Dal Federalismo in edicola, bell'intervista sulla cerimonia del Monviso.
Le struggenti ed esaltanti note della colonna sonora del film Braveheart, sparate dagli altoparlanti posizionati a Pian della Regina, accompagnavano le centinaia di militanti leghisti che si arrampicavano verso le sorgenti del Po, in un tripudio di bandiere delle nazioni padane, pronti a riaffermare l’orgoglio delle proprie identità minacciate dal centralismo romano e della globalizzazione mondialista usurocratica.
Era il 13 settembre 1996, un venerdì inondato dal sole di fine estate: aveva inizio la tre giorni indipendentista sul Po. Umberto Bossi era partito in elicottero da Milano e si stava dirigendo sul prato di Pian del Re, sotto il Monviso.
Ad attenderlo, non soltanto i leghisti giunti numerosi intorno alle sorgenti del grande fiume padano, ma anche, virtualmente milioni di persone, elettori del Carroccio e non solo, che avevano ascoltato le ragioni dell’indipendentismo e della libertà della Padania dalla voce del capo leghista nei mesi precedenti, durante i quali si era consumato lo strappo con la politica di Roma-Polo e Roma-Ulivo, i due schieramenti opposti, ma uniti dal rifiuto del Federalismo.
Tra gli osservatori, quel giorno sul Monviso, non poteva mancare Guido Passalacqua, il “decano” dei giornalisti che ha seguito l’azione politica della Lega fin dagli anni Ottanta.
«La tre giorni indipendentista di quel settembre del ’96 fu il tentativo, riuscito, di Bossi di rinforzare l’identità leghista -racconta Passalacqua -, che rischiava di far la parte del vaso di coccio tra i due vasi di ferro rappresentati dal Polo e dall’Ulivo. Dopo la fine del governo Dini e le successive elezioni vinte da Romano Prodi in aprile, la Lega doveva inevitabilmente svoltare, non poteva restare immobile».
(continua)




