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    SENATORE di POL
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    Predefinito Responsabili verso il proprio Destino

    " Ora tocca ai palestinesi

    Da un articolo di Ari Shavit

    Per un anno il disimpegno è stato un evento percepito prima di tutto come un fatto israeliano. E in effetti, il ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania nord-occidentale è stato un evento israeliano della massima importanza. Ha dimostrato che Israele è cresciuto e si è liberato dei paradigmi del passato. Ha dimostrato che Israele è deciso ad affrontare i problemi dell’occupazione anche se il conflitto non finisce. Ha dimostrato che Israele è capace di rispondere alla sfida posta dai coloni e dagli insediamenti. Ha dimostrato che lo Stato di Israele è guidato da una maggioranza sensata e consapevole, che è in grado di far rispettare la propria volontà a una minoranza estremista che si è fatta beffe della maggioranza per generazioni.
    Ma ora, dopo che l’ultimo israeliano è tornato a casa, il disimpegno ha cessato di essere un evento israeliano. Ora, dopo la chiusura del cancello del valico di Kissufim, il disimpegno è diventato un evento palestinese. Il punto esclamativo messo da Ariel Sharon sui cancelli di Gaza è diventato un punto interrogativo palestinese senza precedenti. Il ritiro israeliano ha sgomberato un’arena in cui sta per andare in scena un fatidico dramma palestinese.
    I palestinesi cercano di mettere in ombra questo fatto decisivo. Cercano di comportarsi come se non fosse successo nulla. Continuano a usare la vecchia retorica anacronistica, diventata così noiosamente familiare. Continuano a sostenere che il ritiro israeliano è incompleto e insufficiente. Continuano a dichiarare che la lotta proseguirà fino alla liberazione di ogni centimetro di Palestina. Peggio, dando alle fiamme le sinagoghe (abbandonate nella striscia di Gaza) e dando l’assalto alla Philadelphi Route (che segna il confine fra striscia di Gaza ed Egitto) indicano che non intendono comportarsi come uno stato responsabile.
    Rifiutandosi di fare i conti con la loro minoranza estremista, dichiarano di non avere responsabilità sulle spalle. Dal loro punto di vista, ciò che era è ciò che continuerà ad essere: diplomazia e terrorismo, negoziati e violenza, un’autorità pragmatica e un’autorità di Hamas. La stessa figura a due teste e a due facce che hanno impersonato fino al disimpegno continuerà anche dopo il disimpegno. Come se il disimpegno non fosse mai avvenuto. Come se il disimpegno non costituisse una pietra miliare nella storia palestinese.
    Questo oscuramento palestinese crea la necessità di chiarire la questione. Mai prima d’ora i palestinesi hanno governato su un pezzo di questa terra. Mai prima d’ora i palestinesi hanno vissuto diversamente che sotto un’occupazione. Così ora, in seguito al completamento del disimpegno, essi hanno conseguito qualcosa che non avevano mai avuto prima: dopo centinaia di anni di sottomissione ai governi stranieri dei turchi e degli inglesi, degli egiziani, dei giordani e degli israeliani, circa un milione e mezzo di palestinesi hanno finalmente conseguito l’autogoverno. Dopo centinaia di anni di soggezione, circa un milione e mezzo di palestinesi vivono ora, per la prima volta nella storia, senza posti di blocco, senza prigioni straniere, senza insediamenti e senza un governo d’occupazione. Paradossalmente, è stato Sharon che ha dato a così tanti palestinesi ciò che Haj Amin al-Husseini, Gamal Abdel Nasser e Yasser Arafat non avevano dato loro: la libertà.
    Dunque questi giorni di settembre 2005 costituiscono momenti fondanti nella storia del popolo palestinese. Certo, la striscia di Gaza è stretta e amara. Certo, il territorio sgomberato nella Cisgiordania nord-occidentale non è contiguo. Ma, una volta completato il disimpegno, una significativa porzione del territorio palestinese in Cisgiordania e Gaza è ora privo di presenza israeliana. Una volta completato il disimpegno, una significativa porzione della popolazione palestinese vive ora senza le paure dell’occupazione israeliana. L’orizzonte è spalancato. Circa un milione e mezzo di palestinesi sono liberi di costruire un futuro per se stessi: di riabilitare la società palestinese, di edificare l’economia palestinese, di istituire gradualmente un libero stato palestinese.
    Nessuno chiede ai palestinesi di rinunciare alla loro rivendicazione di liberare tutta la Cisgiordania. Nessuno si aspetta che rinuncino alla loro rivendicazione di piena sovranità e di fine completa dell’occupazione. Ma, proprio se vogliono progredire verso ulteriori ritiri israeliani, i palestinesi devono rapidamente cambiare spartito. Devono cambiare ethos. Passare dalle lamentele all’azione costruttiva. Dalla recriminazione alla costruzione. Devono mettersi alle spalle il loro atteggiamento da eterne vittime e iniziare ad agire come un soggetto politico maturo.
    La libertà comporta responsabilità, anche quando è solo parziale. Ora, nel momento in cui hanno ricevuto una libertà che non hanno mai conosciuto prima, i palestinesi hanno anche delle responsabilità che finora non hanno mai avuto. I loro rapporti con Israele stanno cambiando. Non è più solo un rapporto fra occupante e occupato. Ecco perché i riflettori della storia sono puntati adesso su quei palestinesi che hanno iniziato ad avere nelle loro mani il proprio destino. Ecco perché tutti gli occhi sono ora puntati su “Gaza liberata”. Giacché ora la questione decisiva è quale sarà la scelta dei palestinesi. Se sceglieranno la vita, il diritto e il buon vicinato, non vi saranno limiti. Se sceglieranno la morte, il caos e il vittimismo, la strada per l’abisso sarà brevissima. Ma in ogni caso, i palestinesi non potranno dare la colpa a qualcun altro. La scelta è nelle loro mani. Dopo il disimpegno, sono i palestinesi che portano la principale responsabilità per il loro stesso destino, il loro futuro e le loro azioni.

    (Da: Ha’aretz, 15.09.05)
    "


    Shalom

  2. #2
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    " Esponente Hamas: “Potremmo emendare la nostra Carta”

    Hamas potrebbe un giorno emendare la propria Carta fondamentale, che invoca la distruzione di Israele, e avviare negoziati con lo stato ebraico. Lo ha affermato mercoledì un esponente del gruppo jihadista palestinese in Cisgiordania.
    “La Carta non è il Corano – ha detto Mohammed Ghazal intervistato dalla Reuters nel suo ufficio presso l’università an-Najah di Nablus – Storicamente noi riteniamo che tutta la Palestina appartenga ai palestinesi, ma adesso stiamo parlando della realtà, di soluzioni politiche… E la realtà è differente”.
    L’affermazione di Mohammed Ghazal, che non conosce precedenti in Hamas, sembra contraddire dichiarazioni anche recentissime di più autorevoli esponenti di Hamas a Gaza, che ribadivano l’obiettivo di Hamas: cancellare Israele e creare al suo posto uno stato esclusivamente arabo-islamico.
    La posizione di Ghazal rifletterebbe un apparente spostamento di Hamas verso posizioni più “moderate” nel panorama palestinese, all’indomani del ritiro israeliano, e un tentativo di guadagnare migliore accoglienza in campo internazionale in vista delle elezioni parlamentari palestinesi. Ghazal ha comunque aggiunto che è ancora troppo presto per parlare di riconoscimento di Israele “mentre Israele non riconosce me come la vittima”. Secondo Ghazal, eventuali colloqui con Israele sarebbero in ogni caso condizionati al ritiro di Israele da Cisgiordania e Gerusalemme est, e al riconoscimento del cosiddetto “diritto al ritorno” (dei profughi palestinesi e di tutti i loro discendenti all’interno di Israele).
    Dopo essere stata seriamente indebolita dalle operazioni anti-terrorismo israeliane degli ultimi anni, dal febbraio scorso Hamas – una delle organizzazioni maggiormente responsabili dell’ondata di stragi terroristiche che ha colpito Israele a partire dalla fine del 2000 – ha accettato di prendere in considerazione un “periodo di calma”, e ha annunciato l’intenzione di partecipare alle elezioni per il Consiglio Legislativo dell’Autorità Palestinese del prossimo gennaio, pur ribadendo più volte che non intende per questo cedere le armi né rinunciare a quella che chiama la “lotta armata”.
    Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) si trova in queste settimane sotto forti pressioni da parte non solo di Israele, ma anche del Quartetto di mediatori (Usa, Ue, Russia e Onu) perché proceda al disarmo delle bande armate palestinesi, uno dei primi passi previsti dalla Road Map per il rilancio del processo di pace.

    Si apprende nel frattempo che, in un sermone pronunciato venerdì 16 settembre durante celebrazioni negli ex insediamenti israeliani nella striscia di Gaza (diffuse lo stesso giorno dalla tv Al-Jazeera), lo sceicco di Hamas Nazzar Rayan ha dichiarato: “Possiamo liberare la Palestina, tutta la Palestina dal Mediterraneo al Giordano”.
    “La sconfitta del nemico a Gaza – ha detto il predicatore – non significa che questa fase sia terminata. Ci sono ancora la pura Gerusalemme e la Cisgiordania. Non avremo tregua finché non avremo liberato tutta la nostra terra, tutta la nostra Palestina. Noi non facciamo distinzione fra ciò che venne occupato negli anni ’40 [leggi: Israele] e ciò che fu occupato negli anni ’60. La nostra jihad continua, la strada davanti a noi è ancora lunga. Continueremo fino a quando l’ultimo usurpatore non sarà stato cacciato dalla nostra terra.
    “Siamo qui, sulla nostra terra liberata – ha dichiarato nella stessa circostanza il portavoce di Hamas Mushir Al-Masri – vicini alle linee d’armistizio [del ‘49], e ricordiamo quando Sharon disse che Netzarim è come Tel Aviv. Hamas, con le parole del leone di Palestina [Rantisi], disse che Gaza è come Tel Aviv. La promessa che è stata mantenuta e che sarà mantenuta in futuro, oh Sharon, è la promessa di Allah, e la promessa di Hamas. Guardate, ad Allah piacendo la Palestina viene liberata. Siamo venuti qui in massa per proclamare che Hirbiya e Ashkelon [in Israele] verranno prese dai mujahideen. Siamo venuti qui per dire che le armi della resistenza che voi vedete, qui resteranno, ad Allah piacendo, cosicché potremo liberare la Palestina, tutta la Palestina, dal mare [Mediterraneo] al fiume [Giordano], che loro lo vogliano o meno”.
    Le celebrazioni si sono concluse con lo speaker che proclamava negli altoparlanti: “Con la benedizione di Allah, la nostra terra sarà liberata e noi marceremo su Tel Aviv, su Haifa, su Giaffa”.

    (Da: YnetNews, Memri, 22.09.05)
    "

    Shalom

  3. #3
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    " 26-09-2005
    Le responsabilità (dopo il ritiro)

    Da un editoriale di Ha'aretz

    L’esplosione che ha ucciso diciassette palestinesi e ne ha feriti circa 140, venerdì scorso, durante una parata di Hamas nel campo di Jabalya (striscia di Gaza) si è immediatamente trasformata in un test per l’Autorità Palestinese e per l’accordo non scritto fra essa e Israele sul mantenimento della calma ai confini. Sfortunatamente, la calma ai confini non è stata affatto mantenuta. Hamas ha sfruttato l’esplosione, nella quale Israele non aveva alcuna responsabilità, per lanciare raffiche di decine di missili Qassam verso la città israeliana di Sderor. Le raffiche di Qassam hanno dimostrato quanto la calma nella striscia di Gaza dipenda dalla volontà di Hamas, e quanto difficile sia per il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) contenere quell’organizzazione.
    Gli abitati di Sderot, come tutti gli abitanti d’Israele e della striscia di Gaza, sono anche ostaggi di lotte politiche interne. Il lancio di Qassam influenzerà sicuramente la posizione di Hamas nella battaglia politica all’interno dell’Autorità Palestinese. Ed è assai probabile che si ripercuota anche sui lavori del comitato centrale del Likud. L’ex ministro delle finanze Benjamin Netanyahu porterà i Qassam a sostegno della tesi per cui il ritiro dalla striscia di Gaza è stato un errore, mentre il primo ministro israeliano Ariel Sharon sosterrà che la successiva uccisione da parte delle forze aeree israeliane di alcuni capi terroristi dimostra che Israele ha gli strumenti per reagire indipendentemente dal fatto che le Forze di Difesa israeliane controllino direttamente la striscia di Gaza, e che la presenza di civili israeliani a Gush Katif non serviva ad accrescere la sicurezza di Sderot.
    Stando alle apparenze, i Qassam non hanno mutato significativamente la situazione della sicurezza che domina nella zona sin da prima del disimpegno. Gli attacchi dall’aria sul Negev occidentale israeliano in realtà non sono mai cessati. Gli israeliani della regione si sentono vulnerabili e aspettano le misure di difesa promesse.
    Il vero cambiamento è che il ritiro delle Forze di Difesa israeliane è stato completato e la responsabilità per la sicurezza è ufficialmente passata all’Autorità Palestinese. A differenza del passato, quando le Forze di Difesa israeliane erano responsabili della prevenzione di attacchi missilistici e di qualunque reazione ad essi, ora sono i palestinesi che devono calcolare costi e vantaggi. La responsabilità che ha Israele è quella di non accettare attacchi sui propri centri abitati. Ora che il ritiro di Israele è stato completato e che i valichi di confine sono diventati di fatto dei valichi internazionali, Israele deve trattare gli attacchi lanciati dal territorio dell’Autorità Palestinese come attacchi provenienti da un qualunque altro paese confinante, che diventa un paese nemico nel momento in cui avvengono attacchi di questo tipo. Non possiamo accettare scuse sulla mancanza di controllo da parte di coloro che hanno preteso e accettato il controllo su tutta la striscia di Gaza…

    (Da: Ha’artez, 25.09.05)
    "

    Shalom

 

 

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