di Maurizio Blondet
WASHINGTON - Alla grande manifestazione di sabato a Washington contro la guerra in Iraq, cui hanno partecipato in centomila, non si sono visti che pochi coraggiosi parlamentari del partito democratico.
Il motivo è semplice: l’AIPAC (American Israeli Public Affairs Committee) ha fatto circolare la voce che se un membro del Congresso avesse preso la parola o anche solo fosse apparso alla dimostrazione, avrebbe sentito sulla sua pelle tutta la forza finanziaria e l’ostilità della lobby ebraica.
L’AIPAC è infatti il braccio politico della lobby, ed è nota per la sua capacità di distruggere, diffamare e non far rieleggere rappresentanti del popolo che si sono pronunciati in senso sgradito a Israele (l’AIPAC è attualmente coinvolta in un affare di spionaggio interno per Israele, ma ciò non pare aver diminuito la sua forza).
A spargere la voce che ha terrorizzato i democratici è un deputato ebreo del Massachusetts, Barney Frank, che ha «avvertito» (minacciato) i colleghi: se non volete farvi mancare l’appoggio della lobby, evitate la manifestazione.
Solo tre rappresentanti hanno sfidato la lobby: la deputata nera Cynthia McKinney, John Conyers, e Lynn Wolsey.
Contro quest’ultimo, ha già fatto sapere l’AIPAC, la lobby appoggerà con il suo denaro l’avversario di Wolsey alle prossime elezioni, tale Joe Nation, un neocon e fiero sostenitore della giustezza della guerra all’Iraq, che ha ovviamente l’appoggio anche della Rand Corporation, il think tank della lobby degli armamenti.
Così funzionano le cose negli Stati Uniti, e chi parla di «democrazia» americana non sa cosa dice.
Un gruppo di pressione minoritario può intimidire i parlamentari eletti, e insomma liquidare la volontà popolare.
Spesso i parlamentari sgraditi all’AIPAC scoprono che il loro collegio elettorale, da cui sono stati rieletti molte volte e di cui conoscono quasi uno per uno gli elettori, è stato ridisegnato a loro insaputa, in modo da comprendere roccaforti elettorali del partito avverso.
In Italia non è meglio.
I rabbini nostrani pretendono pubblicamente che l’espressione «lobby ebraica» sia vietata come l’espressione «antisemita»: come nel mondo totalitario descritto da Orwell, vogliono controllare le parole per controllare il pensiero «annesso».
Se il divieto di cui sopra diverrà legge, la notizia che avete letto non potrà essere scritta.
Nella recente visita a Papa Benedetto, i due rabbini-capo di Israele hanno intimato al pontefice di dichiarare il 18 ottobre «Giornata contro l’antisemitismo cattolico». Perché quella data?
Perché il 18 ottobre 1965 il Vaticano Secondo promulgò la «Nostra Aetate», che cancellò la condanna degli ebrei (e la preghiera per la loro conversione).
Anche questo documento fu scritto sotto dettatura della lobby.
Ma evidentemente, ai lobbisti un solo cedimento non basta mai: appena esauditi, esigono un altro atto di sottomissione.
Il Papa ha risposto che «farà in modo di rispondere in maniera positiva ad almeno una parte di queste richieste», ha riferito l’ambasciatore israeliano Oded Ben Hur.
A Colonia, Benedetto XVI si è rifiutato di ammettere che esista un antisemitismo cattolico, ed ha parlato solo di quello «pagano» del Terzo Reich.
Speriamo che resista ancora.
Maurizio Blondet




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