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Discussione: Clamoroso a Kabul

  1. #1
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    Predefinito Clamoroso a Kabul

    Kabul. Il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, ha detto di “apprezzare” il ritiro unilaterale di Israele da Gaza e non ha escluso la possibilità di allacciare relazioni diplomatiche con Israele, a patto che sia riconosciuto lo Stato palestinese.
    Martedì pomeriggio un gruppo selezionato di giornalisti stranieri e locali è stato invitato al palazzo presidenziale, costruito dai re afghani. Il capo dello Stato ha parlato liberamente di tutti gli argomenti d’attualità, dalle elezioni parlamentari di domenica scorsa alle ultime minacce di al Qaida contro il paese. Alla fine dell’incontro, rispondendo a una domanda sulle recenti dichiarazioni distensive del Pakistan nei confronti dello Stato d’Israele, Karzai ha lasciato intendere la possibilità di un’apertura di relazioni diplomatiche con Gerusalemme.
    La domanda è stata posta da un giornalista pashtun di Radio free Europe, che sottolineava come il Pakistan abbia molte divergenze, ma altrettanti aspetti in comune con l’Afghanistan.
    Il giornalista afghano ha chiesto quale potrebbe essere la reazione del Parlamento a un eventuale avvicinamento fra Afghanistan e Israele.
    Karzai ha risposto in pashtun, sostenendo di esprimere un’idea personale e di non poter parlare a nome del Parlamento. All’inizio Karzai si è soffermato sul potente vicino: “Quella pachistana è una società diversa dalla nostra e non voglio esprimermi su questioni relative a un altro paese”. Nonostante Karzai abbia ribadito che per l’Afghanistan si dovrà pronunciare il nuovo Parlamento, ha aggiunto:
    “Noi apprezziamo la soluzione negoziale dei problemi fra palestinesi e israeliani che sta prendendo piede. Anche altri Stati musulmani hanno relazioni con Israele”.
    L’ammissione più importante è arrivata alla fine:
    “Se il governo israeliano riconoscerà lo Stato palestinese, l’Afghanistan non avrà alcun problema a stabilire relazioni con Israele. Al momento, però non posso dare una risposta definitiva in tal senso”.
    Alla fine dell’incontro, Jowe Ludin, il giovane collaboratore del presidente afghano, suo mentore nei rapporti con la stampa e non solo, ha tradotto e spiegato il pensiero di Karzai, ribadendo l’intenzione di incamminarsi sulla strada dell’apertura diplomatica al governo di Gerusalemme.

    Su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Esclusivo a Kabul

    Kabul. Il salone dove ci accoglie Mohammed Qasim Fahim assomiglia volutamente a un ufficio da capo di Stato, nonostante il potente “Napoleone dei tagiki” sia stato spodestato dal ruolo di vicepresidente e ministro della Difesa. Gli è rimasto il grado di maresciallo dell’Afghanistan, un titolo da “salvatore della patria” che era stato concesso soltanto una volta a Shah Wali Khan, il liberatore di Kabul ai tempi della restaurazione monarchica degli anni Trenta.
    La comunità internazionale lo ha sempre bollato come uno dei più potenti signori della guerra afghani, a capo ancora oggi dell’agguerrita milizia tagika, l’etnia minoritaria ma più battagliera dell’Afghanistan. Tunica bianca, volto scavato da una malattia cardiovascolare che continua a peggiorare, sguardo da faina, Fahim snocciola il tazbè, il rosario musulmano. Alle sue spalle spiccano i ritratti del presidente afghano, Hamid Karzai, e di Ahmad Shah Massoud, il leggendario comandante che combattè contro i sovietici e i talebani e che fu poi ucciso dai terroristi kamikaze di al Qaida, due giorni prima dell’11 settembre.
    Fahim, 47 anni, si considera il suo erede e per questo era l’uomo più potente dell’Afghanistan subito dopo la caduta dei talebani, fino a quando, lo scorso anno, Karzai non l’ha estromesso, forte dell’investitura popolare delle elezioni presidenziali e del velato consenso degli americani.
    A Fahim non è mai andata giù, e non fa nulla per nasconderlo. “Il titolo di maresciallo è a vita. Si tratta di una posizione che, per quanto riguarda la sicurezza e la difesa degli interessi nazionali, può venir posta sullo stesso livello di quella politica del presidente”, sostiene Fahim all’inizio di questa intervista esclusiva per il Foglio.
    (è l’unica concessa alla stampa internazionale).
    Per questo, il maresciallo non si è “abbassato” a candidarsi alle parlamentari assieme a una pletora di 5.800 aspiranti. “Dopo tanti anni di guerra e incarichi importanti non avevo alcuna intenzione di mettermi a discutere per diventare parlamentare”, spiega. Subito dopo, però, ammette candidamente che “non sarebbe contrario a una nomina a senatore da parte del presidente Karzai. Accetterei soltanto per servire la nazione”.
    Il capo dello Stato ha il potere di nominare un quarto dei membri della Camera alta. Fahim mira a diventare presidente del Senato nella logica della lotta serrata per il controllo delle istituzioni afghane fra tagiki e pashtun, l’etnia maggioritaria, rappresentata da Karzai.

    Fahim, l’erede di Massoud, in realtà sta perdendo sempre più potere, anche all’interno del mondo tagiko, che lo vede come rappresentante, oramai sorpassato, della vecchia guardia.
    Non a caso il maresciallo appoggia decisamente il partito New Afghanistan, di un altro erede di Massoud, l’eminenza grigia tagika, Yunes Qanooni, convinto di conquistare, assieme agli oppositori del governo Karzai, la maggioranza assoluta in Parlamento.
    Qanooni ha già annunciato che, se non dovesse vincere, vorrebbe dire che ci sono stati brogli. Se la situazione degenerasse da scontro politico a qualcosa di peggio, il maresciallo tornerebbe sempre utile, in termini militari.
    Fahim respinge l’accusa di essere uno dei più potenti signori della guerra ancora in circolazione, nonostante la sua guardia personale – composta da miliziani tagiki – assomigli ai reparti dell’esercito afghano. “Tutta propaganda fabbricata dai nemici del paese nei miei confronti. Ho combattuto per la libertà del paese, per ristabilire la sicurezza – sbotta – Da ministro della Difesa avevo appoggiato e sviluppato il piano di disarmo delle milizie. La gente ha realizzato che le armi non rappresentano la soluzione dei problemi.
    Sono ottimista per il futuro dell’Afghanistan e penso che la guerra civile non si ripeterà più”.
    I più accaniti detrattori sospettano anche che mantenga i suoi miliziani e le splendide case – come la villa in marmo rosa nella valle del Panjsher, roccaforte dei tagiki – grazie al traffico di oppio. Infatti le coltivazioni sono aumentate nel nord est del paese, proprio dove il maresciallo ha la sua rete di potere, fin dai tempi di Massoud, che, però, bruciava i campi di papavero.
    Fahim fa finta di ignorare la questione e, sul piano politico, si dimostra magnanimo anche con gli ex nemici – comunisti e talebani – che hanno cercato di riciclarsi con una candidatura al Parlamento. “Meglio permettergli di presentarsi alle elezioni – spiega Fahim – Ci pensa il popolo afghano a bocciarli con il loro voto nelle urne”.
    Fahim ha studiato nella madrassa araba Abu Hanifa, di Charikar, a nord di Kabul, ma è stato il condottiero che, con l’appoggio aereo americano, ha liberato Kabul dai fondamentalisti. “I talebani e al Qaida sono rami diversi dello stesso albero – spiega il maresciallo – L’importante è continuare a somministrare antibiotici all’Afghanistan, altrimenti la malattia del terrorismo potrebbe riesplodere con maggiore virulenza”.

    Fausto Biloslavo su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Democrazia a Kabul

    Oggi non esiste questione internazionale più importante della sconfitta del terrorismo. In qualità di primo presidente democraticamente eletto dell’Iraq, è mia responsabilità garantire che la più giovane democrazia del mondo superi con successo la inevitabilmente difficile fase di transizione dal totalitarismo al pluralismo. La trasformazione dello Stato e della società iracheni non può avvenire senza il concreto e prolungato impegno dei soldati americani e di altri paesi democratici.
    Per comprendere questo, è necessario ricordare
    come siamo giunti a questa situazione storica. Come mai oggi l’Iraq ha un presidente, un governo e un Parlamento democraticamente eletti? Come mai i membri dei gruppi etnici più oppressi ora occupano le più alte cariche dello Stato?
    Tutto ciò è il frutto del coraggio e della lungimiranza del presidente George W. Bush e dei suoi alleati, il primo ministro inglese, Tony Blair ,e il primo ministro australiano, John Howard, che hanno impegnato le proprie truppe per far rispettare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza
    dell’Onu e liberare l’Iraq.
    Senza l’intervento straniero, in Iraq si sarebbe passati dalle mani insanguinate di Saddam a quelle dei suoi psicopatici figli. Invece, grazie alla leadership americana, agli iracheni è stata offerta l’opportunità di un sistema politico pacifico e aperto alla partecipazione di tutto il popolo. Malgrado l’opinione oggi diffusa, l’Iraq e la storia dell’Europa del Ventesimo secolo dimostrano che con la forza delle armi si può seminare la democrazia anche nel terreno più arido.
    La rapidità con la quale l’Iraq si sta riformando e democratizzando è stupefacente.
    Dopo la Seconda guerra mondiale, per quattro anni la Germania è rimasta priva di uno Stato. L’Iraq, invece, è passato nella metà del tempo dalla dittatura centralizzata di un solo uomo a una Repubblica federale e decentralizzata.
    Inevitabilmente, ci sono stati molti problemi e notevoli difficoltà, che in Iraq sono stati amplificati dalle azioni terroristiche dei resti della dittatura baathista e dei paesi vicini. Per contenere queste tensioni e per difendere la nostra giovane democrazia abbiamo bisogno del sostegno delle truppe americane e della coalizione, che devono addestrare ed equipaggiare le nuove forze armate irachene e mettere il paese in condizione di combattere efficacemente il terrorismo.
    Soltanto gli Stati Uniti e i suoi più stretti alleati sono in grado di fornire questo tipo di assistenza. La formazione di queste forze irachene non è stata affatto facile, ma gli iracheni non si sono fatti scoraggiare dalle difficoltà.
    Ogni attentato terroristico contro le forze irachene ha come risultato una nuova ondata di arruolamenti, esattamente l’opposto di quanto previsto dai pacifisti, secondo i quali combattere il terrorismo produce soltanto maggiore terrorismo.
    Nonostante tutti i problemi di breve termine, la validità della strategia di lungo termine che mira alla costituzione di adeguate forze irachene è stata dimostrata pochi giorni fa, quando gli iracheni hanno assunto il controllo della sicurezza nella città santa di Najaf.

    Nessuna data per il ritiro
    Quanto più aumentano le capacità e la fiducia in se stesse delle forze irachene, tanto minore sarà il bisogno di forze straniere. Il numero di truppe straniere da tenere in Iraq sarà deciso per mezzo di consultazioni tra il governo iracheno e i suoi alleati sulla base delle necessità operative. Le forze americane si trovano in Iraq su invito del governo democraticamente eletto dell’Iraq e in ottemperanza a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
    Questi soldati sono nel mio paese perché l’America è impegnata nell’esportazione della democrazia. Per di più, in occasione della mia visita a Washington, il presidente George W. Bush ha confermato il completo appoggio americano al processo di democratizzazione e la sua volontà di sconfiggere il terrorismo fascista e jihadista che insanguina il paese.
    Questo impegno per la libertà ha determinato
    la nostra opposizione alla definizione di una data prestabilita per il ritiro. Ci sono anche due ragioni politiche pratiche per opporsi a una decisione di questo tipo.
    Primo, una data prestabilita servirebbe unicamente ai terroristi, che dovrebbero soltanto rimanere ad aspettare il momento giusto per colpire.
    Secondo, i piani militari devono essere flessibili. Dobbiamo mantenere la capacità di rispondere agli spesso mutevoli livelli di minaccia terroristica. In effetti, nel settore della sicurezza avremo bisogno di una costante assistenza ancora per molti anni.
    Se continuiamo a progredire con lo stesso ritmo, gli iracheni potrebbero essere in grado di assumere molti compiti di sicurezza entro la fine del 2006. Questa non è una scadenza fissa ma soltanto una ragionevole ambizione.
    Durante la mia visita negli Stati Uniti ho avuto l’onore di incontrare le famiglie di alcuni soldati in servizio in Iraq. Erano determinate e coraggiose, e io desidero che i loro figli non restino in Iraq un momento in più del necessario.
    Gli americani devono essere orgogliosi di quanto hanno compiuto i loro soldati. La presenza delle forze straniere ha impedito che in Iraq si scatenasse una nuova guerra civile. Per 35 anni Saddam e il partito Baath hanno combattuto una guerra contro il popolo iracheno. La liberazione dell’Iraq ha posto fine alla guerra civile.
    Soprattutto, le forze americane garantiscono all’Iraq una capacità di deterrenza di cui ha estremo bisogno. In passato l’Iraq ha cercato di conquistarsi un’illusoria sicurezza per mezzo di folli piani di aggressione, di terrorismo e di armi di distruzione di massa. Oggi, la nostra sicurezza esterna si fonda sull’alleanza con gli Stati Uniti. I nostri vicini possono quindi stare sicuri che risolveremo tutte le nostre divergenze in modo pacifico.
    Sfortunatamente alcuni nostri vicini non hanno voluto comprenderlo. Sembrano o incapaci o non disposti a chiudere i canali attraverso i quali penetrano in Iraq. E, oltre a quello che si può definire un sostegno passivo ai terroristi, alcuni paesi gli forniscono anche appoggi materiali e finanziari. Tutto questo deve immediatamente cessare.
    Per quanto i problemi causati da alcuni nostri vicini che appoggiano il terrorismo siano già abbastanza gravi, possiamo soltanto immaginarci ciò che avrebbero fatto se non ci fossero state le truppe americane. Quasi sicuramente l’Iraq sarebbe stato trasformato in un campo di battaglia regionale con conseguenze disastrose per il medio oriente e la sicurezza globale.
    Senza le forze americane, l’impegno della leadership americana e il coraggio del popolo americano, gli iracheni si troverebbero praticamente soli al mondo. Insieme con i suoi alleati, gli Stati Uniti hanno dato agli iracheni un’opportunità senza precedenti. Gli iracheni hanno risposto entusiasticamente accogliendo la democrazia e offrendosi volontari per combattere per il proprio paese. Con i mezzi che ci mettono a disposizione, le truppe occidentali ci aiutano a difendere la democrazia irachena e a portare a termine il nostro compito: eliminare ogni traccia del fascismo baathista.

    Jalal Talabani presidente dell’Iraq

    Copyright Wall Street Journal per gentile concessione di Milano Finanza (traduzione di Aldo Piccato)

    preso da il Foglio

    saluti

 

 

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