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    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Arrow il valore del Matrimonio

    INTERVISTA


    Un viaggio a ritroso alle radici di un vincolo essenziale per la società dell'Occidente: a colloquio con lo storico Alfredo Valvo

    Il matrimonio? Viene da Roma antica (prima di Cristo)

    «Un rapporto diretto con il tema della stirpe, della cittadinanza e della patria. Tanto che per garantire la continuazione della "civitas"Augusto s’impegnò a difendere le "iustae nuptiae"»

    Di Marina Corradi www.avvenire.it

    Alle radici del matrimonio, indietro nel tempo fino alle ragioni per cui si stabilì che l'unione di un uomo e di una donna fossero normati dalla legge. Un viaggio a ritroso non inutile, nel momento in cui in Occidente si mette in discussione questo vincolo come fondamento della famiglia.

    Il matrimonio, come tutti sanno, è giuridicamente un prodotto del diritto romano. «Era la stessa struttura portante di quella società», precisa il professor Alfredo Valvo, ordinario di Storia romana all'Università Cattolica. Un vincolo profondissimo, spiega, saldava il contratto matrimoniale e Roma. Uno in funzione dell'altra.



    E Roma è inimmaginabile senza quella cellula ordinata alla sua base?

    «Il fine originario - spiega Valvo - delle iustae nuptiae, cioè del matrimonio contratto fra cittadini romani (le altre unioni, anche fra due contraenti uno dei quali fosse romano, non erano riconosciute come tali), era duplice: la continuazione della stirpe da un lato, e la difesa dello Stato dall'altro, perché l'esercito romano era costituito fin dall'origine di cittadini; i Romani non affidavano la sorte propria e della loro città ai mercenari e perciò abbisognavano di una leva regolare. Ma siamo ben oltre Sparta, dove il concetto era, brutalmente, più uomini uguale a più soldati. A Roma lo Stato, la res publica, non è, come nella modernità, quasi sovrastruttura rispetto all'individuo, ma è prima e soprattutto il luogo nel quale il cittadino, il civis, esercita la pienezza della propria libertas, che Cicerone considera, con evidente ma ragionato paradosso, equivalente a civitas: perciò cittadinanza e anche di più: è la condizione di una identità stabile, è un'appartenenza. E il matrimonio nasce in funzione del perpetuarsi di questa identità: originariamente, infatti, riguarda solo i cives che discendono dagli antichi patres, cioè i patricii, col fine del mantenimento di un ordine costituito. Eredi di ogni diritto civile erano solo i figli dei cives, a significare che il massimo della libertà corrisponde al massimo dell'appartenenza, quasi in un'intuizione di quella concezione cristiana sviluppata da Agostino nel "De civitate Dei", dove la civitas è l'appartenenza alla Città celeste. Solo nel 445 a.C., con la lex Canuleia, l'unione matrimoniale fra patrizi e plebei venne riconosciuta dal diritto come iustae nuptiae e rappresentò l'inizio della parificazione sostanziale fra i due "ordini" della società romana, con la trasmissione del nomen e il diritto di ereditare. Una riforma dovuta alla necessità di integrazione fra i due ordini sociali».


    Che diritti avevano la donna e i figli, nelle "iustae nuptiae"?


    «La donna, pur passando dalla tutela del padre a quella del marito, aveva nella propria casa delle responsabilità sostanziali. Priva del padre o rimasta vedova, diveniva sui iuris, cioè 'titolare' dei propri diritti di cittadina romana, anche di successione. Il ripudio, consentito per adulterio o mancanza di prole, venne col passare dei secoli sempre più limitato, per tutelare maggiormente la donna. Una donna che godeva di un grande rispetto, considerata com'era il nobile strumento della continuità della stirpe, dentro alla profonda appartenenza di cui ho detto. Solo i figli nati dalle iustae nuptiae erano infatti figli legittimi mentre i figli nati da unioni fra cittadini e non cittadini seguivano lo stato giuridico del genitore privo della civitas».


    «Coniunctio maris et feminae est consortium omnis vitae, divini et humani iuris communicatio», scrive il giurista Modestino nel Digesto. L'unione di un uomo e una donna diventa condivisione del medesimo destino, per tutta la vita, e partecipazione comune del diritto degli uomini e degli dei. Ma il matrimonio romano aveva anche una valenza religiosa?


    «Il matrimonio era un contratto civile, nel senso che non era celebrato da sacerdoti. Tuttavia nella mentalità romana era sempre sotteso il riferimento alla pax deorum, concetto antichissimo, anzi arcaico. Pax deriva da paciscor, concludo un patto. Alle radici di Roma c'era questa affermazione ideale di un patto concluso un tempo con gli dei, che erano stati particolarmente benevoli con la città. Per ricambiare questa generosità, i Romani per secoli continuarono a fare un implicito riferimento al divino in molti dei gesti della vita quotidiana, per esempio chiamando spesso gli dei a testimoni dell'ordinamento giuridico della civitas. Il che pare riecheggiare l'osservazione di John Adams, ricordato da Ratzinger nel suo intervento in "Senza radici", il quale affermava che la Costituzione degli Stati Uniti "è fatta soltanto per un popolo morale e religioso", cioè solo per coloro che hanno una fede e si riconoscono in quell'In God we trust che ne apre il testo».


    In età augustea si arriva addirittura a "costringere" al matrimonio, tassando coloro che restano celibi. Perchè?


    «Era un periodo di disordine morale, imputabile ai decenni di guerre civili. Per tentare di arginare questo fenomeno Augusto intervenne anche "sollecitando" concretamente i cittadini alle nozze regolari: e questo sia nell'ordine della continuazione della civitas, che intravvedendo nel matrimonio un elemento di ordine morale per la società romana in crisi. L'intento era quello di riaffermare la famiglia per ristabilire la continuità e l'appartenenza della stirpe romana».


    Pare che questa continuità ai Romani fosse molto cara...


    «Davvero molto. Lo stesso Cicerone nel "De re publica" scrive che meritano un posto nel cielo più alto coloro che hanno costituito, e mantenuto, le civitates».


    Pare un bel monito per l'oggi, questo attaccamento al proseguire, attraverso i figli, la propria civiltà, nel momento in cui il senso del vivere insieme sembra solo ridotto alla pura affettività, e non più anche alla procreazione...


    «Certamente, un monito importante. L'esperienza del diritto romano è sempre valida, come dimostra che molte nazioni formatesi nel XVIII secolo dal diritto romano hanno attinto sostanza di principi anche in materia di matrimonio».


    Ben diciotto secoli dopo, la concezione romana del rapporto fra uomo e donna era ancora radicata in Occidente. Col marchio forte delle sue radici: il desiderio di continuare, di padre in figlio, la storia.

    **************************

    La Chiesa pur partendo da un monito di Gesù in Matteo 19, non ha mai disprezzato il valore inserito nei popoli, scrivevano i Padri della Chiesa sul Matrimonio:

    Se voi, mariti, volete che le vostre donne siano fedeli, insegnatelo loro con il vostro esempio.

    Dice S. Gregorio Nazianzeno: " Con che faccia pretendete la pudicizia dalle vostre mogli, se poi siete voi a vivere nell'impudicizia? Come potete domandare loro ciò che non fate voi? ". Volete che siano caste? Comportatevi castamente con loro e, come dice S. Paolo: Ciascuno sappia possedere il proprio vaso in santità. Se al contrario, voi insegnate loro cose disoneste, non meravigliatevi poi se le perderete e con disonore.

    Voi, mogli, il cui onore è legato inseparabilmente alla pudicizia e all'onestà, conservate gelosamente la vostra gloria e non permettete che alcun genere di dissolutezza offuschi la bellezza del vostro buon nome. Temete ogni sorta di attacco, per piccolo che sia, non tollerate alcun corteggiamento nei vostri confronti. Dovete sospettare di chi viene a lodare la vostra bellezza e la vostra gentilezza, perché chi loda una merce che non può acquistare per lo più è fortemente tentato di rubarla. Se poi alla lode delle tue qualità aggiunge il disprezzo per tuo marito, ti offende gravemente perché è evidente che, non solo vuole perderti, ma ti considera già a metà perduta; infatti il contratto è mezzo concluso con il secondo acquirente quando si è stanchi del primo!

    .............


    L'unione che si realizza tra marito e moglie nella santa devozione è la più fruttuosa che si possa dare; per questo devono, a gara, incoraggiarsi reciprocamente ad acquisirla. Ci sono dei frutti, come la mela cotogna, che, per la loro asprezza, sono buoni soltanto in marmellata; altri frutti poi sono talmente teneri e delicati che non possono essere conservati se non canditi, come le ciliege e le albicocche.

    Similmente le mogli devono augurarsi che i loro mariti siano conditi con lo zucchero della devozione, perché l'uomo senza devozione è un animale spietato, aspro e rude; i mariti devono augurarsi che le loro donne siano devote, perché senza la devozione, la donna è molto fragile e predisposta a lasciare la virtù o a permettere che venga offuscata.

    S. Paolo ha detto che l'uomo infedele è santificato dalla donna fedele, e la donna infedele dall'uomo fedele, perché nella stretta alleanza del matrimonio, facilmente l'uno può attrarre l'altro alla virtù e viceversa. P, una vera benedizione quando l'uomo e la donna fedele si santificano reciprocamente in un autentico timore del Signore.

    ...............

    In verità, il rapporto matrimoniale che di natura sua è così santo, giusto e raccomandabile, tanto utile alla società, in certi casi può diventare pericoloso per gli interessati; sì, perché qualche volta rende le loro anime molto malate di peccato veniale, questo con i semplici eccessi; ma qualche altra volta le fa addirittura morire con il peccato mortale, come quando viola e perverte l'ordine naturale stabilito per la generazione dei figli, nel qua] caso, in proporzione alla gravità della violazione di quell'ordine, i peccati, sempre mortali, possono risultare più o meno esecrabili. Siccome la procreazione dei figli è il primo e principale fine del matrimonio, non ci si può mai scostare dall'ordine da esso richiesto, anche se per causa di qualche altra circostanza non dovesse essere conseguito: esempi, la sterilità o la gravidanza in corso, nei quali casi evidentemente non c'è procreazione; in tali circostanze il commercio corporale non cessa di essere giusto e santo, sempre che siano osservate le regole per la generazione, perché nessuna circostanza potrà mai togliere valore alla legge imposta dal fine principale del matrimonio.

    L’azione infame ed esecrabile commessa da Onan nel matrimonio, era detestabile agli occhi di Dio, come dice il testo sacro nel capitolo trentottesimo della Genesi; e benché qualche eretico del nostro tempo, più biasimevole dei Cinici, dei quali parla S. Girolamo nel commento alla lettera agli Efesini, abbia voluto sostenere che era l'intenzione perversa che Dio detestava, la Scrittura non lascia dubbi, e dice chiaramente che era la cosa in sé che davanti a Dio era detestabile e abominevole.

    ............san Francesco di Sales.......
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

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  2. #2
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    "Chi non è disposto a lasciarsi sorprendere non si iscriva a questa partita di caccia il cui trofeo è l'Amore" (Schokel)


    Nel film “Caso mai” di D’Alatri, il sacerdote che accoglie i due futuri sposi cita una frase di S. Agostino: “Sono due le cose più brutte, condurre una vita senza speranza e vivere una speranza senza fondamento”.

    Vivere la speranza e fondare la propria speranza diviene il dato fondamentale di ogni coppia cristiana. E’ Cristo il nostro fondamento e la nostra speranza. La centralità di Cristo ci dà la prospettiva dalla quale dobbiamo partire. In questa direzione ci conduce il Direttorio di pastorale familiare al n.192:
    “Come Gesù ha sempre difeso e proposto, senza alcun compromesso, la verità e la perfezione morale, mostrandosi nello stesso tempo accogliente e misericordioso verso i peccatori, così la Chiesa deve possedere e sviluppare un unico e indivisibile amore alla verità e all’uomo: la chiarezza e l’intransigenza nei principi e insieme la comprensione e la misericordia verso la debolezza umana in vista del pentimento sono le due note inscindibili che contraddistinguono la sua opera pastorale”.

    Verità e misericordia divengono i due poli fondamentali che partono dalla vita di Cristo. Percorrere e vivere questa strada diviene, per la coppia cristiana, risposta ad una chiamata.
    Da una parte la vocazione coniugale ci chiama a ridare valore al rapporto ogni giorno, a riscoprire la persona che abbiamo incontrato come dono di Dio e saper cogliere sempre più in profondità l’unicità e l’incanto sperimentati quel giorno in quell’incontro. Siamo chiamati a convertire giorno dopo giorno i nostri sguardi: guardare con gli occhi di Dio, infinita tenerezza “lento all’ira e grande nell’amore”.

    Comprendere fino in fondo che morire ai nostri orgogli e presunzioni è darci la possibilità di rinascere come coppia e che per crescere è indispensabile saper accogliere le giuste richieste dell’altro. Questa umiltà facilita il riconoscimento dei propri errori, la capacità di ricevere correzioni per il proprio bene, di chiedere perdono e di perdonare. In questo modo possiamo divenire segno di speranza e spazio nuovo di relazione e d'incontro per noi e per gli altri.

    Dall’altra un'attenzione alla verità richiede che si vada al di là delle classificazioni sommarie. Al di là della situazione contraddittoria del divorzio, si devono vedere le persone. La "situazione" non racchiude tutto, perché le persone non si possono identificare con la situazione e considerare tutti i divorziati come una categoria uniforme.Ogni fallimento coniugale rappresenta una storia, una storia dolorosa.

    La fine del legame coniugale non è sempre il risultato di processi volontari e intenzionali e non sempre le coppie che rimangono unite sono meno fallite delle altre che si separano. E’ ancora troppo diffusa l’idea che le nuove nozze siano segno di una vita dissoluta e irresponsabile e troppo spesso c’è un giudizio di condanna nei confronti di persone con matrimoni falliti alle spalle. Il fallimento di un matrimonio è appunto un fallimento, non vince nessuno, tutti perdono.

    Tutti hanno il dovere di impegnarsi per alleviare queste sofferenze e per aiutare queste persone a fare scelte che sono secondo il vangelo. La Chiesa intera, data questa realtà, si deve sentir chiamata, come afferma la Conferenza episcopale lombarda nella Lettera alle nostre famiglie: “ non ad esprimere un giudizio severo e distaccato, ma piuttosto ad immettere nelle piaghe di tanti drammi umani una luce della parola di Dio, accompagnata dalla testimonianza della sua misericordia”.

    dal libro del Siracide. Si dice:

    “Tutte le cose sono doppie, l’una di fronte all’altra; Egli nulla fece di incompleto; l’una completa la bontà dell’altra; chi finirà di contemplare la sua gloria? (42,24-25)…Di fronte al male c’è il bene e davanti alla morte la vita, così davanti al pio c’è il peccatore. Guarda così a tutte le opere dell’Altissimo, due a due, l’una davanti all’altra “ (33,14-15)”.

    E’ la “sapienza”del due. Il due è il simbolo di conflitto e di opposizione, ma anche di richiamo reciproco. Esso indica l’equilibrio realizzato o le latenti minacce. La più alta espressione di questa dualità, nel piano di Dio, è la creazione dell’uomo e della donna, nel loro riconoscersi reciproco, come dono l’uno per l’altro: “Questa volta essa è carne della mia carne, osso delle mie ossa” (Gn 2,23). L’uno di fronte all’altro, vicini ma distanti, uniti ma separati, divergenze convergenti.
    A questa “sapienza” Dio affida un compito ben preciso:
    “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gn 2,24). Questa frase non termina con “avranno tanti figli”, come sarebbe stato logico in una società dove il figlio oltre che, ad essere un dono, era una risorsa. Invece, l’accento è posto sulla coppia, dall’unione dipende il cammino e la sua realizzazione.
    Queste parole sono allo stesso tempo, un comando ed una profezia, oltre che un progetto di vita. E’ il Creatore che chiede all’uomo e alla donna la collaborazione per realizzare il suo progetto. Riflettere sui termini significa comprendere la dinamicità e la struttura portante dello specifico cammino di noi coniugi: “Lascerà…si unirà…saranno”. C’è un abbandono, un separarsi dalla famiglia d’origine per promuovere una nuova unione e incamminarsi verso una comunione di vita e d’amore; c’è un passato da cui veniamo per vivere intensamente un presente ed aprirci insieme ad un futuro carico di speranza; siamo stati figli e forse lo siamo ancora, ma abbiamo scommesso su una nuova relazione e abbiamo aperto il nostro amore mettendoci a servizio della vita.
    Questo progetto si è fatto carne, si è incarnato, si è reso visibile nel volto dell’altro, il giorno del nostro matrimonio quando ci siamo detti:

    “Io, prendo te come mio sposo/a e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita”.

    E’ strana questa formula. Se poniamo attenzione ad essa non troviamo alcun riferimento né a Dio, né a Gesù. L’attenzione è posta sulle due persone che liberamente vanno verso l’altare.
    Quel giorno ci siamo promessi di impegnarci in una relazione unica, insostituibile, senza equivalenti. Ci siamo impegnati ad accogliere tutto l’altro, non una parte. Non quando tutto va bene, quando i rapporti sono distesi e gioiosi. Abbiamo promesso di sposare gli alti e i bassi, i momenti di slancio e i momenti di pausa, gli invecchiamenti e i rinnovamenti dell’altro. Come ogni cammino questo viaggio richiede la fatica del procedere, del conoscersi e del crescere, del ricominciare e del rinnovarsi nel “sì” detto una volta, per ribadirlo con spirito sempre nuovo anche quando si vivono situazioni di prova o di sosta. Non ci promettiamo, dunque, di riuscire sempre, di essere sempre scattanti e desiderabili, ma di impegnarci perché l’amore cresca e riesca.
    Nella formula, inoltre, è insita un’altra scommessa. Ogni amore, ciascun amore, questo amore, divengono “sacramento”. Gesù scende verso questa realtà per assumerla. Nell’amore umano s’innesta l’amore di Dio per l’umanità, di Cristo per la sua Chiesa. E’ un sì degli sposi detto non solo al cospetto di Cristo, ma a Cristo, ed è un sì di Cristo detto agli sposi. Il sì detto è un sì detto a
    Dio e al suo progetto creativo originario sul matrimonio. E’ un sì detto alla vocazione che Dio affida ai coniugi nella Chiesa e nel mondo, Un sì al Dio della vita.

    (Per il resto del testo, scaricatelo qui:
    http://www.lucatosoni.com/Articoli/v...0verità%20nell'amore.doc )
    http://www.lucatosoni.com/
    Fraternamente Caterina
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  3. #3
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    sul confine

    Uniti nella diversità: un'esperienza «inimmaginabile»


    Di Gabriella Caramore

    E' confortante, credo, che in tempi di crisi della coppia, di dissoluzione o di sfrangiature della famiglia, di interrogazione, anche, su che cosa debba intendersi per «matrimonio» - se l'unione di un uomo e una donna o anche l'unione di due persone dello stesso sesso - qualcuno osi scrivere addirittura un Elogio del matrimonio.

    Lo fa con appassionata intelligenza Christiane Singer, in un piccolo volume densissimo (pubblicato dalla casa editrice Servitium), consapevole che il matrimonio, ben lontano dal consistere in un patto formale tra due esseri, che luccica solo per un istante, e precipita poi nel grigiore della consuetudine, è piuttosto una «scommessa» (nel senso che Pascal dà anche alla fede), una prova all'ultimo respiro, in cui ciascuno dei due partner mette in gioco la propia verità e la propria vita. «Il matrimonio non è altro che la ricerca, in ciascuno, della propria verità».
    Un'esperienza unica e rara, a dispetto del fatto che tutte le civiltà, anche se in forme storicamente diverse, lo hanno consumato e celebrato.

    Una sorta di «traversata dell'impossibile»: e che cosa c'è, di fatto, di più impossibile, di più inimmaginabile di due essere umani che, nella loro differenza, decidono di stare insieme tutta la vita? Ma proprio perché misura, si può dire, il grado di libertà e di dono di cui è capace un'esistenza, il matrimonio va «sperimentato», e difeso dalle «interferenze, dai tumulti, dai disordini, dai tradimenti» che inevitabilmente accadono, anche se, naturalmente, succede, a volte, che «il coraggio della rottura sia il gesto della salvezza».

    Due creature, l'una di fronte all'altra, si sporgono fuori dai confini della propria soggettività, ciascuno per darsi all'altro, quasi in un'esperienza limite, in un gesto estremo, in cui sono implicati i sensi, l'intelligenza, il corpo, la fatica quotidiana, la generazione di figli, il comune attraversamento dei giorni e delle notti, le lacrime, le gioie. «Meglio essere in due che uno solo», dice Qohélet (4,9).

    «Se due dormono insieme, si possono riscaldare; ma uno solo, come fa a riscaldarsi?» (4,11). È certamente una benedizione non esser soli. Ma è anche vero che essere due, talvolta, può essere incredibilmente più difficile, più minaccioso, più estenuante. Si può essere più protetti, ma talvolta anche più esposti, nella vita a due. «Gloria e disastro delle nostre vite», dice ancora Christiane Singer dell'unione familiare. È tutta la complessità dell'umano che è in gioco nell'unione di due esseri che si amano e condividono la porzione di vita loro assegnata: il desiderio e la coscienza, la fedeltà e il destino, la promessa e la speranza.
    Proprio per questo sarebbe riduttivo, credo, considerare il patto d'amore tra due persone («una passione nella durata» lo chiamava Pascal) dentro i confini di una «legge naturale». L'essere umano è tale proprio perché sporge dalla natura, la eccede, la disordina, la contesta, la contraddice.

    E se è interessante, invece, discutere la questione se la parola «matrimonio» si possa estendere o meno a persone dello stesso sesso, o alle coppie di fatto che non possono o non vogliono contrarre questo vincolo civile, è impensabile che la legislazione dei paesi europei possa non provvedere a tutelare allo stesso modo i diritti di tutti i cittadini, sulla base di una discriminazione o biologica (le coppie omosessuali) o formale (coppie di fatto e non di diritto). A meno che l'Europa, promotrice dei diritti umani, non rinunci a distinguersi da quelle parti del mondo in cui la legislazione che regola la vita civile dipende dalle interpretazioni - che si sono prodotte e sviluppate nella storia, e che dunque sono sempre fallibili - dei testi sacri.

    Quanto alla Legge di Dio - nel cui ascolto tanti uomini e donne cercano di vivere, come possono, talvolta nella debolezza, talvolta anche nella colpa - sarebbe ben triste pensare che essa tenga conto più della condizione biologica che della dedizione reciproca, più di norme formali che dell'amore condiviso. Se «l'amore non fa nessun male al prossimo» e «pieno compimento della legge è l'amore» (Romani 13,10) perché non provare a includere in questo orizzonte tutte le forme d'amore che non nuocciano ad altri, si esprimano nella tenerezza e nel rispetto, nella responsabilità e nella sincerità del cuore?

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  4. #4
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    FAMIGLIA E EUCARISTIA (Riflessione di Don Giovanni Tani all’incontro del Clero di Roma, Santuario del Divino Amore, 26 settembre 2005)


    Efesini
    5,1Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, 2e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.
    15Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; 16profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. 17Non siate perciò inconsiderati, ma sappiate comprendere la volontà di Dio
    21Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.
    22Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; 23il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. 24E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.
    25E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, 26per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, 27al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. 28Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. 29Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, 30poiché siamo membra del suo corpo. 31 Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. 32Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! 33Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito.
    6,1Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. 2 Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato a una promessa: 3 perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra. 4E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore.
    10Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza.

    **********

    La riflessione sulla famiglia, oggetto del programma pastorale di questi anni, si incontra con la riflessione sull’eucaristia, al termine di questo anno dell’eucaristia e alla vigilia del Sinodo sull’eucaristia che si terrà nel prossimo mese di ottobre.
    Famiglia ed eucaristia: quale rapporto?

    LA COPPIA CRISTIANA RIVIVE IL RAPPORTO FRA CRISTO E LA SUA CHIESA

    Generalmente proprio il brano di Efesini che è stato proclamato viene indicato per illustrare il rapporto fra famiglia ed eucaristia; anche l’Instrumentum laboris in preparazione al Sinodo, quando presenta il Rapporto tra l’eucaristia e gli altri sacramenti, a proposito del matrimonio dice:
    “È noto che il matrimonio viene celebrato solitamente durante la celebrazione dell’eucaristia nelle Chiese di tradizione latina, a differenza di quanto avviene nelle Chiese orientali.
    Quando il matrimonio viene celebrato nella messa, serve ad additare, come paradigma dell’amore cristiano, l’amore di Gesù Cristo che nell’eucaristia ama la Chiesa come sua sposa sino a dare la vita per essa. Tale amore sponsale va accennato anche nei casi in cui il sacramento del matrimonio si celebra fuori della messa. L’eucaristia pertanto rimane la fonte inesauribile dell’unità e dell’amore indissolubile del matrimonio e diventa il cibo di tutta la famiglia nell’edificazione di un focolare cristiano”(n. 19).

    Quindi questo brano agli Efesini che suona così difficile per la nostra cultura (ma poi qualche perplessità la sollevava anche nella cultura antica se S.Girolamo commentava così a proposito della moglie che deve temere il marito: “Spesso si trovano delle mogli molto migliori dei mariti: sono loro a comandare ai mariti, a governare la casa, a educare i figli e a tenere la disciplina della famiglia, mentre i mariti si danno alla lussuria e corrono dietro alle meretrici. Lascio al lettore di decidere se a tali mogli spetti regnare sui loro mariti o «temerli»”),
    in realtà si riempie di significato positivo e pieno nella fede, perché la sottomissione reciproca in realtà è obbedienza alla legge di Cristo, accoglienza della sua logica nella vita degli sposi; quel come (sottomesse ai mariti come al Signore; come Cristo ha amato la chiesa, come fa Cristo con la chiesa) e anche le espressioni: obbedite nel Signore, nella disciplina del Signore, tolgono i criteri solo umani e li sostituiscono con i criteri della fede.

    Così i Padri della chiesa commentano con molta energia questo brano di Efesini:

    “Ogni marito, dunque, ambisca di essere nei confronti della propria moglie come Cristo nei confronti della Chiesa, e ciascuna nei confronti del proprio marito come la Chiesa nei confronti di Cristo: il marito pensi e faccia tutto ciò che è di Cristo, e la moglie tutto ciò che è della Chiesa” (Origene).

    “Vuoi che la tua sposa ti ubbidisca come la Chiesa al Cristo? Abbi cura anche tu di lei, come il Cristo della Chiesa. Anche se bisogna dare per lei la vita, essere battuti miriadi di volte, sopportare e soffrire qualsiasi cosa, non rifiutarti: anche se soffri tutto ciò, non hai ancora fatto nulla rispetto a quello che ha fatto il Cristo” (Crisostomo).
    [I brani dei Padri sono tratti da: Neri, U. a cura di, Biblia, Lettera agli Efesini, Bologna 1994].

    Romano Penna così commenta: Questo mistero è grande. “Si verifica come un circolo di mistericità: il mistero del matrimonio naturale trapassa a qualificare il rapporto di Cristo con la Chiesa, e di qui il mistero, ingrandito in termini nuovi, si riverbera di nuovo sulla coppia umana, che si dirà cristiana proprio nella misura in cui rivive in se stessa lo straordinario rapporto esistente fra Cristo e la sua Chiesa.

    La coppia cristiana, dunque, riproduce in sé non soltanto il rapporto di Adamo ed Eva, ma anche quello di Cristo e della Chiesa, che è di carattere salvifico. Così il matrimonio non appartiene soltanto alle comuni realtà del mondo, ma è inserito nel raggio di azione dell’opera redentivi di Cristo: non solo in quanto gli sposi sono individualmente cristiani, ma in quanto lo status istituzionale esistente tra di loro riflette il vincolo nuziale che lega indissolubilmente Cristo e la Chiesa l’uno all’altra” (Penna R., Lettera agli Efesini , Bologna 1988, p.243).

    L’EUCARISTIA PANE PERCHE’ LA FAMIGLIA SIA SE STESSA

    “Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza” (v. 6,10).

    Andando al centro della questione si deve dire che l’eucaristia è il pane della vita della famiglia; come lo è per il singolo battezzato che trova nell’eucaristia l’alimento per crescere nella vita in Cristo; così per la famiglia, la quale, come soggetto unico, trova nell’eucaristia la forza per essere ciò che è, cioè veramente piccola chiesa domestica, dove i coniugi fra di loro e con i figli tendono consapevolmente ad essere un solo corpo e un solo spirito; e questo sarà possibile solo come dono, attraverso quella energia spirituale che viene comunicata dall’eucaristia.
    La preghiera che la chiesa, per bocca del sacerdote, rivolge al Padre nel cuore della celebrazione eucaristica, può essere fatta propria dalla famiglia cristiana:
    “A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio,dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (Pregh. Euc. III).

    Anche nelle preghiere delle Messe per gli sposi si trova espressa la convinzione che l’eucaristia è pane per gli sposi:
    “Questo mistero, che esprime la pienezza della tua carità, custodisca per sempre il loro amore” (Sulle offerte, messa per la celebrazione del matrimonio).
    “Fa’ che, uniti nel vincolo santo e nutriti con l’unico pane e l’unico calice, vivano concordi nel tuo amore” (Dopo la comunione).


    Scriveva Giovanni Paolo II alle famiglie

    “È per voi la vita che viene da lui. Essa è per voi, cari sposi, genitori e famiglie!... egli è l’Emmanuele, il Dio con noi, quando vi accostate alla mensa eucaristica… La sua ultima cena, le parole allora pronunciate conservano tutta la potenza e la sapienza del sacrificio della croce. Non esiste altra potenza e altra sapienza attraverso le quali possiamo essere salvati e mediante le quali possiamo contribuire a salvare gli altri. Non vi è altra potenza e altra sapienza mediante le quali, voi, genitori, possiate educare i vostri figli e anche voi stessi. La potenza educativa dell’eucaristia si è confermata attraverso le generazioni e i secoli” (Lettera alle famiglie 18).

    “Questa comunione umana è confermata, purificata e condotta a perfezione mediante la comunione in Cristo Gesù, donata dal sacramento del matrimonio. Essa si approfondisce mediante la vita della comune fede e l’eucaristia ricevuta insieme” (CCC 1644).

    DUE ASPETTI DEL CAMMINO DELLA FAMIGLIA

    Questo, che potrebbe sembrare un vertice troppo distante dalla realtà, è percepito e vissuto da non rarissime famiglie delle nostre comunità e comunque dovrebbe costituire una meta verso cui camminare e per la quale stabilire dei percorsi pastorali che aiutino le nostre famiglie a non smarrire la loro identità cristiana.

    Se pensando all’eucaristia non ci limitiamo unicamente al sacramento, ma intendiamo la celebrazione della messa, allora possiamo evidenziare due aspetti, corrispondenti a due attenzioni con cui accompagnare le famiglie verso una più consapevole partecipazione al corpo e al sangue del Signore.

    1. Il primo aspetto è l’assemblea: la famiglia che partecipa alla messa è chiamata ad essere aperta alle altre famiglie, non chiusa e ripiegata su se stessa; sa fare festa con le altre, e anche partecipare ai momenti difficili della comunità. Questo è indicato dalla Prespyterorum ordinis, 6, come un’attività pastorale del sacerdote: “Con particolare cura siano seguiti… i coniugi e i genitori; è auspicabile che tali persone si riuniscano amichevolmente in gruppo, per potersi aiutare a vicenda a vivere più facilmente e pienamente come cristiani nelle circostanze spesso difficili in cui si trovano”. Non dovremmo avvallare più o meno esplicitamente l’autosufficienza e l’autoreferenzialita della famiglia.
    La famiglia da sola non basta. Bisogna cercare il legame fra le famiglie: investire su questo “capitale sociale” e cioè gli incontri informali, i rapporti di buon vicinato, i gruppi delle famiglie, anche i gruppi spontanei, il volontariato… Anche tutto questo è preparazione di quell’assemblea liturgica che deve poter riunire, per quanto è possibile e sempre più, non degli estranei ma persone coinvolte in un cammino comune.

    2. Il rapporto della famiglia con l’eucaristia va visto anche sotto l’aspetto del rapporto importantissimo e necessario con la Parola di Dio. È mangiando questo pane della Parola che la famiglia è educata progressivamente ad abbandonare gli schemi mentali di questo mondo per essere trasformata secondo il pensiero di Dio, “rinnovando la mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (cf Rm 12,1-2).

    LA MISURA ALTA

    In questo rapporto della famiglia con l’eucaristia siamo portati a considerare i percorsi più alti della vita cristiana: anche il papa Benedetto XVI, introducendo il convegno diocesano il 6 giugno scorso, ha detto che “come l’incarnazione del Figlio di Dio rivela il suo vero significato nella croce, così l’amore umano autentico è donazione di sé, non può esistere se vuole sottrarsi alla croce”.

    E così noi sacerdoti, pur rispettando la crescita spirituale di ciascuno, siamo chiamati a proporre il livello alto della vita cristiana.

    Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte (n. 31) scrive: “… se il battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale… Significa porre sulla propria strada il radicalismo del discorso della Montagna: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48)… E’ ora di proporre a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria”.
    Questo è vero anche per la famiglia cristiana, soprattutto se comprendiamo che la sua vocazione è tracciata nella sostanza stessa dell’eucaristia.


    ******************
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

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    Complimenti Caterina che sta volta hai inserito un articolo interessante, quello che riporte la riflessione della Singer, e che induce a porsi delle domande!!

 

 

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