IL FATTO

Ogni anno 240mila giovani abbandonano i banchi. L’Italia ha il primato europeo della dispersione scolastica. Viaggio-inchiesta tra le realtà che cercano di recuperare un patrimonio umano che rischia di finire ai margini della società

Né scuola né lavoro: caccia ai dispersi


Di Paolo Lambruschi



Per la burocrazia scolastica sono i «dispersi», nel gergo più dolce degli educatori si chiamano «sconfinati» perché stanno a cavallo tra un presente di inattività e un futuro precario a rischio emarginazione.

Hanno tra i 14 e i 19 anni, l'eta più difficile, hanno lasciato le scuole della Repubblica dopo ripetute bocciature o si sono ritirati senza lasciare tracce con in tasca una licenza media conseguita a fatica. Il recente rapporto sull'istruzione dell'Ocse, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, condotto su 30 Stati, ha provato a contarli. Risultato: il 10% degli adolescenti italiani non studia né lavora. Siamo in compagnia della Francia, ma anche di Messico, Slovacchia e Turchia. Nonostante la riforma Moratti abbia elevato l'obbligo formativo a 18 anni e stia invertendo la tendenza con l'introduzione dell'alternanza scuola lavoro, deteniamo ancora il primato continentale della dispersione scolastica dalla secondaria: il 23,5% secondo il ministero dell'Istruzione, quasi uno studente su quattro non arriva al diploma. Ogni anno, ha calcolato l'Eurispes, 240 mila persone abbandonano i banchi scolastici della Penisola.

Dove vivono? Nelle periferie urbane del nord, nella vastissima provincia padana dove si rinuncia a studiare a 14 anni per un reddito immediato: in Lombardia la frequenza della secondaria è di sette punti inferiore alla media nazionale. Ma anche nei quartieri difficili delle città meridionali dove le cause sono diverse e spesso conducono alla criminalità: nelle zone a rischio di Napoli si tocca il primato con nove ragazzi su dieci che mollano dopo il primo anno.

Dietro questi percorsi scolastici fallimentari si vedono gli immutati meccanismi che consentono alla povertà di trasmettersi quasi per via ereditaria nel nostro Paese. Questi ragazzi provengono infatti in buona parte da famiglie deprivate culturalmente ed economicamente, che non ritengono importante l'istruzione. O non possono permettersela. E solo i più fortunati hanno ancora du e genitori.

Chi scommette sul loro futuro in una società che richiede una qualifica scolastica alta per accedere al mercato del lavoro e formazione permanente per restarci?

A ridargli una possibilità qualcuno tenta con successo, dato che nel trienno 2003/2006 i percorsi di istruzione professionale sono aumentati del 52% rispetto al triennio precedente, con 63 mila allievi, quasi il 60% in più, Nel mondo cattolico per vocazione è compito dei Salesiani e dell'Enaip delle Acli, cui si sono affiancate in anni recenti realtà promosse dalle Caritas diocesane e dalla Compagnia delle Opere.

Tutti puntano il dito sul metodo di insegnamento. «In Italia la scuola è sempre di impronta gentiliana e illuminista - commenta don Bruno Bordignon, segretario nazionale delle scuole salesiane - quindi chi riesce ad apprendere nozioni teroriche in maniera astratta va avanti, gli altri vengono esclusi. Invece noi partiamo dal fare e dal saper fare. La liceizzazione della scuola superiore rischia di fare molte vittime».

Dove il tessuto associativo è forte, gli enti di formazione sono agevolati da un lavoro di rete efficace con i Ctp, i centri territoriali ex «150 ore», le scuole e i servizi sociali che segnalano i casi. Al Sud è più faticoso, anche se molti istituti in Abruzzo e Sicilia sono riusciti ad avviare 130 percorsi con aziende per l'alternanza scuola lavoro nell'ambito di un accordo tra governo e Confindustria.

«La riforma è valida - conclude don Gennaro Comite, responsabile dell'Opera Salesiana di Napoli - ma nessuno la fa applicare chiedendosi dove finiscono i giovani che lasciano gli studi». Sul futuro si stende una nube. Finanziata in parte da Stato e regioni, la formazione professionale ha beneficiato dei fondi sociali europei, che però in buona parte nel 2006 andranno a esaurirsi. Autofinanziamento, collaborazione con le imprese e ricorso alle risorse comunali sembrano i canali alternativi per costruire un sistema di istruzione complementare all'altezza, per molti rag azzi l'ultimo treno per non restare sulla strada.

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