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  1. #1
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Libertà economica (Fraser Institute)

    L’Italia perde quota nella classifica sulla libertà economica e scende dal 33° al 54° posto. Il dato preoccupante emerge dall'ultima edizione del Rapporto sulla libertà economica del mondo, pubblicato pochi giorni fa dal Fraser Institute di Vancouver, uno dei più qualificati think-tank nord-americani di ispirazione liberal-liberista. La classifica si riferisce al 2003, riguarda 127 Paesi del pianeta (quattro in più dell'edizione precedente) ed è realizzata grazie alla collaborazione con 69 centri di ricerca di tutto il mondo: per l'Italia, il partner è il Centro Einaudi di Torino (che, l'anno scorso, sulla scorta dell'edizione precedente del rapporto ha pubblicato con Guerini e Associati il volume La libertà economica nel mondo e in Italia integrato con un'analisi sulla libertà economica delle regioni d'Europa). La classifica è costruita su una base di 38 indicatori raggruppati in cinque macro-aree, che riguardano: la dimensione dell' apparato pubblico; la struttura giuridica e la tutela dei diritti di proprietà; la stabilità monetaria; la libertà degli scambi con l'estero; il grado di regolazione nei mercati del credito, del lavoro e degli affari. L'Italia, oggi appunto al 54° posto in classifica (con Belize, Repubblica Slovacca, Filippine e Thailandia), riporta un voto di poco superiore alla sufficienza, 6,6 su un massimo di 10; nel 1990 era 29° in classifica, 43° nel '95, 34° nel 2000 (col punteggio più alto mai raggiunto, 7,1) e nel 2001. Meglio di noi fanno anche Paesi non proprio liberisti, come la Germania, 19°, o la Francia, 35°. Anche raggruppando i Paesi ex acquo, l'Italia non brilla, collocandosi al 22° posto su 42 posizioni. Sul podio della libertà economica sale Hong Kong, seguita da Singapore al secondo posto, da Nuova Zelanda, Svizzera e Usa al terzo; e poi da Gran Bretagna, Canada e Irlanda. Tra i new comer" si qualifica campione l'Estonia, al nono posto. Il nostro Paese arretra vistosamente soprattutto nella seconda area, scendendo al livello più basso nella storia quasi decennale della ricerca, a 5,6 punti da 7,4 del 2002: pesano l'arretramento nel grado di indipendenza della magistratura, nell'imparzialità dei tribunali, nell' «integrità del sistema giuridico» (rispettivamente scesi da 5,7 a 4,3; da 5,3 a 3,7; da 10 a 5); ma anche la scarsa protezione della proprietà intellettuale (da 6 a 4,8). Questi dati sono elaborati da fonti internazionali quali il World Economic Forum e il Prs Group. Basse rimangono le performance sulla dimensione della sfera pubblica (al 98° posto, stabili con 4,7); e sul grado di deregulation (97°, con 5,3): qui pesano la rigidità del mercato del lavoro (95°, con 3,6); i vincoli burocratici ad aprire nuove imprese (per i quali l'italia precipita addirittura a 1,7); la difficoltà complessiva ad avviare nuovi business (3,8, in calo anche rispetto agli anni recenti). L'Italia migliora sul tempo divorato dalla burocrazia (7,3, contro 4,7 di dieci anni fa); eccelle nella stabilità monetaria (25° con 9,6); si difende nella libertà degli scambi (34°, con 7,7). Migliorano negli anni gli indicatori relativi a grado di regolazione dei mercati finanziari e proprietà privata delle banche. Ce ne sarebbe abbastanza per ricavarne un bilancio dei governi passati e un programma per quello futuro, soprattutto se si tiene presente che l'Italia è tra i sette Paesi, su 109, che hanno peggiorato la loro posizione rispetto al 1985 (il Fraser, infatti, grazie a un particolare procedimento statistico-matematico ricostruisce la classifica fino a quell'anno), per di più interrompendo un miglioramento durato fino al 2002. Non si tratta di ubbie ideologiche: il documento, infatti, mette in relazione il grado di libertà economica col tasso di sviluppo, l'andamento del reddito, gli investimenti e l'occupazione, ma anche con indicatori quali l'aspettativa di vita, il tasso di alfabetizzazione, la mortalità, il lavoro infantile, l'estensione della corruzione e dell'economia sommersa, la stabilità delle istituzioni democratiche. E non lascia adito a dubbi: quanto più un Paese è libero economicamente, tanto più produce sviluppo, garantisce benessere e consolida la democrazia. Peccato che l'Italia continui a crederci poco.

  2. #2
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    Spiegatelo a Berlusconi, ai destrisociali, ai vetero-democristiani, ai neo-socialisti ed ai protezionisti padani.

    Saluti liberali

  3. #3
    Padania libera dai padioti
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    Se si esclude l' italia che è un caso clinico irrimediabile, in testa alle classifiche troviamo guarda caso i paesi anglosassoni.

    Paesi moderni dove l' ingiustizia sociale è accettata e addirittura incoraggiata, oppure paesi con risorse ambientali enormi rispetto alla popolazione, o l' una e l' altra cosa, ferocemente protezionisti come gli Stati Uniti o paesi che nemmeno hanno un' economia propria ma totalmente dipendente da capitali e Know how esteri.

    Guarda caso i cosiddetti paesi "sfigati" sono quelli che investono maggiormente in innovazione e sviluppo di nuovi prodotti , sono meno dipendenti dai deliri dei mercati finanziari e nei quali ci sono le aziende migliori del mondo in tantissimi settori dalla chimica alla robotica alla farmaceutica per finire all' aeronautica civile alle macchine utensili e alle automobili alla telefonia cellulare.

    Seguite pure le mode e vedrete che bella fine farete.

  4. #4
    SENATORE di POL
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    Stiamo vedendo la fine che stiamo lentamente, ma disastrosamente facendo, come Italia e Europa, seguendo la demagogia "sociale".
    Un consiglio: smettetela con l'inglese, imparate il cinese (mandarino).

    Shalom

  5. #5
    Padania libera dai padioti
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    Tu hai una visione assolutamente distorta della realtà europea rappresentata dai paesi guida.

    La Francia e la Germania pur tra indubbie difficoltà stanno traghettando l' europa verso un progressivo affrancamento dal caro alleato americano sia dal punto di vista scientifico-tecnologico che politico-economico.

    Lo so che per chi vede massacratori di ebrei dovunque è un problema da accettare.

    Nei paesi seri la musica è un pò diversa come è diverso il senso di responsabilità e la visione dei problemi che dobbiamo affrontare.

    Questri paesi si stanno attrezzando per affrontare le sfide globali che ci attendono.In Germania stanno sorgendo poli tecnologici di eccellenza , la Francia sarà uno dei centri avanzati per la ricerca sulla produzione di energia da fusione.

    Oggi il consorzio Airbus ha strappato all' america il primato tecnologico e commerciale nel settore del trasporto civile.

    Se si escludono settori presidiati con mezzi discutibili l' Europa è più viva che mai e pronta alla sfida.Le migliori aziende del mondo sono in gran parte europee.

    Certo come in tutte le famiglie c' è chi fa la voce più grossa.L' importante è che se lo possa permettere

    C' è molto da fare per colmare deficit di democrazia e per dare impulso decisionale alle istituzioni europee.

    Spero non remerete contro anche voi.La guerra e i campi di sterminio ormai non esistono più relegati nel posto che si meritano ovvero nella discarica della storia.

  6. #6
    SENATORE di POL
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    La Francia e la Germania rinculano (su quasi tutti i fronti) anno per anno, insieme a tutta la vecchia europa. Per non dire dell'Italia. Lo so che per chi vede ovunque "servi degli americani" (manco fosse marxista-leninista) è un dato impossibile da digerire, ma è la realtà concreta sotto gli occhi di tutti, e non propriamente da oggi.

    Shalom

  7. #7
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    per capire qualcosa del problema vorrei invitare chi e' in grado di riflettere a leggere questo recente articolo di blondet ..


    LA GLOBALIZZAZIONE SCHIODA MARX DALLA TOMBA
    di Maurizio Blondet
    http://www.effedieffe.com/fdf/giornale/giornale.php


    Esempio di famiglia media americana USA - Gli apostoli del libero mercato globale fanno risorgere la lotta di classe, scrive Paul Craig Roberts: ed è una affermazione notevole perché Roberts, economista, è stato vicesegretario di Stato sotto Ronald Reagan, dunque tutt'altro che un comunista (1). Vale la pena di ascoltarne gli argomenti contro i superliberisti che inneggiano alla fuga di posti di lavoro in Cina.


    «Fedeli a una teoria di 200 anni fa (quella di Adam Smith) che non capiscono più, questi esaltatori del libero mercato stanno distruggendo la classe media e smantellando la scala della mobilità verso l'alto che rende politicamente accettabili le grandi disparità di reddito».
    Proletarizzazione e iniquità sociale crescente: il mondo descritto da Marx sta diventando realtà.
    La coesione sociale viene sacrificata alla teoria del «vantaggio
    competitivo» di Adam Smith, e alla ricerca di questo «vantaggio» nei bassi salari cinesi.


    Ma ciò che i cantori del liberismo globale dimenticano è, dice Craig
    Roberts, che quando Adam Smith trovò il principio del vantaggio competitivo, il capitale veniva per lo più tenuto all'interno della nazione, sotto la sorveglianza dei proprietari e protetto dalle leggi del Paese.
    E i prodotti commerciabili erano, per lo più, prodotti agricoli: merci il cui vantaggio competitivo dipendeva largamente dal clima e dalla geografia.
    Vino in cui avevano il vantaggio competitivo Italia e Spagna, contro lana, dove il vantaggio competitivo poteva essere della fredda Inghilterra.
    Così era logico per gli inglesi importare vino spagnolo, e scambiarlo con la loro lana.
    Questo era il vantaggio competitivo virtuoso, che avvantaggiava entrambi i partner: ma aveva come presupposto il fatto che il capitale restava in patria e si orientava ad investire nelle produzioni in cui la nazione aveva vantaggi comparativi.


    Oggi non è più così. Oggi il capitale è più mobile persino delle merci. Le produzioni moderne sono basate sulla conoscenza acquisita, e producono risultati identici in qualsiasi clima.
    Così, quando una ditta americana chiude la fabbrica nell'Ohio e sposta la produzione delle merci (per il mercato americano) in Cina, la perdita di posti di lavoro in USA non è dovuta al fatto che la Cina ha un vantaggio competitivo.
    E' dovuta al fatto che il capitale USA insegue il «vantaggio assoluto» del bassissimo costo del lavoro cinese.
    Questa ricerca del vantaggio assoluto non produce più effetti benefici su entrambi i partner commerciali.
    La nazione che riceve i capitali guadagna, l'altra ha una perdita secca e non compensata.
    E' ciò che dimenticano (o non vogliono capire) i cantori del libero mercato.


    Quando capitali e tecnologie abbandonano gli USA (o l'Italia) per rilocarsi in Cina e India, la produttività della manodopera cinese e indiana aumenta, quella americana (e italiana) cala.

    Le statistiche del Bureau of Labor USA riflettono questa tendenza
    devastante.
    Nel prossimo decennio, il Bureau prevede che la maggior parte dei nuovi posti che saranno creati in USA, si apriranno nei servizi domestici, che non richiedono un'istruzione superiore.
    I servizi domestici, o servizi alla persona (infermiere, badanti, camerieri) sono per eccellenza «servizi non commerciabili»: si prestano e si consumano all'interno del Paese.
    Negli ultimi 5 anni gli USA non hanno prodotto, al netto, un solo posto di avoro in merci e servizi commerciabili.


    La rilocazione in Cina e India (outsourcing) sta eliminando intere categorie di occupati americani tecnici, ingegneristici e nell'informatica.
    Le offerte di lavoro per laureati tecnici stanno calando.
    La mano invisibile del mercato, dice Roberts, può operare contro gli interessi migliori del Paese, e in questo caso lo fa.
    Il libero mercato in USA sta riducendo la domanda di ingegneri; e perciò anche l'offerta.
    Il numero di nuovi laureati in ingegneria cala, perché si sa che non troveranno lavoro con guadagni adeguati alla fatica degli studi.
    Credete che agli USA resti la parte alta dell'innovazione, la ricerca e sviluppo? Illusione.
    La ricerca e sviluppo segue la produzione industriale: in Cina e in India.
    La conseguenza è che anche la scienza in USA declina.
    Insomma, sempre più la manodopera americana diventa una tipica manodopera da Terzo Mondo: i nuovi posti di lavoro sono solo quelli di bassa produttività, servizi domestici «a pronto» con paghe basse.


    In USA, la disoccupazione fra tecnici del software e informatici è ormai di percentuali a due cifre.
    Perché anche per questi lavori che restano in America, non sono più richiesti tecnici americani.
    Il capitalismo terminale ha scoperto che può assumere tecnici indiani con visti di lavoro temporaneo (in USA, sono i visti H-1B e L-1) con salari inferiori; i tecnici americani sono forzati ad addestrare questi lavoratori stranieri sottopagati, per poi essere licenziati.
    Il Ministero del Lavoro USA ha riservato ufficialmente 52 mila posti di alta tecnologia a stranieri con visto di lavoro temporaneo.
    Negli ultimi cinque anni, oltre 600 mila di questi visti sono stati
    rilasciato, e il 39% di questi per occupazioni nel settore computeristico.
    Ciò significa che 600 mila americani hanno perso il posto per il quale avevano investito il loro capitale umano, ossia anni di studio universitario (e in America l'università costa cara).
    Uno spreco colossale di un «capitale» particolarmente prezioso.


    E per giunta, Bill Gates si lamenta che sia in calo il numero di nuovi studenti nella lauree tecniche: lui e gli altri capitalisti che hanno distrutto la domanda rilocando quei lavori all'estero, non vogliono riconoscere che sono la causa del calo dell'offerta.

    Pochi di quei 600 mila licenziati hanno trovato un lavoro migliore.
    Molti, tipicamente, lo hanno cercato e trovato in lavori «difesi» dalla rilocazione, come l'insegnamento e l'assistenza ai malati e anziani, che sono appunto «servizi non commerciabili», che si consumano forzatamente in USA.
    Ma anche questi lavori ora sono in pericolo: sempre più spesso gli ospedali americani, premuti a diminuire i costi, assumono infermiere del Terzo Mondo; e così le scuole.
    La Contea di Clark in Nevada ha «importato» insegnanti dalle Filippine, l'Arizona dall'India, New York ha assunto maestri giamaicani e l'Ohio indiani.
    Questo sviluppo del «libero mercato» è particolarmente allarmante.
    Come possono insegnanti venuti da luoghi estranei alla cultura americana riuscire ad inculturare gli alunni americani?


    E' la struttura stessa della società che viene lacerata per scopi di
    profitto, o di limatura dei costi.
    Si taccia poi del destino degli ingegneri e informatici che, licenziati
    dalle imprese, avevano trovato posto come docenti di matematica e scienze, e che sono minacciati da un altro licenziamento anche in questi posti più modesti.
    E' la stessa perdita di occupazione di buon livello nella classe media a mettere sotto pressione le scuole per ridurre i costi.
    Il restringersi della classe media provoca minori entrate fiscali; le scuole vanno alla caccia di insegnanti indiane e filippine che costano meno.
    Ciò riduce ulteriormente la classe media.
    E' un circolo vizioso maligno.
    Una rovinosa corsa al ribasso non solo dei redditi, ma della dignità sociale.
    Ai genitori preoccupati che domandano quali posti «buoni» restano per i loro figli nati e cresciuti in USA, Roberts risponde, con amaro sarcasmo, che per ora dentisti e avvocati hanno un buon reddito (a patto di salire nel 20%
    migliore delle due categorie); ad un gradino più sotto, restano appetibili lavori da elettricista, meccanico d'auto, idraulico.


    Ma gli immigrati messicani, legali e illegali, che hanno già sostituito gli operai USA nell'edilizia, sono sul punto di insidiare anche i meccanici e gli idraulici.
    I posti di lavoro «alti» sono persi a vantaggio di stranieri; i lavori
    «bassi» sono persi a vantaggio dei messicani immigrati.
    Risultato: secondo il rapporto del Census Bureau del 30 agosto scorso, il «reddito mediano delle famiglie» (non il reddito medio, ma quello delle famiglie a metà della scala dei redditi) è diminuito incessantemente da cinque anni, e ciò nonostante un quinquennio di presunta «ripresa» economica; sintomo della sparizione della classe media stessa.
    Per contro, è cresciuta la percentuale di poveri: dall'11,3 % della
    popolazione nel 2000, al 12,7 % nel 2004.
    Si tratta di 5,4 milioni di poveri in più, sintomo sinistro della
    proletarizzazione.
    Come nell'Inghilterra ottocentesca, i «nuovi posti» creati (la cui
    «creazione» viene strombazzata dai media come segno della salute economica
    americana) sono nel servizi domestici.


    Dei 154 mila posti creati in agosto negli Stati Uniti dal settore privato, 25 mila sono nelle costruzioni, e coperti per lo più da messicani; 20 mila nel commercio al dettaglio e all'ingrosso; 16 mila in «servizi amministrativi e di raccolta rifiuti» (sic). Altri 43 mila posti nuovi sono nati nella «istruzione e servizi sanitari», 34 mila nel «settore ospitalità e divertimento» (leggi: cameriere, baristi, spogliarelliste).
    L'industria, per contro, ha perso altri 14 mila posti.
    Dove l'industria si mantiene, è pura attività di assemblaggio di componenti fabbricate all'estero, Cina o India o Sri Lanka.
    Ovviamente, l'assemblaggio non richiede ingegneri e tecnici d'alto livello.
    Perciò, dice Roberts, «una più alta istruzione o riaddestramento a nuove mansioni non possono correggere» la tendenza: non c'è domanda per «altamente educati», nel nuovo Terzo Mondo che sono gli Stati Uniti.


    Craig Roberts conclude: gli apostoli della libera iniziativa e del libero mercato stanno distruggendo le libertà civili americane, che erano tutt'uno con la dignità del lavoro, un buon reddito fisso, e stabilità sociale del posto.
    Marx viene resuscitato a forza dalla tomba.
    E' possibile una inedita lotta di classe in USA?
    Roberts sembra auspicarlo.
    Il suo, rischia di essere un ottimismo mal riposto.
    Le lotte di classe le fecero gli operai dell'industria, inquadrati nella
    fabbrica. E' difficile che camerieri e spogliarelliste, i nuovi proletari, possano tanto.


    Maurizio Blondet


    Note
    1) Paul Craig Roberts, «Resurrecting Karl Marx», Counterpunch, 4 settembre
    2005.
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

  8. #8
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    Ah sì ......Maurizio Blondet, imita un grande poeta americano di qualche decennio fa finito in manicomio, ma quello almeno era intelligente.
    Shalom

  9. #9
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    Insomma come dice Blondet ci prepariamo a un proficuo scambio.

    Camerieri messicani ed egiziani , muratori albanesi , ristoratori cinesi e operai cingalesi in cambio di investimenti produttivi nei rispettivi paesi.

    Davvero uno scambio proficuo.

  10. #10
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    In origine postato da Pieffebi
    Ah sì ......Maurizio Blondet, imita un grande poeta americano di qualche decennio fa finito in manicomio, ma quello almeno era intelligente.
    Shalom
    Blondet non fa altro che riprendere temi affrontati da autorevolissimi commentatori economici anche anglosassoni caro Pieffebi che denunciano con forza la deriva del capitalismo americano ben lontano dalle prerogative del new deal.

    Fai anche tu come Guido Rossi che decanta i vantaggi del capitalismo di wall street

 

 
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