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    Diavoletto
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    Predefinito CASA DEL VENTO - Notte di San Severo


    L'estate del '44
    Fu la più calda di tutto il secolo
    Perché vent'anni di fame e miseria
    Per le visioni in camicia nera
    Che ci portarono in mezzo a una guerra
    A cui ribellarsi era cosa seria
    E la montagna fu madre
    Dei combattenti bambini.

    Silvestro era un uomo grande
    Che conosceva espedienti a memoria
    Come un albero ed il suo nome
    Non si piegava alle intemperie
    E così alle dittature
    E alla propaganda esaltata
    Che assicurava grandezza
    Dove grandezza non c'era.

    Ma i tedeschi che sparavano
    E gridando distruggevano
    E le donne che imploravano
    I bambini che piangevano
    E le case che bruciavano
    Ed i fuochi divampavano
    E le donne che imploravano
    I bambini che piangevano.

    Noi, saremo soli
    A portare la croce e la storia
    Noi, saremo soli
    Contro uomini senza memoria.

    Quella notte a San Severo
    Si aspettava una rappresaglia
    Silvestro impaurito
    Non stette a pensare
    Con sua moglie e i suoi otto figli
    Lasciò il paese e la casa
    Per passare la notte
    Nella boscaglia.

    La notte passò in fretta
    Tra il freddo e qualche favola
    Ma sembrò la più bella di tutte
    Col suo cielo d'estate
    Non si sentì alcun rumore
    Dal paese lasciato
    Silvestro decise che sarebbe tornato.

    Ma i tedeschi li aspettavano
    Ed i padri catturarono
    E le donne che imploravano
    I bambini che piangevano
    E nel bosco li portarono
    E poi dopo li bendarono
    E da bestie fucilarono
    Venti padri che morivano.

    Noi, saremo soli
    A portare la croce e la storia
    Noi, saremo soli
    Contro uomini senza memoria...



    La canzone de La Casa del Vento di "'900" racconta la storia di Silvestro, nonno paterno di Luca e Sauro Lanzi, trucidato dai nazisti assieme ad altri sedici padri di famiglia, la notte del 16 luglio 1944 a San Severo, una piccola frazione sulle colline attorno ad Arezzo.

    I primi di luglio, il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale di Arezzo, di concerto con le formazioni in collina, decide per l'occupazione della città da parte di un nucleo di partigiani, in attesa dell'imminente attacco alleato. Reparti partigiani cominciano a scendere da Catenaia alle propaggini di Poti, occupando posizioni sempre più avanzate e attirando inevitabilmente l'attenzione dei tedeschi. Sembra addirittura che il 12 luglio lo stesso Kesserling convochi una riunione con i comandi della zona ad Antria, sede della 304ma divisione di fanteria, per allestire una massiccia operazione antipartigiana.
    Il 14 i partigiani, direttisi verso la pianura per portare a termine la liberazione della città precedentemente concordata con gli inglesi, rimangono scoperti a causa del ritardo degli alleati. Considerate le proprie condizioni di drammatica inferiorità, determinate dal logoramento degli uomini e dalla povertà delle munizioni, le formazioni decidono di sganciare, sfuggendo per tempo al rastrellamento messo in atto da due grosse colonne tedesche in ritirata. Nascoste le armi e abbandonati i 17 prigionieri tedeschi in una grotta, i partigiani si mimetizzano fra i civili nelle case di Pietramala e Molin dei Falchi.
    All'alba del 14 luglio i tedeschi muovono verso Pietramala e Molin dei Falchi con l'obiettivo di recuperare i commilitoni fatti prigionieri e di compiere un'operazione di controguerriglia. Costrette alla fuga le poche sentinelle disarmate e liberati i prigionieri, i tedeschi si danno alla ricerca dei partigiani, guidati da uno degli ufficiali detenuti, tale Hans Plumer, medico della prima compagnia di sanità del 171° reggimento di fanteria, particolarmente agguerrito nel sostenere un rastrellamento e una punizione totale delle persone incontrate nella zona, senza distinzione di età e di sesso: è proprio lui, nella testimonianza resa dal parroco Don Lazzeri agli inquirenti inglesi, ad indicare nei civili fatti prigionieri nei dintorni i partigiani responsabili della sua detenzione e a pretenderne la condanna a morte. I tedeschi appiccano il fuoco alle abitazioni incontrate nella loro marcia, uccidono e rastrellano. Liberandosi per la strada degli ostaggi in difficoltà (una donna incinta, sua madre, alcuni bambini e anziani), conducono poi il gruppo dei prigionieri - misto di partigiani e civili e sempre più infoltito dagli arresti compiuti nei diversi centri di Pietramala, Vezzano, Castellaccio, Molin dei Falchi - a Villa Mancini (altrimenti detta Villa Tigliosi).
    Fra i 30 detenuti rinchiusi nel garage di Villa Tigliosi sono compresi alcuni notissimi capi partigiani: Eugenio Calò, Mario Sbrilli, il maresciallo di Marina Lisi, che avendo comandato la guardia ai prigionieri viene riconosciuto, interrogato senza esito e selvaggiamente percosso, Ricapito e Mattioli. Dieci uomini sono selezionati e picchiati da due ex prigionieri con un frustino e un tubo di gomma. Le percosse sono estese a tutti i 48 uomini che, ormai moribondi, sono portati nel cortile, seppelliti in tre fosse, a strati, e fatti esplodere con la gelatina.
    Il disprezzo nei confronti delle vittime è dimostrato dalle modalità dell'esecuzione e dal successivo divieto di sepoltura. Quello stesso pomeriggio i tedeschi in ritirata abbandonano San Polo: soltanto il 17 luglio, dopo l'ingresso in paese degli inglesi, l'arcivescovo Don Angelo Lazzeri può riesumare e seppellire i corpi nel cimitero.
    Alla strage può essere accorpato l'episodio di San Severo, effettivamente compiuto nello stesso giorno dalle stesse truppe in ritirata, appartenenti alla 305 divisione di fanteria. Il paese, dopo la rappresaglia di Staggiano era stato abbandonato dalla maggioranza degli uomini, timorosi delle ripercussioni della ritirata. Il mattino del 14, una quindicina di tedeschi provenienti da Peneto entrano in paese, radunano gli uomini presenti e, attraversato un boschetto di rovi, li portano presso un poggio, distante circa 500 m dall'abitato. Esaminati i documenti degli uomini, decidono di rilasciarne tre: accostati i restanti 16 ad un masso, li fucilano.

    Partecipano all'operazione il 274° reggimento corazzato della 94a Divisione di fanteria, comandato dal ten. Ewert e assegnato temporaneamente alla 305a divisione di fanteria, e un reparto della 304ma divisione di fanteria, guidato dal generale Hauck.
    Gli ufficiali ricercati dalla giustizia britannica erano il generale Hauck, il tenente Wolf Ewert e l'ufficiale medico Hans Plümer. Ma la mancata Norimberga italiana finì per seppellire l'intero procedimento. Il caso fu riaperto nel 1972 dalla procura tedesca di Gießen, ma archiviato appena un anno dopo con un nulla di fatto.
    In Italia, il procedimento fu archiviato dal procuratore militare Santacroce nel 1960 e il suo fascicolo finì rinchiuso nell'ormai noto "armadio della vergogna". Trasferita presso la Procura militare di La Spezia nell'aprile 1995, l'indagine è stata prima chiusa con decreto del 22 dicembre 2000, a causa della morte del principale indiziato, il tenente Ewert, avvenuta nel marzo 1994, poi recentemente riaperta dall'attuale procuratore Marco De Paolis.

    Le vittime di San Severo
    BALDINI DELFINO, 22 anni
    BICHI DINO, 17 anni
    BISTONI NEO, 36 anni
    BULANGERI BALILLA, 54 anni
    DOMINI SANTI, 35 anni
    FABBRINI GIOVANNI, 67 anni
    FRAGAI ERNESTO, 31 anni
    GHEZZI RADAMES, 21 anni
    LANZI SILVESTRO, 48 anni
    LIVI ATTILIO, 20 anni
    PAPAVERI GINO, 28 anni
    SACCHINI ALFREDO, 42 anni
    SCATRAGLI ANTONIO, 35 anni
    SEVERI ANGIOLO, 43 anni
    SEVERI GIUSEPPE, 42 anni
    SEVERI SEVERO, 33 anni
    Î Viva la vida muera la Muerte !

  2. #2
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    Predefinito

    fra l'altro, 900 è un gran bel disco, molto superiore alle ultime produzione dei ramblers

    Paolo

 

 

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