ministeriali e sprovveduti cucinieri di regolamenti. Non capiscono, i moralisti della privacy, che qui non si discute della legalità del pettegolezzo di Stato, del voyeurismo degli scrutatori della vita altrui, e poco importa se li si paga coi soldi del contribuente. E’ di quegli stessi denari che parliamo. Dove sono stato, chi ho visto, cosa faccio del mio tempo e dei miei averi: è questo che il Potere vuole sapere, e se schiuma di rabbia per conoscermi non è per il suo finto interesse per come i miei figli vengono cresciuti o per le botte che prende mia moglie. E’ per il motivo più vecchio del mondo. E’ che le rapine che riescono meglio e più lisce sono quelle in cui il rapinatore conosce il rapinato, sono i furti in cui la vittima il ladro se la sente scivolare sui polpastrelli, quelli dove la chiave della cassaforte la trovi a colpo sicuro e ti ci vuol niente a immaginare il codice dell’antifurto. Sono false antinomie quella grande fratello / riservatezza, e persino quella sicurezza / libertà. Conta la vecchia silenziosa guerra fra derubati e ladri, tutto si riduce a questo: da una parte siamo noi, dall’altra lo Stato.
(da Libero, 16 settembre 2005)di Alberto Mingardi


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