Delio Cantimori, maestro di tolleranza
La demonizzazione delle opere di un grande storico in nome della riscrittura del Novecento dalla parte dei vincitori. Un'anticipazione dalla rivista «Belfagor» di un intervento sul lungo magistero dello studioso italiano
ADRIANO PROSPERI
Il 18 ottobre 2004 la Scuola Normale Superiore di Pisa ha inaugurato l'anno accademico con un incontro di studio dedicato a Delio Cantimori, di cui ricorreva il centenario dalla nascita. In tale occasione l'autore, allievo di Delio Cantimori e professore presso la Scuola Normale, ha chiesto e ottenuto di leggere fuori programma questo testo, di cui pubblichiamo ampi stralci. Un testo volutamente provocatorio contro quell'«uso pubblico della storia» che molto ha caratterizzato la discussione storiografica nelle pagine dei maggiori quotidiani italiani. La sua versione completa apparirà nell'ultimo numero della rivista Belfagor.
In questo stesso luogo, quasi mezzo secolo fa e precisamente il 28 settembre 1963, celebrandosi il 150° anniversario della fondazione della Scuola Normale, Delio Cantimori concludeva la sua relazione con un appassionato «Esto perpetua». L'uomo rifuggiva dall'enfasi retorica per carattere e per scelta deliberata: ma in questo caso alzò lievemente la voce. Lo ascoltava uno studente che i casi imprevedibili della vita hanno riportato qui a distanza di un tempo che appare al ricordo lunghissimo, partecipe come docente di questa Scuola dei riti e dei pensieri di una commemorazione centenaria a lui dedicata. Ero uno degli studenti che frequentavano il seminario di Cantimori: ma non esisteva allora, come non esiste oggi, una «scuola» cantimoriana nel senso chiusamente accademico del termine. Lo dico perché mi pare un dato utile da tenere presente e da far presente a chi oggi ripercorre con una curiosità spesso malignamente deformante e paurosamente superficiale pur nell'accumulo di inediti di ogni genere, la storia culturale e politica dell'Italia di allora.
Uno storico crocifisso
Gli uomini sono figli dei loro tempi più che dei loro padri, ha detto una volta per tutte Marc Bloch. Lo sappiamo. Proprio per questo non staremo a levare proteste se oggi le scelte politiche di Cantimori offrono l'occasione a molti - facciamo i nomi: tra i meno noti al largo pubblico Eugenio Di Rienzo e Giuseppe Bedeschi, tra i più noti Ernesto Galli della Loggia e, da ultimo e con maramalda ferocia goliardica, Pietro Citati - per crocifiggere in lui gli «errori» dell'Italia novecentesca, equamente divisi tra due Moloch, fascismo e comunismo. Ma chi si è formato nella Scuola Normale di Cantimori e crede nella validità permanente di quel modo di studiare non può tollerare in silenzio le deformazioni correnti su di lui. Al di là della persona esse coinvolgono e stravolgono un metodo e un modello di studio della storia fondamentali per formare personalità dotate di autentica libertà intellettuale: e dunque riguardano direttamente i caratteri di una Scuola che questo e non altro si prefigge come scopo, contrastando come può la tendenza oggi imperante a costruire una scuola che sia sede esclusiva dell'utile e del produttivo.
L'insegnamento di Cantimori fu quello di uno studioso instancabile e attentissimo nell'analizzare i veleni ideologici diffusi nella pratica storiografica, la tendenza continuamente risorgente ad aggiustare la conoscenza del passato alle proprie preferenze e pulsioni istintive o ai bisogni quotidiani della lotta politica. Il suo percorso fu quello di un uomo che si fece storico nello sforzo consapevole di liberarsi dalla passione politica e dagli avvolgimenti verbali della filosofia idealistica: «di politica ero pieno congenitamente» come romagnolo e figlio di un mazziniano, scrisse di sé in un diario del 1950. E liberarsi da quella politica fatta di logomachie verbali e di cartacei furori fu l'esercizio di una vita. Perché il punto è questo: in una ininterrotta e impietosa auto-analisi gli errori del Cantimori politico furono denunciati per primo proprio dal Cantimori storico.
Nessuno dei tanti professori italiani, storici e non storici, che erano stati come lui fascisti ci ha lasciato un esercizio di autoanalisi come quella che Cantimori fornì in una delle sue lettere su «Itinerari» in cui cercò di spiegare la sua giovanile scelta fascista. Eppure quanti altri avrebbero potuto applicare a se stessi la conclusione di Cantimori: «Ero pieno di confusione mentale e quasi senza scusanti». Se oggi qui ci accostiamo a Cantimori non come uomo che il tempo ha allontanato da noi ma come testimone vivo e da meditare di una generazione per il resto ormai lontana è perché solo lui ha fatto dei suoi «errori» materia di analisi per affrontare un problema che tutti ci riguarda: se si dia davvero la possibilità per l'intellettuale che cerca non potere ma conoscenza, che vuole solo capire il proprio tempo e che per farlo dispone di informazioni amplissime e di grande libertà di studio, di vedere meglio e più lontano di altri. Questo è l'aspetto consapevolmente tragico della sua esperienza, quello che oggi si trascura da chi segna col lapis rosso i suoi errori come fatti individuali: il divario tra conoscenza e azione. Lo tengano presente coloro che oggi pescano la loro scienza dalle fosse piene del senno del poi.
Alle fonti della ricerca
E tuttavia se mi sono permesso di aggiungere fuori programma queste parole di ricordo all'interno della giornata di studio che la Scuola Normale ha voluto dedicare a un suo maestro non è stato per alimentare inutili polemiche ma solo per testimoniare che l'insegnamento e l'opera di Cantimori sono ancora ben vivi e che vorremmo restare fedeli a un modello di insegnamento che era anche allora del tutto eccezionale e riconoscibile e si presentava come un vero contravveleno rispetto alla pratica diffusa delle «scuole» e delle camarille accademiche.
Da Cantimori ci veniva un incoraggiamento concreto alla ricerca come impegno libero e responsabile. I suggerimenti e le indicazioni di cui era generoso rivelavano l'onnivora curiosità e la straordinaria cultura dell'uomo. La sua vigile attenzione agli strumenti e alle regole degli studi di storia sorreggeva e disciplinava il disordine inevitabile dei primi passi dei giovani. Manuali, massimari, regole, esempi tratti dalla lettura dei classici della storiografia d'ogni tempo: tutto serviva per avere esatta contezza delle parole che usavamo, per rintracciarne l'origine, per decifrarne il significato nelle fonti storiche. Operazioni di questo genere, mostrando come i nostri problemi e gli stessi strumenti di lavoro fossero generalmente segnati da presupposti e da rapporti di forza, rendevano avvertiti di quanto di prescientifico sia sempre incorporato nella scienza degli storici e di come sia difficile frenare quello che lui definiva «il furibondo cavallo ideologico».
Le sue reazioni più aspre e risentite furono suscitate proprio da chi tendeva a ridurre a un indirizzo, a un orientamento di scuola e di partito il lavoro suo e di altri. Ne dette prova personalmente con lezioni che dovrebbero valere ancor oggi e che invece non sono tenute presenti: e dovrebbero mettere in guardia dalla vanità degli esercizi di chi si diletta ancora ai nostri giorni allo sterile gioco del far combattere battaglie ideologiche alle ombre del passato per un'opera di legittimazione degli assetti di potere presenti.
Nella sua estrema attenzione al soppesare le parole, a intendere i documenti c'era una lezione di tolleranza autentica. Se la storia della tolleranza e della libertà religiosa ricevette dalla sua opera di storico un contributo fondamentale riconosciuto ben al di là dell'orizzonte italiano, fu anche perché, cresciuto in un clima di torride battaglie ideologiche e di sanguinosi scontri tra sistemi in conflitto, pose al centro del suo lavoro intellettuale il comprendere piuttosto che il giudicare. Non per niente Arnaldo Momigliano disse dei suoi «Eretici italiani del Cinquecento» che quello fu il libro della libertà religiosa della sua generazione.
Che Cantimori sia stato uno storico e storico grande non ci sarebbe bisogno di dirlo, anche se nella varia e confusa letteratura in cui si esprime oggi una storiografia che più non si distingue dallo scandalismo giornalistico questo è un fatto quasi del tutto dimenticato, continuandosi in ciò la tendenza inaugurata diversi anni fa dall'assai discutibile voce «Cantimori» del Dizionario biografico degli italiani firmata da Piero Craveri . E del resto ciò che oggi incoraggia a lasciar da parte l'opera di storico per seguire e giudicare le scelte politiche e gli «errori» dell'uomo è proprio il bisogno intollerante di schierare il passato in funzione del presente, il bisogno di una riscrittura della storia novecentesca in funzione delle esigenze del vincitore di turno di cui sono piene le cronache italiane. E' così che Cantimori è diventato un «cattivo maestro». Viene in mente per contrasto il bel ritratto del «buon maestro» che Carlo Ginzburg ne disegnò in una lunga intervista anni or sono.
Ricordiamo lo storico, dunque, lo studioso degli eretici, dei riformatori e degli spiriti irregolari e inquieti. Ma accanto alle pagine dei suoi libri, alla continua funzione critica di lettore e guida degli studi di storia esercitata con traduzioni, recensioni, note critiche che rendono le sue pagine un diario quotidiano delle letture e dell'orizzonte dell'intellettuale, c'era il maestro sempre disponibile, capace di dedicare al rapporto di insegnamento tempo, attenzione, antenne sensibili. Lo faceva nel dialogo personale e lo faceva nel seminario.
La pratica del sapere
Nel modello del seminario di Cantimori si sono riconosciuti studiosi di diversissimo orientamento. Le sue carte conservate in questa Scuola documentano una curiosità intellettuale senza limiti ma anche un senso di responsabilità di docente del tutto eccezionale. Sono per lo più materiali raccolti per le lezioni e per i seminari: non gli servirono per studi suoi ma solo per esercitare l'ufficio di orientamento e di arricchimento intellettuale dei giovani o per svolgere la funzione di insegnante di storia con tutta l'onestà e l'intelligenza di cui fu capace il suo spirito tormentato di uomo che cercava di capire. La sua pratica di docente ha ancora da insegnarci molto, nell'ampiezza d'orizzonte, nell'apertura ai punti di vista diversi, nel tono piano e concreto con cui, per esempio, in una traccia per una lezione sulla storia della Resistenza in Italia, definisce «guerra civile» quella che nell'Italia occupata dai tedeschi oppose «amici dell'occupante o collaboratori e nemici irriducibili». Quanto abbia faticato la storiografia dell'età contemporanea ad accettare questa definizione e quante laceranti logomachie si siano combattute attorno ad essa non c'è bisogno di ricordarlo.
Ricordare Cantimori nei locali della sua Scuola è una occasione di rendergli omaggio, non come a un ricordo di antenato che il tempo ha definitivamente allontanato da noi ma come a una presenza viva. Noi lo ricordiamo come lo storico grande e il docente straordinario che è stato. E a coloro che al suo posto hanno costruito un altro Cantimori da usare come capro espiatorio di tutti gli errori del passato italiano, vorremmo dedicare un suo inedito appunto testamentario, del 20 novembre 1963: «Io sono una voce dell'oltretomba: ma, giovincelli, ascoltatela; vi sarà utile, se non altro per la chiarezza e la pulizia. Ma ho paura che lo sporco vi piaccia, perché è confuso come voi siete».




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