da "liberazione" del 24/09/2005
Scalate di Agnelli, scalate di Ricucci
di Giorgio Cremaschi
Va dato atto al "Sole 24 ore" di essere stato solerte e tempestivo nel criticare l'operazione finanziaria con cui la famiglia Agnelli è salita al 30% del capitale della Fiat. E' sicuramente una novità che il giornale della Confindustria critichi la Fiat, tuttavia essa non infrange il silenzio assordante che complessivamente ha avvolto l'operazione.
Ma cosa ha fatto in concreto la famiglia Agnelli? Si è ricomprata le azioni del gruppo automobilistico attraverso l'accordo fra una propria società e una banca d'affari. Queste hanno cominciato ad acquistare i titoli del gruppo già sin dalla scorsa primavera, quando un'azione Fiat valeva solo quattro euro. Per alcuni mesi hanno potuto godere del totale silenzio dei mass media e agire quindi in una zona d'ombra perfetta. Così hanno acquistato titoli e hanno fatto progressivamente risalire il valore delle azioni fino oltre sette euro. Alla fine dell'operazione i titoli acquistati sono stati riversati all'Ifil (la finanziaria di famiglia) per un prezzo comunque inferiore a quello attuale di mercato. In questo modo ci sono plusvalenze per tutti. Per tutti, tranne che per le banche che oggi convertono i propri crediti verso la Fiat in azioni, pagandole ad un prezzo politico di dieci euro l'una, quindi ben al di sopra del valore di mercato. Finanziamenti dalle banche, e iniziative spregiudicate sui propri titoli. Non si vede una sostanziale differenza tra ciò che è avvenuto alla Fiat e le operazioni tanto biasimate dei vari Ricucci oggi messi alla gogna. Come anni fa scrisse Alan Friedman, in un libro che fu presto posto all'indice perché denunciava un'analoga spregiudicata operazione della famiglia Agnelli sui propri titoli, ancora una volta si fa "tutto in famiglia".
Quando le azioni della Fiat hanno cominciato a salire c'è stato un vero e proprio depistaggio giornalistico. Si parlava di scalate, di accordi mondiali, si accreditava insomma la tesi che il gruppo torinese interessasse a mezzo mondo. Così gli investitori esterni, quelli che a volte sono definiti il "parco buoi", hanno comprato i titoli pensando di partecipare a chissà quale grande affare. Invece hanno semplicemente contribuito a valorizzare l'autoscalata che la Fiat dava a se stessa. Non piangiamo certo per le perdite di chi gioca in borsa. Sappiamo che a volte i titoli salgono quando le aziende chiudono le fabbriche e licenziano i lavoratori. Non ci commuovono quindi certi lamenti. Tuttavia quanto è avvenuto fa ancora una volta emergere il gigantesco conflitto di interessi che tocca tutta la grande informazione italiana. Certo in nessun paese democratico al mondo il presidente del Consiglio è il padrone della televisione. Ma è altrettanto vero che in nessun altro paese democratico la grande stampa è in mano alle grandi industrie.
A pensar male si fa peccato, ma ci si prende. Ed è difficile non fare pensieri maliziosi sul fatto che mentre i riflettori si puntavano sulle scalate dei Ricucci e degli Gnutti, sulle malefatte di Fazio, zitta zitta la Fiat si autoscalava.
Bisogna avere un bel potere mediatico per far bene queste cose e ancora una volta si è visto chi ce l'ha in Italia.
Sento ora l'obiezione: ma la Fiat specula per difendere l'occupazione, lo fa a fin di bene a differenza di altri. Siamo davvero commossi. E' difficile essere sicuri che così si salvi l'occupazione, che le operazioni finanziarie sulla proprietà servano a trovare soldi per investire sull'innovazione tecnologica e sui miglioramenti nell'organizzazione del lavoro. Certo ogni industriale oggi spiega che fa enormi sacrifici, che butta via i soldi nella produzione e nel lavoro, quando potrebbe guadagnarne molti di più con qualche operazione finanziaria. Questo è vero in parte, ma resta il fatto che gli industriali questi sacrifici sanno poi a chi accollarli.
Sarà una pura coincidenza, ma mentre la Confindustria, assumendo il ruolo di un potere dello Stato, licenziava il governatore della Banca d'Italia, il suo esecutivo varava un documento sulle regole contrattuali. Quel testo, ancora una volta presentato in maniera edulcorata o elogiativa dalla grande stampa è in realtà un'aggressione frontale al salario, ai contratti, ai diritti dei lavoratori. Compreso quello di scioperare quando le cose non vanno. Eppure questo documento intrinsecamente autoritario è stato presentato come un segno di flessibilità e apertura della nuova Confindustria riformista di Montezemolo. Né fa scandalo che questa stessa Confindustria, e la Fiat in primo luogo, guidino le posizioni più aggressive del padronato, quelle che negano ai metalmeccanici un dignitoso rinnovo contrattuale. Né sentiamo condanne sul fatto che la Fiat, dopo aver fatto tanti appelli alla collaborazione dei lavoratori, voglia brutalmente imporre a Melfi nuovi pesanti turni di lavoro.
Viene il dubbio che ci sia un rapporto tra la campagna moralizzatrice sul libero mercato che ha messo all'indice Fazio e gli speculatori e la ripresa in grande stile del ruolo e il ritorno in campo dei poteri forti di sempre. Autoscalate, attacco alla contrattazione e ai diritti sociali, dimissionamento del governatore: davvero al confronto i vari speculatori oggi all'indice sono dilettanti allo sbaraglio.
Finalmente la catastrofe e il ridicolo travolgono Berlusconi e il suo governo. Però deve essere chiaro che la nostra democrazia malata affonda le radici dei suoi mali in tempi ben precedenti a quelli del padrone di Mediaset. Per questo sarà bene, ora che si prepara il cambiamento, attrezzarci affinché esso non sia quello che dalla padella ci porta nella solita più antica brace.
P. S. Mentre scrivevamo queste note abbiamo appreso che l'imprenditore automobilistico Sergio Pininfarina è stato nominato senatore a vita per alti meriti sociali. Un'altra singolare coincidenza, un'altra conferma di chi conta davvero in Italia.


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