AVEVA 97 ANNI
È morto lunedì a Vienna dopo aver dedicato gran parte della vita a cercare i nazisti sfuggiti alla pena. Per questo l'avevano definito «coscienza dell'Olocausto»
Wiesenthal, il cacciatore di giustizia
Di Marco Roncalli
Aveva detto «ho ricevuto molti onori nella mia vita, quando morirò, questi spariranno con me. Ma il Centro Simon Wiesenthal continuerà a vivere: come il mio lascito». È arrivato l'altro ieri, nel sonno, il giorno della morte: nella sua casa di Vienna. Ed è stato il rabbino Marvin Hier, decano del Centro che a Los Angeles porta il suo nome e già da ora la sua eredità, a dare l'annuncio. Così, dopo una cerimonia di commiato oggi al cimitero di Vienna, il corpo di Simon Wiesenthal, classe 1908, «la coscienza dell'Olocausto»- si è detto - sarà portato in Israele dove verrà sepolto venerdì prossimo. Noto in tutto il mondo come infaticabile "cacciatore di nazisti", Wiesenthal - architetto fino al deflagrare della Seconda guerra mondiale - ha dato un senso alla sua vita di sopravvissuto ai campi di sterminio (ben tredici tra il 1941 e il 1945, da Janowska a Ostbahn, da Plaszow a Grossen Rosen, da Buchenwald. a Mauthausen), ergendosi a paladino e rappresentante di sei milioni di ebrei falciati dalla furia nazista. «Quando la gente guarderà indietro, a quello che è successo, voglio che nessuno possa dire che i nazisti furono capaci di uccidere milioni di persone e farla franca» spiegò più d'una volta a chi gli chiedeva le ragioni della sua scelta coraggiosa. Da qui, ma non solo, l'origine di una caccia durata mezzo secolo per assicurare alla giustizia dei tribunali centinaia e centinaia di carnefici nascosti nel globo. Dopo aver lavorato con gli americani per la «War Crime Section» istituita dopo la liberazione dei lager, ecco Wiesenthal aprire a Linz, nel 1947, un primo «Centro ebraico di documentazione storica» con lo scopo dichiarato di «raccogliere testimonianze degli ebrei vittime dei nazisti sfuggiti alla giustizia degli alleati» (dopo il 1954 i suoi archivi passeranno a quelli dello Yad Vashem). Nel 1977, lo stesso lavoro,più organizzato, viene affidato alla fondazione del Centro Wiesenthal per gli studi sull'Olocausto a Los Angeles, con diramazioni in tutto il mond o. In quei trent'anni - nel frattempo - accanto ad un complesso scavo sui documenti, sono le ricerche del fondatore indirizzate a scovare i criminali a far parlare i media. Anche perché grazie a segnalazioni, indizi, testimonianze, arrivano a concreti risultati. E così accade in parte, con gran dispendio di energie, negli anni successivi. Grazie alla sua tenace ostinazione sono stati braccati, costretti a uscire dalla clandestinità e trascinati nelle aule di giustizia, Adolf Eichmann, lo stratega della "soluzione finale" nonché capo della sezione 4B dell'Ufficio centrale di sicurezza del Reich, Karl Silberbauer, comandante della Gestapo di Amsterdam, responsabile anche dell'arresto di Anna Frank, Franz Stangl, il comandante di Treblinka e Sobibor, Hermine Braunsteiner, accusata dell'eccidio di centinaia di bambini a Majdanek. Con loro un lungo elenco di aguzzini dai nomi meno noti. Una lista di 1100 persone secondo le ricostruzioni più affidabili. Delle quali pochissime hanno denunciato per calunnie il "cacciatore", perdendo poi il processo o ritirando le denunce. C'è allora quanto basta a riconoscere i fondamenti di un lavoro accurato, da lui considerato necessario, sul quale non hanno pesato né l'odio, né un incontrollato desiderio di vendetta, ma quello di giustizia. «Non c'è libertà senza giustizia», e ancora: «Sopravvivere è un privilegio che comporta obblighi», si legge in Giustizia, non vendetta (edito da Mondatori nel 1989 ). Dove pure è scritto «Da sempre mi chiedo che cosa posso fare oggi per coloro che sono sopravvissuti. La risposta che io ho trovato per me stesso è la seguente: io voglio essere il loro portavoce, voglio che la loro memoria non sia obliata. Perchè la giustizia per i crimini contro l'umanità non ha limiti». Senza abbandonare le "armi", il "cacciatore", un limite se l'era comunque posto due anni fa - da ultranovantenne - annunciando il suo ritiro a Format» : «Sono riuscito a trovare tutti gli omicidi di massa che ho cercato» - aveva dichi arato alla rivista austriaca -, «Son sopravvissuto a tutti. E se ci fossero altri che non ho cercato, oggi sarebbero troppo vecchi e deboli per essere portati davanti a un tribunale. Il mio lavoro è fatto». Il penultimo addio, prima di quello dell'altro ieri, dopo aver resistito a lungo. Inorridendo per la barbarie di un passato impossibile a cancellare ,ma, più recentemente, anche innanzi all'insorgere di tesi revisioniste o negazioniste sull'Olocausto, e persino al riaffacciarsi di gruppi neonazisti .Insieme al monitoraggio contro chi attenta ai diritti umani, la lotta contro ogni nuova forma di antisemitismo, fanatismo, razzismo, intolleranza - ora che la caccia ai nazisti è biologicamente alla fine e le prede quasi tutte scomparse -, continuerà a costituire il programma per il Centro che porta il suo nome. Nel solco del suo vero lavoro: «non dimenticare». Viene in mente quell'aneddoto scritto da tante parti o da lui stesso ricordato. A un amico che gli aveva chiesto perché non avesse ripreso la sua professione di architetto WIesenthal rispose: «Tu che credi in Dio e nella vita dopo la morte sai che quando andremo all'altro mondo incontreremo tutti coloro che abbiamo conosciuto su questa terra. A chi ti chiederà cosa hai fatto durante la vita tu dovrei rispondere "ho fatto il gioielliere", io invece risponderò :"non vi ho dimenticati"…».
Avvenire - 21 settembre 2005




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