Oggi in Germania, domani in Italia? I tre Paesi al cuore dell'Europa continentale - i tedeschi, noi, i francesi - vanno alle urne nell'arco di una manciata di mesi, e c'è da scommettere che quanto abbiamo visto accadere ieri si riproporrà, stesso soggetto ma diversi attori, nelle regioni confinanti. Non mi riferisco al fatto che a Silvio Berlusconi possa riuscire l'ennesimo colpo di teatro, che possa impossessarsi della scena di nuovo come ha fatto Schroeder, scalzando il ricordo opaco dei suoi anni a Palazzo Chigi per vendersi come l'unica opposizione possibile alla pericolose tentazioni dei suoi avversari. Ma se questa è la tendenza, è una tendenza inquietante.

Gerhard Schroeder, lo si è detto più volte, sembrava destinato a perdere per le sue timide iniezioni di ragionevolezza, non dico di liberismo, nelle politiche economiche della Spd. Aveva tagliuzzato le imposte, cercato di aprire spiragli di consapevole libertà per il mercato dei capitali, intavolato un programma di riforme nel mondo del lavoro. Ha perso per questo il sostegno della sinistra più sinistra, che non si accontenta di una leadership “pacifista” se essa non accetta la difesa ad oltranza dei privilegiati del welfare, e a un certo punto, dopo che il suo riformismo omeopatico era stato stigmatizzato come un'overdose di cambiamento indigeribile alla locomotiva d'Europa, ha dovuto fare le valigie e andarsene. La sua campagna elettorale ha riacquistato vigore proprio perché il cancelliere uscente non ha difeso il suo operato, non si è presentato, come si suol dire, al “giudizio” degli elettori, piuttosto ha snocciolato capi d'accusa contro la sua avversaria. Schroeder che era al governo si è presentato come l'opposizione alla Merkel, che era all'opposizione. Quest'ultima, davvero una Thatcher di cartone, non ha saputo impacchettare e smerciare le riforme di cui biascicava. Confusa e sempre sulla difensiva, non ha perso per le perplessità suscitate dal piano di riforma fiscale di Paul Kirchhof. Ha perso perché non si può essere riformisti sì no ma forse, o si investe su un progetto o lo si accantona. Ma Angela Merkel, tipica cretura di Helmut Kohl, quintessenza dell'ideologia del tirare a campare in ambito economico, non poteva condividere lo spirito di una rivoluzione silenziosa che in cuor suo avrà continuato ad etichettare col massimo dello spregio: “anglosassone”, come il resto dei suoi concittadini.

La lezione di queste elezioni è terrificante, e sono certo, ci scommetto, sarà la stessa delle prossime consultazioni di casa nostra. Vince chi dice agli elettori che tutto va bene madama la marchesa. Vince - o, in questo caso, “perde meno” - chi si offre come ancora di salvezza rispetto all'inesorabile deriva verso una società più dinamica, dove le rendite vengono scardinate e regna la capacità di stare sul mercato. Vince chi promette un futuro senza flessibilità, magari non una vecchiaia con la pancia piena ma almeno una vecchiaia di povertà decorosa, egualitaria, che non premi eccessivamente i cercatori d'oro iconoclasti, che non si fanno scrupolo di rinnegare la salvezza dello Stato sociale per navigare le peccaminose acque mercatiste. Vince chi dice che si può (soprav)vivere senza rischiare. Vince chi non solo non vuole altre riforme, ma rinnega le sue. Ad imporsi allora è una rassicurante ideologia del declino, è il pannicello caldo di chi tace i problemi di domani per godersi oggi gli ultimi chicchi d'uva, è la stampella di quelli che sanno che per la prima volta da sempre i figli avranno meno speranze dei padri, ma sentono più forte l'istinto del proprio egoismo, e se ne fregano, perché dopotutto gli sembra la cosa più normale da fare, nel silenzio dei sensi di colpa. È l'inquietudine dei popoli stanchi. È l'Europa che muore.

di Alberto Mingardi
Da Libero, 19 settembre 2005