L'affermazione dei liberali alle recenti elezioni tedesche è stata una sorpresa positiva. Mentre gli elettori hanno voltato le spalle sia al blando riformismo di Schroeder, ben prima della transumanza alle urne, sia alla speculare opacità di Angela Merkel, questo terzo partito, utile stampella di un governo di coalizione ma dichiaratamente fuori dai giochi, si è conquistato percentuali più che dignitose. Se il grosso dell'elettorato è attanagliato dalla paura del cambiamento, almeno in Germania si è trovato consenso per una svolta radicale, alzando bandiere che calamitano non più del 10 per cento dell'elettorato, ma avercene, di gruppi relativamente elitari eppure votati a liberare dalle briglie che la stringono l'economia di mercato. Ciò che è pure interessante è che anche i liberali inglesi stanno preparando una metamorfosi in quel senso. Il peso degli “arancioni”, autori di un programma idealmente improntato ad una drastica riduzione del peso dello Stato, sta crescendo all'interno del partito. Forse non è illusorio pensare che, di qui a qualche anno, sarà su quei lidi che fioriranno di nuovo le idee di Margaret Thatcher - piuttosto che nello stanco limbo dei conservatori, così miopi da esorcizzare il loro glorioso liberismo per verniciarsi di nuovo, quando invece è proprio stato quello, e in dosi non omeopatiche, a decretare lo sdoganamento di Tony Blair. La Gran Bretagna è un caso di scuola, e con i laburisti ormai sintonizzati sulla “Middle England” tradizionalmente “Tory”, e i liberali che si riscoprono liberisti, dimostra che le etichette contano poco, nulla, e sicuramente meno delle idee che vi si celano dietro.
E in Italia? Qualcuno si azzarda a sognare la resurrezione di un PLI, una sorta di Forza Italia scremata dalle scorie democristiane, che rispolveri la bandiera del '94 e si candidi ad usare lo stesso potere ricattatorio di cui negli scorsi quattro anni hanno fatto uso consapevole ora l'Udc ora la Lega.
Si tratta di una prospettiva a mio avviso sbagliata e penalizzante. In Italia, il liberalismo non è mai stato moneta tanto adoperata che da quanto sono scomparsi i liberali, nel senso degli iscritti al partito. La politica non è stata all'altezza delle aspetattive, è vero, e la stessa parola, strattonata da tutti, si è prevedibilmente svalutata.
Ma la differenza chiave fra il liberalismo e tutti gli altri ismi è che esso non propone un modo di egstire la sfera pubblica, ma la sua riduzione ai minimi termini. Un liberale, se è tale, non vuole potere per sé ma meno potere per tutti. Il suo lavoro non è confezionare nuove leggi o programmi: è combatterli, trascinando la politica ad avere un ruolo sempre meno protagonista e sempre più residuale.
Questo è un esito che non può sortire da nessuna consultazione elettorale ma solo da un lungo ricamo di principi condivisi. Implica una revisione radicale del bilanciamento fra Stato e mercato, un suo ripensamento sincero. È una battaglia autenticamente culturale. Lo tengano a mente quanti oggi sentono la necessità di un nuovo impegno - come quelli che sabato in una cittadina lombarda, Treviglio, sanciranno la nascita di un movimento libertario così liberale da costeggiare l'anarchia. La loro è una battaglia che si combatte e vince con le parole, con i libri, con la persuasione. Non contando le preferenze.
Da Il Tempo, 24 settembre 2005
di Alberto Mingardi


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