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    Blut und Boden
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    Predefinito Questa è la Lega Nord per l'Indipendenza della Padania

    Il Movimento politico denominato "Lega Nord per l'Indipenenza della Padania", costituito da Associazioni Politiche, ha per finalità il conseguimento dell'indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendenze e sovrana.

    Art. 1 dello Statuto, 1-2-3 marzo 2002.

    Per non dimenticare.

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  2. #2
    Blut und Boden
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    Predefinito Il Nuovo Giuramento di Pontida

    Oggi, in Pontida, gli anni del nostro impegno, per la libertà del Nostro Popolo, si saldano ai sacrifici degli Avi, che scelsero questo luogo per giurare il loro impegno, fino all'estremo sacrificio in difesa della libertà. Così io, che ho voluto candidarmi nelle liste della Lega Lombarda, Liga Veneta, Lega Toscana, Lega Emilia-Romagna, Lega Nord Piemont, Lega Nord Liguria, per diventare alfiere nella lotta per l'autonomia del popolo Lombardo, Veneto, Piemontese, Ligure, Emiliano-Romagnolo, Toscano, e di tutti gli altri che si uniranno, unisco il mio personale giuramento a quello degli altri. Giuro fedeltà alla causa dell'autonomia del Nostri Popoli, che oggi, come mille anni fa, si incarna nei nostri movimenti e nei suoi organi dirigenti democraticamente eletti. Lo giuro.

    Pontida, 20 maggio 1990.

  3. #3
    Blut und Boden
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    Predefinito

    Uno per tutti, tutti per uno, fino all'Indipendenza della Padania.
    Pontida, 2 giugno 1996.

  4. #4
    Blut und Boden
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    Predefinito Il Breviario di Assago

    Testo dell’intervento al Secondo Congresso
    della Lega Nord, Bologna, 6 febbraio 1994. .


    Cari Amici Leghisti,
    vi sarete accorti della rabbia, del furore con
    cui è stato accolto, il giorno dopo l’Assemblea di
    Assago, il nostro progetto di Costituzione federale,
    che io chiamo il breviario di Assago, perché
    è un concentrato in dieci articoli di quello che
    sarà l’ossatura della costituzione federale futura.
    Dietro ognuno di quei dieci articoli i tecnici
    hanno subito capito che c’era tutto un lungo
    pensiero, un lungo lavoro di preparazione; e
    proprio in relazione a quello, io oggi vi darò un
    esempio di come noi stiamo lavorando per allargare
    e rifondare questo modello di costituzione
    federale.
    Ma perché quella reazione così rabbiosa? Perché
    tutti si sono messi a sparare all’impazzata
    prima ancora di avere letto il testo dei dieci articoli?
    Vedete: in ogni comunità politica di tutti i
    tempi e di tutti i luoghi c’è sempre una certa
    percentuale di cittadini che vivono alle spalle
    degli altri. Carlo Marx ha guadagnato l’immortalità
    perché è riuscito a dimostrare il modo con
    cui i proto-imprenditori capitalisti sfruttavano il
    proletariato industriale. Poi sulla base di quella
    dottrina è stato costruito un sistema in cui una
    gigantesca burocrazia sfruttava i pochi cittadini
    dell’Unione Sovietica che lavoravano e producevano.
    Il grado di civiltà politica di un paese dipende
    dal modo con cui si riesce a limitare la quantità
    e la presenza dei parassiti. I parassiti sono nella
    società così come sono sugli animali. Chi di voi
    ha un cane o un gatto sa che a un certo punto,
    se i parassiti crescono al di là di un certo limite
    l’animale muore. E muore una società. Ci sono
    esempi storici di società che sono scomparse per
    eccesso di parassitismo.
    Chi è il parassita? Il parassita è colui che non
    produce ricchezza, ma vive consumando quella
    prodotta dagli altri. Questa è la definizione più
    lineare del parassita. Parassiti sono i conquistatori
    di un tempo. I Turchi, per esempio, sono
    stati nel tempo i più formidabili organizzatori
    dell’azione politico-militare e dello sfruttamento
    dei vinti. Un tempo il vinto doveva lavorare per
    il vincitore. Poi la civiltà politica poco a poco ha
    ridotto queste presenze, ma ci sono ancora delle
    tracce di questa dominazione.
    Ora, la reazione rabbiosa che noi abbiamo dovuto
    fronteggiare è dipesa del fatto che coloro i
    quali sanno per quali canali più o meno oscuri
    arrivano nelle loro tasche i danari di cui godono,
    la ricchezza di cui godono, sono prontissimi a
    capire se c’è un pericolo di taglio di quei canali.
    E la costituzione federale è una classica costituzione
    fatta contro il parassitismo. Non c’è nella
    storia e nel mondo un paese a regime federale
    che presenti il grado di parassitismo e di corruttela
    di cui siamo “beneficiati” noi oggi.
    D’altra parte, la reazione è anche comprensibile.
    Perché sono antifederalisti e sono centralisti?
    E tirano fuori le icone, i santi, la patria che
    piange perché viene minacciata nella sua integrità?
    Perché centralismo e parassitismo sono
    due fenomeni strettamente collegati fra di loro.
    Io devo scusarmi con voi se oggi parlo di pidocchi,
    cioè di parassiti. Ma cosa volete farci… Il
    paese che siamo chiamati a cercare di cambiare
    è fatto così: è un paese ammalato da un esercito
    di pidocchi. Senza mutare il sistema costituzionale
    centralizzato, noi non riusciremo a sopravvivere.
    Questa è una convinzione che si è radicata anche
    nei parlamentari della Commissione bicamerale.
    Perché il progetto di cui dirò subito
    qualche cosa e dirò male tra un momento, e che
    hanno proposto, è proprio fatto nella convinzione
    che restaurare lo Stato centralizzato è materialmente
    impossibile. E che bisogna passare a
    una struttura pluralizzata; loro hanno detto al
    limite di una costituzione federale.
    Ma veniamo all’osso: perché noi leghisti siamo
    federalisti fin dall’inizio, e abbiamo inscritta
    nel nostro codice genetico la volontà di creare
    un ordinamento federalista? Questi sono i difetti
    che noi contestiamo all’attuale sistema politico-
    economico: 1) la gestione centralizzata e
    dall’alto del sistema fiscale: tutte le tasse scendono
    dal vertice; 2) la collusione in quella gestione,
    l’alleanza in quella gestione, fra una
    troppo estesa burocrazia e una classe parlamentare
    maggioritaria, entrambe provenienti dalle
    medesime regioni del sud. Non sono io che l’ho
    detto, è il ministro Cassese, il quale ha testificato,
    ha attestato che il novantacinque per cento
    della nostra burocrazia pubblica viene da poche
    determinate regioni del sud. E qui si innesca il
    terzo difetto fondamentale: la distribuzione
    massiccia delle risorse raccolte nel modo che
    ho detto, risorse sempre disponibili ai medesimi
    soggetti: alla burocrazia e alla classe parlamentare
    che nasce dalle medesime terre; il che dà
    luogo a un mostruoso sistema di rendite e di
    paghe pubbliche, che sono quelle che affondano
    il paese.
    Si ha un bel dire che noi vogliamo (e altri nello
    schieramento liberal democratico dichiarano
    di volere) una economia e una società basata sul
    mercato, ma la realtà dei fatti è che sradicare
    l’enorme pianta malefica delle paghe pubbliche
    è un compito di immane portata. Non illudiamoci
    di poterlo realizzare in quattro e quattr’otto.
    È il compito per lo meno di una mezza generazione.
    La nostra politica è sempre stata intrecciata
    con parole magiche: gli economisti parlano di
    “trasferimenti”. La tecnica della politica è l’arte
    dei trasferimenti. E poi in realtà cos’è? Mettere
    la mano nella tasca di un cittadino e trasferire le
    risorse di quel cittadino ad altri cittadini. Si parla
    di “redistribuzione dei redditi”, ma sempre di
    redistribuzione dei redditi di puro consumo,
    non redditi investiti per produrre altre fonti di
    ricchezza: è questo il difetto strutturale della
    nostra economia pubblica, ed è contro questo
    che noi agitiamo il nostro modello di riforma
    costituzionale.
    Contro questo modo di governare assurdo e
    incorreggibile c’è una sola alternativa: un sistema
    federale che rovesci la piramide fiscale e
    clientelare creando rapporti diretti fra i centri di
    poteri minori in cui si suddivide il potere centrale
    e i cittadini. Solo così nasce la garanzia
    fondamentale di una costituzione federale, nel
    fatto che ci siano almeno due centri di potere
    equivalenti, e quindi non distruggibili l’uno da
    parte dell’altro, così che il potere centrale non
    riesca più a riprendere in mano il mazzo.
    Qui io devo fare una critica a ogni sistema di
    autonomia, a ogni sistema basato sull’autonomia,
    a cominciare da quello che hanno prodotto
    i legislatori. C’ero anch’io (e poi vi dirò a che titolo
    sono stato in mezzo a loro) con i soloni della
    commissione bicamerale che l’hanno presentato
    al prossimo parlamento: il nuovo parlamento
    se lo troverà sul tavolo. Quali sono i difetti di
    questo sistema? Innanzitutto, perché qualcuno
    parla di una possibilità - e vi dirò in che modo -
    di passare attraverso questo progetto. Intanto
    sono tutte le venti regioni che vengono investite
    della quasi totalità delle funzioni di governo,
    venti regioni perché si vogliono accomunare,
    cosa che io ho sempre escluso, [le regioni ordinarie
    a quelle a statuto speciale]. Non c’è nel
    breviario di Assago, è stato corretto questo punto
    ma io ero del parere che le regioni a statuto
    speciale devono rimanere regioni a statuto speciale.
    Comunque, di queste venti regioni, alcune
    sono troppo piccole per esercitare le funzioni
    che si vorrebbero trasferire; così che la loro attività
    dovrà essere sostituita da quella dello Stato.
    Lo Stato centrale tornerà di nuovo a impadronirsi
    di tutte quelle leve di potere che le regioni
    troppo piccole non riescono a maneggiare.
    Secondo: siccome è stato sancito - ed è stato
    giusto - il principio che ogni regione avrà la
    possibilità di cambiare come crede la legge elettorale
    e di cambiare la forma di governo, cosa
    avremo noi? Intanto avremo venti repubbliche,
    non le tanto famigerate tre repubbliche del progetto
    di Assago: venti! Coloro i quali avevano
    detto: “ah, l’unità spezzata in tre repubbliche!”
    Stiamo per spezzarla in venti; il buon senso dovrebbe
    dire che qui c’è qualche cosa che non
    funziona.
    L’attività legislativa delle regioni si dovrà svolgere
    in un contesto di leggi cornice estesissime;
    ad ogni passo, nel progetto - e voi lo vedrete -
    s’incespica nelle leggi cornice. Gli organi centrali
    dovrebbero avere tre anni di tempo per varare
    queste leggi cornice, ma c’è una esperienza
    che abbiamo sottocchio: quando venne varata la
    costituzione del ‘48, quella che ancora oggi malamente
    ci governa, venne stabilito che le leggi
    quadro e cornice sarebbero state prodotte nel giro
    di pochi mesi: nessuno le ha viste; così che le
    regioni non avevano il quadro in cui operare,
    oppure avevano la scelta di operare senza nessuno
    punto di riferimento cadendo sotto gli organi
    di controllo che, nel progetto della Bicamerale,
    sono rimasti tutti, a cominciare dal commissario
    di governo che vista e timbra tutte le manifestazioni
    di volontà delle regioni.
    Ma ciò nonostante che cosa viene fuori? Vien
    fuori che con la diversità di strutture di governo,
    le regioni più grosse, quelle più forti già oggi,
    cammineranno e si staccheranno sempre di
    più dalle altre. Vale a dire: creeranno una disparità
    di strutture dentro il paese non regolata da
    nessun quadro generale. Domando: è meglio
    questo sistema con regioni brade che cresceranno
    e si differenzieranno, alcune potentissime,
    altre ridotte alle condizioni di povere province,
    perché piccole e prive di strutture? E’ meglio
    questo sistema di concorrenza brada, oppure un
    quadro come quello che noi abbiamo proposto
    ad Assago?
    E poi l’ultima constatazione: nessun federalismo
    fiscale! Le regioni avranno il bene di godere
    di sovrimposte e addizionali alle imposte statali,
    o quote di partecipazioni ai tributi erariali. Vale
    a dire, [saranno] sempre messe nella condizione
    di ribellarsi o di fare per conto loro, o di promuovere
    scioperi fiscali, perché la macchina
    centrale dello Stato non dà niente.
    Vedete, la storia ha insegnato da tempo che
    tutti i sistemi basati sulle autonomie non hanno
    mai impedito la crescita abnorme di un potere
    centrale. I poteri centrali sono sempre cresciuti
    a loro piacere e l’autonomia è sempre stato
    una specie di fiorellino messo all’occhiello
    dei vinti e dei tributari perché si consolino a essere
    sfruttati.
    Ogni vero sistema federale, vi dicevo, è quello
    che si articola in almeno due centri di potere.
    Perché solo così il potere centrale non può rimangiarsi
    tutto e ripetere una vicenda secolare,
    per cui tutti i poteri centrali alla fine (perfino,
    pensate, negli Stati Uniti, perfino nella Germania
    Federale), a poco a poco diventano i più importanti.
    Tutta la letteratura degli specialisti di
    temi federali è concorde su questo giudizio. E
    allora chiudo facendo un breve elenco di confutazioni
    dei dieci articoli del breviario di Assago.
    Ho già detto che sulle tre Repubbliche si è
    scatenata la cagnara. Non le vogliono chiamare
    repubbliche: chiamiamoli cantoni, chiamiamole
    macroregioni. Quello che conta è la sostanza,
    non il nome! Il nome “macroregione” l’ho inventato
    io, mi piaceva talmente poco che l’ho
    sostituito con quello di “repubblica”. Ma sono
    pronto a sostituirlo con quello di “cantone”. E
    credo che il mio amico Bossi con cui abbiamo
    discusso il decalogo, quei dieci articoli, sarà
    d’accordissimo. Trovino loro il nome, la cosa
    fondamentale è che sono tre entità, perché con
    tre entità si può costruire una struttura federale,
    soprattutto un sano governo direttoriale.
    Ma, si dice, queste regioni, queste repubbliche,
    o macroregioni, sono “calate dall’alto”. Un
    corno secco calate dall’alto! Perché noi abbiamo
    sempre pensato che queste repubbliche, o questi
    cantoni, saranno il naturale risultato dell’aggregazione
    delle rispettive regioni, le quali non potendo
    gestire i poteri che si vogliono mettere
    sulle loro spalle, saranno portate per forza di cose
    ad aggregarsi.
    E l’aggregazione più naturale delle regioni italiane
    è questa: c’è chi dice, “ma la regione, la repubblica
    padana è troppo grossa”. Se è questione
    di dimensioni, di paura dimensionale, io sono
    pronto ad accettare che almeno in un primo
    tempo la repubblica padana (il mio amico-nemico
    Rocchetta sarà tranquillo, finalmente) possa
    articolarsi in una repubblica occidentale e in
    una repubblica orientale. Cioè, una Padania del
    nordovest e una Padania del nordest e del sud.
    Comunque la cosa fondamentale è questa: così
    diventano quattro le repubbliche, o i cantoni.
    Ricordatevi che più gli enti federati sono piccoli,
    più sono mangiabili dal potere centrale. Uno dei
    federalisti americani dell’origine, Hamilton, diceva
    sempre: “mi raccomando, fate degli states
    più piccoli che sia possibile”, ma Hamilton è stato
    - con un’altra bella nobile figura di imperialista
    che era Abramo Licoln - quello che lavorava
    per fare il grande impero, per fare il grande stato
    autorevole centralizzato, quello che poi purtroppo
    sono diventati gli Stati Uniti.
    Il secondo articolo dice che non ci sono vincoli
    al movimento dei cittadini. Lo arricchiremo
    indicando, per venire incontro agli spaventi
    di alcuni giuristi di sinistra, che noi non abbiamo
    nessuna difficoltà a inserire tra i principi
    immutabili della costituzione federale, l’eguaglianza
    giuridica e politica dei cittadini. Cioè i
    diritti individuali, i diritti pubblici subiettivi;
    non certo il diritto di arrivare a una condizione
    economica finale eguale. Tutt’al più eguaglianza
    nelle condizioni di partenza. Perché l’essen
    za di un regime federale è di appartenere all’economia
    di mercato e quindi di rimettere [sullo
    stesso piano] le posizioni degli individui, fatte
    salve quelle che sono le esigenze elementari, le
    esigenze degli individui, e di fondare la propria
    fortuna sul confronto. Necessariamente: vinca il
    più dotato!
    Terzo. Ho già detto sulle regioni a statuto speciale
    e perché io preferisco che queste siano
    mantenute. Oltre a tutto derivano, come nel caso
    dell’Alto Adige, da accordi internazionali e se
    ne restasse uno solo, una sola regione, fatalmente
    dovrebbe succedere questo: se si eliminano le
    regioni a statuto speciale, resterebbero forse la
    Valle d’Aosta, ma certamente l’Alto Adige. La
    condizione è ideale perché l’Alto Adige se ne vada,
    eserciti il diritto di secessione. Finché sono
    cinque, questa possibilità è indubbiamente diminuita.
    Io non ho paura di questa prospettiva,
    però mi rivolgo a coloro che tremano appena
    sentono parlare di un diritto di secedere.
    Libertà per ogni repubblica o cantone, di darsi
    il governo che vuole. Però con un limite, che
    non hanno le regioni del progetto della bicamerale
    Labriola: non l’hanno questo limite. C’è un
    governatore alla testa di ognuna di queste repubbliche
    cantone. Perché questo governatore
    diventa il gancio con cui si crea e si consolida
    l’Unione italiana. Io non uso mai il termine nazionale,
    perché so che sono tante le nazioni in
    Italia. Però parlo di Unione italiana.
    Poi c’è un’assemblea politica. Lì le ostilità sono
    venute probabilmente anche perché noi abbiamo
    previsto (ne abbiamo ragionato a lungo
    con Bossi) cento membri di ogni dieta, tre diete,
    quindi una camera, un’assemblea politica di trecento
    membri. Figuratevi, con tutti quelli che
    voi vedete scatenati in questi giorni alla ricerca
    di candidature e di seggi, voi immaginate qual’è
    la pressione di questa classe politica famelica
    che vuole allargarsi e consolidarsi. No, l’assemblea
    politica deve essere molto ridotta e deve soprattutto
    realizzare un punto che non c’entra
    con il federalismo, ma che io ho voluto inserire
    nel progetto, perché è la chiave di volta di tutte
    le riforme: la separazione della funzione legislativa
    della funzione propriamente politica. Io ho
    pensato a una camera dei diritti eletta con legge
    proporzionale e da tutto il paese, da tutta l’Unione,
    a cui spetti dettare le norme giuridiche e
    non impicciarsi in questioni politiche di abbattimento
    o meno del primo ministro e via di questo
    passo.
    E poi viene il buono dell’articolo 6. È quello
    che riguarda il governo. Durante i lavori della
    bicamerale a cui ho partecipato con molto impegno
    - riconosciuto da tutti -, la Jotti era addoloratissima
    quando ho detto che non avevo più
    tempo da perdere per stare in quell’organismo.
    Ma in quella situazione mi sono accorto della
    zuffa insanabile tra fautori del governo presidenziale
    (che è ricomparso adesso) e fautori del
    governo parlamentare, un primo ministro eletto
    dal parlamento o un primo ministro eletto dal
    popolo. E mi sono convinto che la soluzione come
    sempre è in una terza cosa, è in un governo
    direttoriale, che è il governo che ha la Confederazione
    Elvetica. Cioè un governo collegiale in
    cui il presidente è ingabbiato, ha dei poteri, ma
    non c’è rischio che debordi perché il Direttorio
    lo tiene in rotaia, come si suol dire.
    Questo direttorio dovrebbe essere composto
    dai governatori dei cantoni, più un governatore
    o capo dell’esecutivo a turno di ognuna delle Regioni
    a statuto speciale (uno ogni sei mesi, ogni
    anno), e poi dal primo ministro. Un primo ministro
    eletto direttamente dal popolo, perché così
    si sancisce l’unità dell’Unione italiana che noi
    abbiamo tutelato molto più di quanto non lo tutelino
    i difensori della patria unitaria. Questo direttorio
    dovrebbe governare secondo regola di
    maggioranza, ma avendo un limite e cioè l’obbligo
    della unanimità quando si tratta di problemi
    economici e finanziari.
    Subito il coro delle critiche: “e allora, se non
    raggiungono l’unanimità, cosa succede? Una repubblica
    se ne va?” L’ossessione è la Repubblica
    del Nord, cioè quelli che hanno i soldi. Messa in
    maniera brutale è questo: sono quelli che lavorano
    e producono, pagano il conto e mantengono
    l’intera baracca. Ora io non credo affatto a
    questa prospettiva, ma ho disposto una misura
    prendendo una norma, un meccanismo, che
    avevo già elaborato all’epoca dei lavori del gruppo
    di Milano. (Strano che non abbiano ancora
    maledetto il fatto che il gruppo di Milano si
    chiamasse gruppo di Milano, ma vedrete che
    presto verranno fuori a dire: “quello non si deve
    guardare perché quelli sono i soliti milanesi, i
    soliti padani, i soliti lombardi.”) Il gruppo di
    Milano aveva previsto un meccanismo che io
    trasporto qua. C’è una procedura che ognuno
    dei membri del Direttorio può attivare con la
    sua richiesta. Scaduto il tempo di questa procedura,
    se non è stata raggiunta l’unanimità dei
    voti, il direttorio scade, cioè tutti i governatori
    e anche il primo ministro, che doveva favorire
    la coesione, tornano davanti agli elettori; ma
    non loro, altri! Perché per una tornata elettorale
    i governatori e il primo ministro, che non sono
    stati capaci di raggiungere l’unanimità, se
    ne stanno fuori dai piedi e altri andranno al loro
    posto.
    Io vi chiedo: esiste un altro sistema che garantisca
    l’unità, l’immediatezza, l’efficacia dell’azione
    governamentale a livello - lasciatemi passare
    l’aggettivo - nazionale più di questo? Nessuno.
    Questo significa che i federalisti della Lega hanno
    molto più chiaramente in testa la necessità
    del coordinamento e dell’azione unitaria di tutti
    gli avversari.
    Probabilmente l’articolo 8, quello del federalismo
    fiscale, è il meglio riuscito. Mi è stato detto
    con molta franchezza da degli esperti del campo
    fiscale: “abbiamo cercato di smontarlo tutto,
    [ma] non siamo riusciti a contestarlo”. Io allora
    aggiungerò la ciliegina: nella versione definitiva
    stabiliamo il principio che nessun cittadino possa
    essere colpito da imposte dello Stato, dei cantoni,
    o dei municipi i quali totalizzino più del
    40% del suo reddito. In questo modo chi venga
    colpito da un’imposta di questa dimensione ha il
    diritto di chiederne la restituzione ai poteri che
    lo hanno tassato: io l’ho preso da specialisti diversi
    perché io ho un gran rispetto dei miei colleghi
    che fanno altro mestiere, soprattutto dagli
    economisti: gli economisti mi hanno detto che
    il 50% è il massimo che si può assorbire del reddito
    nazionale, pare che non sia così e sia il
    40%. Stabiliremo che un limite del 40% vale anche
    per l’intero prezzo dell’imposizione fiscale,
    soprattutto del ricorso al debito pubblico; solo
    se si fa intervenire le Corte costituzionale (come
    avevamo già previsto noi del gruppo di Milano
    nella Costituzione elaborata nell’83), questo terrore
    della Corte costituzionale, della deposizione
    è quello che può permettere di cessare di
    sperperare le risorse finanziarie del paese per
    tutte le esigenze di voto di scambio che si creano
    quotidianamente.
    Vi ho già detto cosa penso della preoccupazione
    dell’unita nazionale. Ci sono due modi di
    considerare il problema dell’unità nazionale: l’uno
    consiste nel cercare con mezzi tecnici, corretti
    e realistici, come preservare una convivenza
    nei limiti in cui questa convivenza continuerà,
    perché qui c’è tanta gente, troppa gente -
    non qui dentro naturalmente, ma qui in questo
    paese - che si dimentica che qualche anno fa noi
    abbiamo votato all’80% un referendum in cui si
    preannunciava la eliminazione della nostra Costituzione
    e la sostituzione di questa Costituzione
    con la Costituzione europea. Questo è stato il
    gran passo, ma nessuno se ne è accorto; l’80%
    degli italiani è andato a votarlo. Quella è una
    prospettiva non facile, ci arriveremo col sudore
    e con il sangue, ma ci arriveremo e allora quel
    giorno la Costituzione non ci sarà più, ci saranno
    istituzioni federali che sfumeranno dal paese
    Italia al paese Europa.
    Poi c’è un altro modo di pensare l’unità; ed è
    il modo passionale, il modo sentimentale: sono
    quelli che appena si dice: “ma veramente è arrivato
    il momento - molti ambienti lo pensano -
    di affrontare una costituzione federale”; [replicano:]
    “ah per carità l’unità della patria e i martiri
    di Belfiore dove vanno a finire, e tutti quelli
    che si sono sacrificati?” Questo assomiglia ai ragionamenti
    che fanno gli innamorati nella fase
    in cui c’è la passione, poi se voi andate a vedere
    dopo tre o quattro anni le cose sono cambiate, e
    rileggete loro le frasi più appassionate che si sono
    detti ci ridete sopra. Qui è un po’ troppo, perché
    sono frasi fatte da cento anni, e chi le ripete
    è semplicemente un vecchio, direi… appassito
    (stavo per usare un altro aggettivo), un vecchio
    appassito.
    Vedete la cosa fondamentale che non dovete
    mai dimenticare è questa: la Lega, di cui voi siete
    la forza viva, è nata come movimento federalista.
    Il federalismo non è destinato a diventare
    quello che è stato per i comunisti, la dittatura
    del proletariato, una specie di prospettiva… I
    centralisti, quelli che continuano a spalancare i
    soldi che arrivano dal sistema centralizzato, funzionari
    e parlamentari di determinate regioni, i
    centralisti si illudono se pensano che anche il
    federalismo diventerà qualcosa come la dittatura
    del proletariato: perché il federalismo si imporrà,
    anche se la Lega dovesse scomparire, anche
    se non ci fosse più chi vi sta parlando, per
    forza delle cose.
    Quando io ho approvato il progetto della bicamerale,
    ho detto onestamente al mio amico Labriola:
    “lo approvo sai perché?” Perché se fate
    tanto di applicarlo, nel giro di sei mesi, un anno,
    il sistema per le ragioni che vi ho già detto salterà
    per aria, e si arriverà prima a una concentrazione
    autoritaria del potere (come quella che
    sognano Fini e i suoi amici), e poi per contraccolpo
    a un regime federale molto più radicale di
    quello a cui pensiamo noi oggi. Questa è la logica
    delle cose, ed è affidati a questa logica che noi
    guardiamo all’avvenire con la più grande sicurezza:
    a quella meta, a quel risultato arriveremo
    anche se non lo volessimo!

  5. #5
    Blut und Boden
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    Predefinito Dichiarazione di Indipendenza della Padania

    Noi, popoli della Padania convenuti sul grande fiume Po dall'Emilia, dal Friuli, dalla Liguria, dalla Lombardia, dalle Marche, dal Piemonte, dalla Romagna, dal Sudtirol-Alto Adige, dalla Toscana, dal Trentino, dall'Umbria, dalla Valle d'Aosta, dal Veneto e dalla Venezia Giulia, riuniti oggi, 15 settembre 1996, in Assemblea Costituente affermiamo e dichiariamo:
    Quando nel corso degli eventi umani diventa necessario per i Popoli sciogliere i vincoli che li legano ad altri, costituirsi in Nazione indipendente e sovrana ed assumere tra le nazioni della Terra il ruolo assegnato loro dal Diritto Naturale di Autodeterminazione, il rispetto che si deve all'opinione della Società Internazionale e dell'Umanità intera richiede che essi dichiarino le ragioni che li hanno costretti alla separazione.
    Da tempo immemorabile abitiamo, dissodiamo, lavoriamo, proteggiamo ed amiamo queste terre, tramandateci dai nostri avi, attraversate e dissetate dalle acque dei nostri grandi fiumi;
    Qui abbiamo inventato un modo originale di vivere, di sviluppare le arti e di lavorare;
    Noi apparteniamo ad un'area storica, la Padania, che sotto il profilo socioeconomico è fortemente integrata al suo interno pur nella riconosciuta e rispettata diversità dei Popoli che la compongono;
    Queste terre sono unite da legami tanto profondi quanto quelli delle stagioni che le governano, degli elementi che le plasmano, delle Genti che le abitano;
    Noi quindi formiamo una comunità naturale, culturale e socioeconomica fondata su un condiviso patrimonio di valori, di cultura, di storia e su omogenee condizioni sociali, morali ed economiche;
    La Padania è il nostro orgoglio, la nostra grande risorsa e la nostra unica possibilità di esprimerci liberamente nella pienezza delle nostre nature individuali e del nostro sentire collettivo;
    La storia dello Stato italiano è diventata, al contrario, storia di oppressione coloniale, di sfruttamento economico e di violenza morale;
    Lo Stato italiano ha sistematicamente occupato nel tempo, attraverso il suo apparato burocratico, il sistema economico e sociale della Padania;
    Lo Stato italiano ha sistematicamente annullato ogni forma di autonomia e di autogoverno dei nostri Comuni, delle nostre Province e delle nostre Regioni;
    Lo Stato italiano ha compromesso la serenità delle generazioni future della Padania, dilapidando enormi risorse in politiche truffaldine , assistenzialiste, clientelari e criminali che hanno portato la Padania e l'Italia in una situazione fallimentare ormai irreversibile;
    Lo Stato italiano ha costretto con l'inganno i Popoli della Padania a soggiacere al sistematico sfruttamento delle risorse economico finanziarie prodotte dal lavoro quotidiano per sperperarle nei mille rivoli dell'assistenzialismo clientelare e mafioso del Mezzogiorno;
    Lo Stato italiano ha deliberatamente tentato di sopprimere le lingue e le identità dei Popoli della Padania attraverso la colonizzazione del sistema pubblico di istruzione;
    Lo Stato italiano ha imposto ai Popoli della Padania l'applicazione delle sue leggi inique attraverso una magistratura selezionata con criteri razzisti;
    Lo Stato italiano ha cercato di dominare i Popoli della Padania affidando compiti e funzioni di ordine pubblico e di sicurezza a prefetti e forze di polizia garanti del più odioso centralismo coloniale;
    Lo Stato italiano ha espropriato i popoli della Padania del loro potere costituente e si mostra sordo al grido di protesta che si alza sempre più alto;
    Per queste ragioni
    Noi siamo intimamente convinti che ogni ulteriore permanenza della Padania all'interno dei confini dello Stato italiano significherebbe lasciar spegnere lentamente ogni speranza di rinascita e annientare l'identità dei Popoli che la compongono:
    Noi siamo consapevoli che la Padania libera ed indipendente diventerà il riferimento politico ed istituzionale per la costruzione dell'Europa delle Regioni e dei Popoli;
    Noi siamo convinti che la Padania libera ed indipendente saprà garantire un contributo decisivo alla cooperazione, alla tolleranza ed alla pace tra i Popoli della Terra;
    Noi oggi rappresentiamo, qui riuniti, l'ultima speranza che il regime coloniale romano che opprime la Padania possa presto finire;
    NOI, POPOLI DELLA PADANIA
    Poiché il coraggio e la fede di chi ci ha preceduto nella lotta per la libertà dei Popoli sono nostro retaggio e debbono indurci a farci irrevocabilmente carico del nostro destino;
    Poiché vogliamo che i nostri atti siano guidati dal rispetto che dobbiamo a noi stessi, ai nostri avi ed ai nostri figli;
    Poiché riconosciamo l'inalienabile potere sovrano di ogni Popolo a decidere liberamente con chi stare, come e da chi essere governato;
    Poiché affermiamo il nostro diritto e la nostra volontà di assumere i pieni poteri di uno Stato, prelevare tutte le imposte, votare tutte le leggi, firmare tutti i trattati;
    Poiché la Padania sarà tutti coloro, uomini e donne, che la abitano, difendono e la riconoscono, e poiché costoro siamo noi;
    Poiché è infine giunta l'ora di avviare la grande impresa di far nascere questo nuovo Paese che noi battezziamo oggi con il nome Padania;
    In nome e con l'autorità che ci deriva dal Diritto Naturale di Autodeterminazione e dalla nostra libera coscienza
    Chiamando per voce delle nostre libere Istituzioni l'insegnamento di amore per la libertà e di coraggio dei Padri Padani a testimone dell'onestà delle nostre intenzioni

    NOI, POPOLI DELLA PADANIA
    solennemente proclamiamo:
    LA PADANIA È UNA REPUBBLICA FEDERALE INDIPENDENTE E SOVRANA

    A sostegno di ciò noi ci offriamo gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore.

  6. #6
    Rage against the Empire
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    Predefinito

    Fa impressione mettere a confronto la limpidità, la sicurezza, la competenza con cui Miglio (di cui pure non condivido l'impostazione liberista) parlava di federalismo, con l'approssimazione, la pochezza interpretativa, l'ambiguità di un Calderoli.
    E' per aver perso persone così che siamo finiti in mutande.

  7. #7
    Blut und Boden
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    Predefinito Biella, 7 marzo 1996

    I figli del Grande Popolo del Nord si troveranno e faranno ritornare l'affetto nella Storia, perchè la Lega è figlia del Grande Popolo del Nord, non è un'altra cosa, è quella roba lì la Lega, nacque per l'Indipendenza del Grande Popolo del Nord, chiaro?
    E allora è in corso una guerra, per fare l'Indipendenza occorre battersi. E, guardacaso, è una fortuna: la Lega, il Nord, per la prima volta, ha una classe politica che mai siera vista, mai, in 2500 anni mai. Il Nord non fu mai capace di battere roma. Per la prima volta il Nord ha la classe politica più forte di tutte le classi politiche messe assieme di roma. Il Nord cosa ha fatto? Ha fatto le fabbriche, ha prodotto, senza curarsi della classe politica, che è il potere, è il feudatario è l'aristocratico, che quello che taglieggia. ...

  8. #8
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    Predefinito tra poco non ci saranno più neanche le fabbriche

    quando al nord non ci sarà più neanche una fabbrica, per piccola che sia, quando al nord non ci saranno più soldi da spillare (e non manca tanto) sarà il centro-sud a fare la secessione.

  9. #9
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    Predefinito Re: tra poco non ci saranno più neanche le fabbriche

    In origine postato da dime can
    quando al nord non ci sarà più neanche una fabbrica, per piccola che sia, quando al nord non ci saranno più soldi da spillare (e non manca tanto) sarà il centro-sud a fare la secessione.
    Sono d'accordo,
    ma questo prova a dirlo a Zaia che pochi giorni fa
    ha parlato di Veneto come modello vincente
    e si auspicava che invece di costruire il ponte
    di Messina i soldi fossero dirottati in Veneto
    per rendere ancora più produttiva questa regione!

  10. #10
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    Predefinito coi soldi del ponte

    con quei soldi zaia potrebbe per davvero dare un giro di modernità (di maggior contenuto tecnologico) al sistema produttivo veneto. i soldi però non ci sono e l'involuzione del sistema veneto si sta avvitando su se stesso sempre di più.

 

 
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