La Bolivia, l'America Latina e le nuove forme di resistenza
Intervista a Oscar Olivera di Pietro Luppi.
Oscar Olivera è uno dei leader più noti del movimento boliviano. Metalmeccanico e sindacalista, si è distinto negli ultimi anni per il suo lavoro a favore dell'unità fra tutti i settori sociali, non solo della sua città (Cochabamba), ma della Bolivia intera, per la lotta contro il noeliberismo. Grazie anche al suo lavoro negli ultimi anni operai e contadini, pensionati e minatori, insegnanti e indigeni hanno dato vita a mobilitazioni locali e nazionali che sono state capaci di frenare drasticamente le riforme neoliberiste volute dai governi di turno e, nell'ultimo anno, addirittura di farne cadere due: quello di Sanchez De Lozada, costretto a scappare a Miami nell'autunno del 2003 e quello di Carlos Mesa che si è dovuto dimettere pochi mesi fa.Alle elezioni presidenziali anticipate del prossimo dicembre potrebbe vincere un contadino cocalero che è espressione diretta di un pezzo di movimento: Evo Morales. E ora in Bolivia al centro del dibattito c'è la questione: cosa farà Morales una volta diventato presidente? Le esperienze di Venezuela, Brasile, Ecuador e Uruguay in questa fase sono preziose, e il movimento boliviano non ha intenzione di perdere tempo: l'unica garanzia per il cambiamento sono mobilitazione permanente e autorganizzazione, a prescindere dal governo in carica. Abbiamo chiesto a Oscar Olivera di darci una sua lettura di quanto sta capitando in Bolivia e nel resto dell'America Latina- Oscar, qual è il ruolo dei movimenti sociali nel processo di costruzione di un polo latinoamericano indipendente dagli Stati Uniti?Stiamo assistendo al sollevamento in piedi dei popoli latinoamericani, dalla Patagonia al Rio Bravo. Una forma di resistenza al neoliberismo sorta negli ultimi anni e prodotta dalla precarizzazione delle condizioni di vita della gente sotto un sistema economico e politico escludente e sanzionatore, caratterizzato dal saccheggio delle risorse naturali e dallo spoliamento assoluto dei diritti delle persone. E' un saccheggio generalmente incontrollato delle nostre risorse e della nostra terra, del nostro territorio, come dicono gli indigeni. Ci spogliano dei diritti più elementari, come il diritto al lavoro, il diritto alla salute, all'educazione, il diritto di avere figli. E il diritto di vivere nel paese dove si è nati senza dover lottare per sopravvivere, affrontando esclusione e mancanza di fonti di impiego, finendo poi per subire quello che possiamo chiamare un esilio economico in Europa, un fenomeno che coinvolge tantissime migliaia di giovani dei nostri paesi. Questo contesto sta producendo la comprensione della necessità storica di recuperare quello di cui ci spogliano e di riprendere nelle nostre mani le decisioni che riguardano quella che è la nostra terra da secoli. Fondamentalmente al centro di questo processo ci sono i contadini e gli indigeni. Occorre recuperare la forza di questa moltitudine di donne, di bambini e anziani che nelle campagne hanno vissuto per secoli nell'esclusione totale. Però non si tratta solo di svegliare questo gigante addormentato, ma anche di recuperare le forme ancestrali della decisione, della comunicazione e della valorizzazione delle risorse naturali come beni comuni. Credo sia importante trasferire queste concezioni anche nelle città: nel caso della Bolivia, ad esempio, c'è una forte componente indigena e contadina però ci sono anche masse popolari e cittadine, che sanno che la lotta deve essere congiunta e unitaria tra la campagna e la città. Lo sanno perché il modello è entrato dentro la vita quotidiana della gente. E così come in città c'è gente senza casa, in campagna c'è gente senza terra perché è stata espulsa dalle proprie terre dai latifondisti e dalle grandi compagnie. La gente, in questo spazio di ribellione e di blocco del paese, è riuscita a stabilire anche spazi di riflessione, di comunicazione e di riconoscimento reciproco dell'uguaglianza che esiste tra tutti, dovuto al fatto che i problemi sono comuni e le cause sono comuni.- Se Evo Morales vincesse le elezioni, in quale misura il contesto internazionale gli consentirà di creare dei cambiamenti? Credo che il governo di Evo Morales sarà un governo di segno popolare, non rivoluzionario ma riformista; un governo di transizione che dovrà occuparsi più delle questioni interne che preoccuparsi di quello che accade fuori. Dovrà perseguire una politica interna che rispetti i due mandati principali della popolazione. Il primo di questi è la convocazione di un'assemblea costituente sovrana e originaria con l'obiettivo di riformare il sistema politico creando un nuovo tipo di potere, fondato sulle masse indigene, contadine e popolari. Il secondo è la nazionalizzazione degli idrocarburi, che dovranno essere la base economica per costruire un paese nuovo. Se Evo ,più che preoccuparsi della volontà dell'impero, farà queste due cose, otterrà un grande appoggio da parte della popolazione. - Quale sarà l'atteggiamento dei movimenti popolari di fronte al suo governo ?Con lui al governo una resistenza popolare totale sarebbe praticamente impossibile. Credo però che i movimenti sociali debbano mantenere la loro capacità di mobilitazione e la loro autonomia. Non possiamo perdere la prospettiva di mobilitarci e quindi di avere il potere di cambiare le cose. In seguito a un'esperienza di molti anni abbiamo imparato che se una rivendicazione non si converte in mobilitazione si trasforma nella richiesta di un' elemosina. Non bisogna chiedere i diritti, ma conquistare la parola per poi riappropriarci da noi stessi dei nostri diritti. Credo che il popolo debba stabilire forme di autorganizzazione, di autogestione e di autogoverno: forme che sanciscano definitivamente la fine di una catena di comando nella quale i potentati dello Stato dominano sulle masse popolari. Credo che la catena di comando sia già rotta, ma occorre creare una rottura definitiva per evitare che il potere si possa concentrare nelle mani di un caudillo, di un partito o di un movimento. Questo accentramento potrà essere evitato se la gente svilupperà la sua capacità di mobilitarsi e autorganizzarsi.




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