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Discussione: Un breve ritorno

  1. #1
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    Predefinito Un breve ritorno

    Ave Etno-amici. Di fronte al sempre più dilagante e ultranocivo islam, credo bene di lasciare questo breve messaggio :

    "Popoli di tutta l'Europa ariana, mettiamo da parte incomprensioni ed odi reciproci. Fronte unito contro il comune nemico ed i loro "derivati". Dopo l'islam non ci sarà più un'altra Europa, non ci sarà più un altro Cristianesimo. Ancora siamo in tempo"!
    Le Legioni da sole non bastano, ci vogliono anche questi.

    AVE

    Un saluto particolare a Totila

  2. #2
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    Predefinito

    Ciao ci sei mancato.sei meglio tu di tanti pseudopadanisti.


    Bene, ma mi raccomando ricordati che dall'altra parte dell'oceano c'è chi tira i fili dell'invasione.

    Vai a questo link :
    http://www.ilcinghialecorazzato.org/...ms=,bush,laden

    Saludi dal teuta ad vertecomores.

    Teuta = popolo in celtico


  3. #3
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    Predefinito

    http://www.ilcinghialecorazzato.org/...ms=,bush,laden

    AL QAEDA SBARCA IN EUROPA GRAZIE AGLI USA.


  4. #4
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    Predefinito

    .“Alea iacta est” (il dado è tratto) è una reminiscenza
    scolastica che noi tutti ci
    portiamo appresso dalla fanciullezza, così
    come ricordiamo che a proferirla fu Giulio Cesare,
    prima di guadare il Rubicone che allora (49
    a.C.) era un fiume, mentre oggi è ridotto a un rigagnolo.
    Esso costituiva il confine fra l’Italia vera
    e propria e la grande Gallia.
    Giunto sulle rive del Rubicone Cesare dovette
    prendere una drammatica decisione: se avesse
    varcato il confine dell’Italia romana con le sue
    truppe, sarebbe stata la guerra civile di Romani
    contro Romani; ma egli si trovava con le spalle al
    muro e scelse la rivolta contro il Senato e contro
    Pompeo, erettosi a difensore della Repubblica Romana,
    con una decisione gravida di tragiche conseguenze.
    Cesare radunò gli uomini della tredicesima legione
    e fece loro un discorso, chiamandoli non
    milites, ma commilitones (camerati); questi erano
    dei veterani, veri professionisti della guerra,
    che Cesare aveva guidato attraverso molte battaglie,
    quasi tutte vittoriose.
    Ma c’era qualcosa in più: “Erano quasi tutti
    Galli del Piemonte e della Lombardia: gente a cui
    Cesare aveva dato la cittadinanza che il Senato si
    ostinava a disconoscere.” (1) Questo spiega la ragione
    per la quale essi risposero “si” all’unanimità,
    quando Cesare chiese loro se si sentivano di
    affrontare Roma in una mortale tenzone, nella
    quale non ci sarebbe stata alcuna pietà per i vinti,
    divenuti “traditori della patria”.

    Aggiungiamo a tutto ciò una nostra considerazione:
    a metà del secolo prima della nascita di
    Cristo, il ricordo della secolare lotta combattuta
    contro Roma per conservare la propria libertà e
    autonomia dal giogo romano, doveva essere ancora
    ben presente tra gli insubri della Lombardia
    e soprattutto tra i Celti ed i Celto-Liguri del Piemonte,
    che avevano continuato a condurre la
    guerriglia in tutto il territorio ligure e piemontese
    fino al 70 a.C. e tra i Salassi della Val d’Aosta
    che combatterono addirittura sino all’inizio del I
    secolo d.C.!
    Ecco perché i seimila legionari Galli accettarono
    di marciare contro i sessantamila uomini che
    costituivano l’esercito di Pompeo. Questo episodio
    serve a introdurre alla comprensione di un fenomeno
    etno-storico occultato con ostinazione
    dalla cultura ufficiale italiana: quello della comune
    origine delle popolazioni del Nord-Italia.
    La Gallia Cisalpina, riconosciuta come entità
    distinta dall’Italia propriamente detta anche dagli
    occupanti romani, ma volutamente ignorata, dimenticata
    o negata dai risorgimentalisti, dai nazional-
    liberali dell’Italia unificata, dai Fascisti
    sciovinisti e dagli attuali “democratici” (“anti-fascisti”
    a parole, ma nei fatti e nelle leggi, legati ai
    loro predecessori), comprendeva la Liguria, il
    Piemonte, la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Veneto
    e l’Istria: gli abitatori di queste regioni erano
    chiamati Galli anche se si riconoscevano in Liguri,
    Leponzi, Insubri, Cenomani, Veneti, Boi, Senoni,
    ecc. Il sostrato culturale celtico era allora e
    rimane tuttora il cemento unificante di tutte le
    popolazioni della Padania.
    Le prove attestanti questa realtà sono date dalla
    persistenza di un grandissimo numero di toponimi
    e di termini celtici nelle varie parlate padane
    che i glottologi definiscono “gallo-italiche”, nonché
    dalle tradizioni comuni pervenuteci fino ai
    primi del XX secolo e da una comune mentalità e
    visione del mondo dei popoli padano-alpini.
    Incominciamo dai Liguri che la storiografia ufficiale
    del periodo fascista e dell’attuale che ne è
    l’erede, ha stabilito “debbano” appartenere a una
    ipotetica razza iberica preariana. Ma già nel 1882
    il prof. Arturo Galanti, piemontese, al quale la R.
    Accademia dei Lincei ha conferito un premio,
    scriveva: “Peraltro parecchi etnologi moderni derivano
    i Liguri non già dagli Iberi, come per un
    pezzo si è creduto, ma dai Celti preistorici.”
    Le ricerche storiche più recenti condotte dal
    prof. Nino Lamboglia hanno ricondotto senza
    equivoci i Liguri nell’ambito indoeuropeo, ricol
    legandoli agli Ambroni o Ambro-Liguri, sin dalla
    prima età del ferro; anche il prof. Renato del Ponte
    rivendica l’appartenenza dei Liguri alla tradizione
    ariana più antica: quella del culto solare, e
    dell’adorazione di simboli nordici per eccellenza,
    quali l’ascia, il cigno, la croce radiata.
    La prova archeologica ce la forniscono le numerose
    statue-stele-menhir della Lunigiana, che
    vanno considerate i più antichi e tipici monumenti
    religiosi indoeuropei, esprimenti la classica
    concezione tripartita della società ariana con
    la connessione celeste, umana e tellurica di questi
    idoli antropomorfi, infissi nel terreno in posizione
    eretta.
    I Liguri dell’antichità travalicano l’ambito regionale
    attuale, costituendo significative presenze
    in tutto il Piemonte e nelle zone montuose della
    Lombardia, del Trentino-Sud Tirolo e del Veneto:
    noi crediamo che anche i primi abitatori di quest’ultima
    regione, gli Euganei, appartenessero al
    ceppo ambro-ligure, così come altre tribù della
    Rezia e del Norico. .
    per il criticon
    Il suffisso in “aun” che caratterizza popolazioni
    e toponimi liguri, è riconosciuto dalla maggioranza
    degli studiosi internazionali come tipicamente
    celtico; lo si ritrova negli Ingauni della Liguria
    (Album Ingaunum=Albenga), nei Sengauni
    della Lunigiana e Versilia, negli Anauni e Genauni
    del Trentino, che si ricollegano ai Caenauni
    della Valle dell’Inn, come agli Alauni della Gallia;
    Cassivelauno era un condottiero gallico, avversario
    di Cesare.
    Il Piemonte era contiguo alla Grande Gallia e
    non desta meraviglia che le popolazioni che lo
    abitavano appartenessero allo stesso tipo umano
    predominante al di là delle Alpi. Nomineremo per
    primi i Leponzi, protocelti dell’Ossola (Oscela Lepontiorum),
    poi le tribù celto-liguri più importanti:
    i Taurini o Taurinensi, gli Ictimuli o Vittimuli
    del Biellese, i gloriosi Salii o Salassi del Canavese
    e della Valle d’Aosta, gli Statielli dell’Alessandrino,
    i Marici del Ticino, i Caburiati o Eburiati
    dell’Astigiano, i Bagienni e gli Epanteri del
    Cuneese, i Vocontii, i Laevi, i Lai, la tribù Pollia e
    altre minori. Fra i Celti storici: gli Insubri, gli
    Anamari, i Libui del Vercellese, i Vertamocori del
    Novarese, gli Allobroghi del Cuneese.
    Innumerevoli sono i toponimi di origine gallica,
    a cominciare dalla capitale, Torino, a Susa
    (Segusium), Ivrea (Eporedia), Alba, Chieri, Briga
    e tantissimi altri; numerosi sono quelli con la finale
    in “ago”, comuni alla Lombardia e alle Venezie:
    Bellinzago, Brissago, Bornago, Comignago,
    Cuzzago, Dulzago, Sozzago, Vacciago, Caltignaga.
    Né mancano quelli con finale in “asio” e
    “isio”, come Bricherasio, Carisio, Calchesio, Pertusio,
    ecc.; ed in “uno”, come Verduno e Linduno.
    La Lombardia era apparentata al Piemonte per
    la presenza antica, in gran parte del suo territorio,
    di popolazioni celto-liguri: ne sono rimaste
    tracce nei toponimi in “asco”: Garlasco, Linasco,
    Olgiasca, Olgelasca, la Val Capriasca; ad esse erano
    collegati i Leponzi che Léjeune ritiene dei Celto-
    Liguri, parlanti una varietà di gallo arcaico:
    erano stanziati nella zona dei laghi.
    Tra i Celti veri e propri, i primi ad arrivare furono
    gli Ambrones che ritroviamo in altre regioni e
    che pare abbiano contribuito alla celtizzazione
    dei Liguri preistorici: gli Ambro-Liguri. Ad essi
    seguiranno gli Insubri che già fra il VII ed il VI
    sec. colonizzarono il territorio milanese che chiamarono
    “Terra di mezzo” (Mid-Landa, ribattezzata
    poi dai Romani Mediolanum), arrivando sino a
    Cremona. I Boi fondano Lodi, mentre i Benacenses
    si stanziano sulla riva occidentale del Lago di
    Garda, da loro battezzato Benako. I Cenomani
    fondano Bergamo (Berg-hem=casa sul monte) e
    fanno di Brescia (Brixia) la loro capitale, passando
    poi nei territori veneti settentrionali da Verona
    (Verna), a Ceneda che perderà questa denominazione
    per diventare Vittorio Veneto. La tribù dei
    Segusini (dalla radice celtica “sego”=forza) dà il
    suo nome a Segusino, Susegana, Susin, che sono
    affratellati con Susa e la Val di Susa in Piemonte.
    Il nome del Cadore deriva da Cadubrium o Catubria
    (“bre”=monte), patria della tribù dei Catubriges
    o Cadubrini (=Cadorini). Tipicamente celtici
    sono i toponimi quali Alpago, Bolago, Conzago,
    Lorenzago, Madeago, Pirago, Tiago; da Mellum
    (colle) derivano Mel, Mello, Castel Mella, Castello
    di Zumelle ed il fiume Mella; da Ronc (campo)
    il M. Roncone, Roncoi, Roncan, Ronchene,
    Ronche. Belluno, il capoluogo, è un interessante
    toponimo composto da Behel o Beleno (dio della
    luce), oppure dall’aggettivo Bhel, belo (splendente)
    e da dunum (rocca, fortezza, castello).
    Né si deve credere che nel Veneto fosse celtizzata
    la sola fascia pedemontana, giacché nelle immediate
    vicinanze di Venezia vi sono toponimi
    squisitamente gallici come Treviso, Preganziol,
    Borbiago, Chirignago, Martellago, Oriago, Marano,
    Marocco (da mara, mare=palude, acquitrino).
    Stessa situazione nel Trentino, a cominciare
    dal capoluogo Trento: questa regione ha in comune
    con la Lombardia, il Veneto e il Friuli l’alta
    percentuale di toponimi celtici, di quelli tipici
    con la finale in “ago”, che nel Friuli diventa
    “acco” e nel Sud Tirolo “ach”, di quelli in “isio”,
    4 - Quaderni Padani Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997
    “esio” e “asio” di molti microtoponimi, il che sta
    a dimostrare la comune matrice etnica delle popolazioni
    locali.
    Nel Trentino-Sud Tirolo la folle politica di Mussolini
    tesa ad italianizzarne gli abitanti ha sortito
    l’effetto opposto, mentre solo il sostrato celtico,
    che è maggioritario anche fra i Sudtirolesi germanofoni,
    poteva essere la base per un’intesa culturale
    tra i due gruppi etnici. Bauzanum (Bolzano,
    dalla radice baut, bautio=recinto di rovi) ha il
    medesimo etimo delle Bolzano Novarese, Vicentina
    e Bellunese. Meran-Merano era la celtica Mairania
    o Merania; Brixen-Bressanone è la stessa
    Brixia dei Cenomani (Brescia); vicino a Bressanone
    c’è il toponimo Milland, Millan (anticamente
    Millanda), che riporta alla metropoli lombarda.
    Oggi dobbiamo riconoscere che non è possibile
    né auspicabile cercare di italianizzare i Sudtirolesi,
    mentre è possibile disvelare l’antica origine comune,
    cosa duramente avversata dai due nazionalismi
    che lassù si contrappongono. Sarà lunga,
    sarà difficile, ma resta l’unica strada percorribile.
    Anche l’Emilia-Romagna era fittamente celtizzata:
    i Boi cambiano il nome alla città di Felsina
    che diventa Bononia (terra dei Boi); i Lingoni si
    stanziano nella parte nord-orientale, mentre gli
    Anamares in quella nord-occidentale; nel Piacentino
    toponimi quali Breno, Caverzago, Roncaglia,
    Roncarolo, Ronco, Roncovero, Tavernago, Trebecco,
    Trevozzo e Velleia (alle pendici della Val di
    Chero) testimoniano la presenza di genti galliche.
    I Senoni occupano tutta la Romagna, eleggendo
    Rimini (Ariminum) a loro capitale, espandendosi
    poi nelle Marche e nell’Umbria. I Friniati erano
    dei Celto-Liguri che lasciarono il loro nome al
    Frignano; precocemente celtizzati pure gli Umbri
    Sarsinati della Valle del Savio, che avevano come
    capoluogo la città celto-romana di Sarsina.
    Da quanto sopra esposto, sia pure in modo succinto,
    risulta che in quella che fu la Gallia Cisalpina,
    il sostrato gallico costituisce il collante in
    grado di unificare le popolazioni della Valle Padana
    in una lega culturale e politica, omogenea per
    mentalità e tradizioni, in grado di autoamministrarsi
    economicamente e giuridicamente, senza
    alcun bisogno di ricorrere ai dettami di una Roma
    capitale ormai decomposta e levantinizzata,
    con la quale poco o nulla hanno in comune.
    Quanto alla persistenza di termini lessicali nei
    dialetti italici, dobbiamo rimandare agli studi
    specialistici dei glottologi; qui basterà dire che
    l’apporto di vocaboli celtici al latino è stato notevolissimo,
    così come lo è stato alle parlate della
    Padania, definite per questo “gallo-italiche”. Ora
    anche le lingue e i dialetti del Nord si stanno “inquinando”
    sotto l’incalzare della cultura e della
    lingua dominante; fortunatamente si è fatto in
    tempo a fissare su documenti scritti una mole
    notevole di voci galliche che sono molto simili alle
    corrispondenti bretoni e irlandesi di uguale significato.
    Oltre alla toponomastica e alla glottologia, la
    riscoperta della celticità della Padania dovrebbe
    passare attraverso le antiche tradizioni, la poesia,
    i miti e le leggende. Le tradizioni sono sopite: il
    ritmo frenetico della vita moderna le ha quasi
    cancellate; ma ne ritroviamo ancora un po’ dovunque
    sulle montagne di tutto l’arco delle Alpi.
    Delle due feste solstiziali sono rimasti solo i
    falò che si accendono ancora nel Veneto e nel
    Friuli il cinque di gennaio; ma si facevano ancora,
    non molto tempo fa, anche in Emilia-Romagna,
    in Lunigiana e in Val Camonica. Il solstizio
    d’estate pare essersi spento anche in queste contrade,
    dopo essere stato celebrato per millenni,
    non solo in Padania, ma anche in quasi tutta la
    penisola. Alcuni gruppi culturali stanno cercando
    di riattualizzarlo in qualche parte d’Italia, in occasione
    della festività cristiana di S. Giovanni
    Battista: a Bassiano, nel Lazio, sappiamo che esso
    rivive ad opera di un circolo culturale di Sinistra,
    che merita elogio... e degli imitatori anche nel
    prospero Nord.
    Ma è soprattutto la tradizione di democrazia, libertà,
    dignità e tolleranza delle antiche comunità
    indoeuropee e celtiche che dovrebbe venire riattualizzata
    soprattutto da coloro che ne sono i naturali
    eredi: gli autonomisti. Il Regionalismo,
    l’Autonomismo, il Federalismo, fenomeni che i
    media indicano sbrigativamente con il termine di
    “Leghismo”, sono nati come naturale reazione al
    virulento centralismo romano, con la sua componente
    essenziale di lenta, subdola sopraffazione
    delle specificità culturali locali, il fine ultimo essendo
    l’omologazione verso il basso di tutte le
    culture che convivevano nel nostro paese.
    L’Etnocentralismo è la specie di razzismo del
    tipo più subdolo e perfido, mirante alla creazione
    di una monoetnia che renda simili tutte le popolazioni
    della penisola, con particolare riguardo
    per i popoli della Padania, ancora considerati da
    Roma con sospetto e “bisognosi di civilizzazione
    indotta”. Se si osserva il modo con cui viene impostata
    la Pubblica Istruzione, con particolare attenzione
    alla nomina dei Provveditori agli Studi e
    alla scelta dei docenti, da essi operata, si ha una
    clamorosa conferma del nostro asserto.
    Riappropriarci del nostro territorio, reintrodur-
    re negli ordinamenti civili la partecipazione popolare
    alla gestione del bene comune, è compito
    degli autonomisti, in ogni campo della vita sociale.
    I Consigli di quartiere e i Consigli scolastici,
    sfuggiti per “distrazione”, pensiamo, alla gerarchia
    partitocratica, avrebbero potuto rappresentare
    un primo passo verso questa riappropriazione;
    ma non appena ciò è apparso evidente e pericoloso
    per i partiti centralisti, essi sono stati svuotati
    di ogni potere effettivo, tanto da indurre le persone
    di buona volontà a disinteressarsene.
    È per prima cosa fondamentale reintrodurre il
    criterio della partecipazione e della libera scelta
    nella gestione dei movimenti autonomisti e federalisti,
    ritornando a quella forma di democrazia
    diretta che caratterizzava le antiche comunità
    della Gallia Cisalpina. Questi parlamenti popolari
    sono giunti fino all’epoca moderna con le “Vicinie”,
    assemblee delle contrade che si riunivano
    presso le chiese, attorno ad un albero (quercia o
    tiglio): lì i capifamiglia prendevano democraticamente
    qualsiasi decisione che coinvolgesse la vita
    della società; ad esse erano ammessi solo gli “originari”
    (residenti in loco da svariate generazioni),
    mentre ne venivano esclusi gli stranieri che pur
    avevano diritto all’ospitalità da parte della Comunità.
    “U. teuta” (“in nome del popolo”) sono due parole
    che si trovano in diverse iscrizioni venetiche
    apposte su opere pubbliche eseguite a seguito del
    voto delle assemblee popolari. È a questi sistemi
    di arcaica democrazia che bisogna tornare per far
    rilevare la nostra differenza dai sistemi verticistici
    assolutisti e totalitari che sono estranei alla nostra
    mentalità, di fronte ai quali dobbiamo stare
    in una posizione di scontro decisivo, privo di patteggiamenti
    e compromessi.
    Per quanto riguarda la cultura, la storia, i miti
    e le leggende, qualcosa è rimasto e non resta che
    andare e riscoprirlo.
    Sarebbe un errore scindere il discorso culturale
    da quello politico, se si vuole che l’ideologia autonomista
    e federalista resista nel tempo e risulti,
    alla fine, vincente.
    Ricordiamo il piemontese Costantino Nigra
    che, oltre che diplomatico, fu poeta e filologo, e
    studioso di tradizioni popolari e di folklore. Nei
    suoi Canti popolari del Piemonte (1888), sostiene
    l’importanza del sostrato celtico nella genesi della
    poesia di tutta l’area cisalpina, soprattutto piemontese,
    che secondo questo autore è espressione
    spontanea della razza che la crea e che la canta.
    La poesia epico-narrativa sarebbe secondo il
    Nigra, un fatto puramente etnico ancestrale, legato
    all’immaginoso temperamento dei Galli, soliti
    a convertire la storia in leggenda. Egli sosteneva
    inoltre che le canzoni epico-liriche hanno
    avuto il Piemonte quale centro di irradiazione
    verso l’Italia superiore che si distinguerebbe nettamente
    da quella inferiore, appartenente a una
    diversa cultura. Politicamente allineato alle tesi
    di Carlo Cattaneo, commentando lo stato delle
    province meridionali dopo l’annessione del Regno
    delle due Sicilie, così si esprimeva: “Una amministrazione
    corrottissima da capo a fondo, una
    magistratura inetta e rassegnata.” Un quadro al
    quale oggi non si può togliere nulla, ma aggiungere
    molto.
    Tra gli autori contemporanei da considerare gli
    alfieri della concezione politica “nordica”, anche
    quando prendono le distanze dalle Leghe, ricorderemo
    Giorgio Bocca (autore di un prezioso manuale
    sulla Disunità d’Italia), Gianni Brera (storico
    anticonformista, oltre che giornalista sportivo),
    Massimo Fini e qualche altro; Italo Calvino,
    Tommaso Landolfi, Dino Buzzati e Carlo Sgorlon
    sono i cantori più conosciuti del mondo fantastico
    delle genti galliche, delle quali noi, che ne siamo
    i discendenti, abbiamo ereditato pregi e difetti.
    Non sarà inutile ricordare che i Galli erano certo
    dei coraggiosi combattenti, ma oltremodo rissosi
    e presuntuosi; e che per queste ragioni furono
    impossibili delle solide alleanze fra le diverse
    nazioni che i rispettivi capi trascinarono singolarmente
    alla guerra contro le forti legioni romane:
    il risultato fu la sconfitta e il genocidio.
    È sin troppo facile riconoscere come questa
    presunzione e rissosità siano state tramandate ai
    discendenti e doloroso è riconoscere tutti i litigi,
    degenerati in rovinose scissioni fra autonomisti.
    I personalismi e la presunzione dovrebbero essere
    messi a tacere in vista dello scopo finale comune
    a tutti: l’ottenimento di una maggiore libertà
    e democrazia, della dignità, per le nostre
    genti.
    Quando i Galli cisalpini furono vinti e sottomessi
    dalla Roma repubblicana, questa almeno
    portò, in cambio della perduta libertà, degli ordinamenti
    civili ed un indubbio progresso materiale;
    la Roma attuale ha invece portato agli uomini
    del Settentrione soltanto una catena di vizi che
    potrebbero finire per attecchire anche al Nord:
    dal clientelismo al parassitismo, dalla corruzione
    alla criminalità organizzata.
    Per tutto questo, più di allora, vale la pena di
    combattere democraticamente

    Quaderni Padani
    Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997

    WALTO HARI-GUALTIERO CìOLA

  5. #5
    Totila
    Ospite

    Predefinito Re: Un breve ritorno

    Originally posted by Legionario
    Ave Etno-amici. Di fronte al sempre più dilagante e ultranocivo islam, credo bene di lasciare questo breve messaggio :

    "Popoli di tutta l'Europa ariana, mettiamo da parte incomprensioni ed odi reciproci. Fronte unito contro il comune nemico ed i loro "derivati". Dopo l'islam non ci sarà più un'altra Europa, non ci sarà più un altro Cristianesimo. Ancora siamo in tempo"!
    Le Legioni da sole non bastano, ci vogliono anche questi.

    AVE

    Un saluto particolare a Totila
    Grazie Legionario. Un saluto anche a te.
    Quel carro mi fa venire in mente pensieri cattivi e poco caritatevoli...

  6. #6
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    Originally posted by Jenainsubrica
    Ciao ci sei mancato.sei meglio tu di tanti pseudopadanisti.


    Bene, ma mi raccomando ricordati che dall'altra parte dell'oceano c'è chi tira i fili dell'invasione.

    Vai a questo link :
    http://www.ilcinghialecorazzato.org/...ms=,bush,laden

    Saludi dal teuta ad vertecomores.

    Teuta = popolo in celtico
    Salve Insubrico e grazie per il tuo benvenuto
    Pardon, ma "Teuta" non è anche un termine dell'antico germanico che indicava una determinata popolazione della Germania ? E cioè i Teutoni.
    In seguito il termine sarebbe stato esteso a tutte le popolazioni germaniche, donde DEUTSCHland. In antico italiano era "Teodisco popolo", da cui (forse) il cognome Todisco.
    Finisco con ricordare il famoso ordine guerriero dei Cavalieri Teutonici. Magari vi fossero ancora loro, insieme alle Legioni, alle frontiere d'Europa !
    Cuntra invasionem DEFENDE Europam

    AVE

  7. #7
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    Originally posted by Jenainsubrica
    .“Alea iacta est” (il dado è tratto) è una reminiscenza
    scolastica che noi tutti ci
    portiamo appresso dalla fanciullezza, così
    come ricordiamo che a proferirla fu Giulio Cesare,
    prima di guadare il Rubicone che allora (49
    a.C.) era un fiume, mentre oggi è ridotto a un rigagnolo.
    Esso costituiva il confine fra l’Italia vera
    e propria e la grande Gallia.
    Giunto sulle rive del Rubicone Cesare dovette
    prendere una drammatica decisione: se avesse
    varcato il confine dell’Italia romana con le sue
    truppe, sarebbe stata la guerra civile di Romani
    contro Romani; ma egli si trovava con le spalle al
    muro e scelse la rivolta contro il Senato e contro
    Pompeo, erettosi a difensore della Repubblica Romana,
    con una decisione gravida di tragiche conseguenze.
    Cesare radunò gli uomini della tredicesima legione
    e fece loro un discorso, chiamandoli non
    milites, ma commilitones (camerati); questi erano
    dei veterani, veri professionisti della guerra,
    che Cesare aveva guidato attraverso molte battaglie,
    quasi tutte vittoriose.
    Ma c’era qualcosa in più: “Erano quasi tutti
    Galli del Piemonte e della Lombardia: gente a cui
    Cesare aveva dato la cittadinanza che il Senato si
    ostinava a disconoscere.” (1) Questo spiega la ragione
    per la quale essi risposero “si” all’unanimità,
    quando Cesare chiese loro se si sentivano di
    affrontare Roma in una mortale tenzone, nella
    quale non ci sarebbe stata alcuna pietà per i vinti,
    divenuti “traditori della patria”.

    Aggiungiamo a tutto ciò una nostra considerazione:
    a metà del secolo prima della nascita di
    Cristo, il ricordo della secolare lotta combattuta
    contro Roma per conservare la propria libertà e
    autonomia dal giogo romano, doveva essere ancora
    ben presente tra gli insubri della Lombardia
    e soprattutto tra i Celti ed i Celto-Liguri del Piemonte,
    che avevano continuato a condurre la
    guerriglia in tutto il territorio ligure e piemontese
    fino al 70 a.C. e tra i Salassi della Val d’Aosta
    che combatterono addirittura sino all’inizio del I
    secolo d.C.!
    Ecco perché i seimila legionari Galli accettarono
    di marciare contro i sessantamila uomini che
    costituivano l’esercito di Pompeo. Questo episodio
    serve a introdurre alla comprensione di un fenomeno
    etno-storico occultato con ostinazione
    dalla cultura ufficiale italiana: quello della comune
    origine delle popolazioni del Nord-Italia.
    La Gallia Cisalpina, riconosciuta come entità
    distinta dall’Italia propriamente detta anche dagli
    occupanti romani, ma volutamente ignorata, dimenticata
    o negata dai risorgimentalisti, dai nazional-
    liberali dell’Italia unificata, dai Fascisti
    sciovinisti e dagli attuali “democratici” (“anti-fascisti”
    a parole, ma nei fatti e nelle leggi, legati ai
    loro predecessori), comprendeva la Liguria, il
    Piemonte, la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Veneto
    e l’Istria: gli abitatori di queste regioni erano
    chiamati Galli anche se si riconoscevano in Liguri,
    Leponzi, Insubri, Cenomani, Veneti, Boi, Senoni,
    ecc. Il sostrato culturale celtico era allora e
    rimane tuttora il cemento unificante di tutte le
    popolazioni della Padania.
    Le prove attestanti questa realtà sono date dalla
    persistenza di un grandissimo numero di toponimi
    e di termini celtici nelle varie parlate padane
    che i glottologi definiscono “gallo-italiche”, nonché
    dalle tradizioni comuni pervenuteci fino ai
    primi del XX secolo e da una comune mentalità e
    visione del mondo dei popoli padano-alpini.
    Incominciamo dai Liguri che la storiografia ufficiale
    del periodo fascista e dell’attuale che ne è
    l’erede, ha stabilito “debbano” appartenere a una
    ipotetica razza iberica preariana. Ma già nel 1882
    il prof. Arturo Galanti, piemontese, al quale la R.
    Accademia dei Lincei ha conferito un premio,
    scriveva: “Peraltro parecchi etnologi moderni derivano
    i Liguri non già dagli Iberi, come per un
    pezzo si è creduto, ma dai Celti preistorici.”
    Le ricerche storiche più recenti condotte dal
    prof. Nino Lamboglia hanno ricondotto senza
    equivoci i Liguri nell’ambito indoeuropeo, ricol
    legandoli agli Ambroni o Ambro-Liguri, sin dalla
    prima età del ferro; anche il prof. Renato del Ponte
    rivendica l’appartenenza dei Liguri alla tradizione
    ariana più antica: quella del culto solare, e
    dell’adorazione di simboli nordici per eccellenza,
    quali l’ascia, il cigno, la croce radiata.
    La prova archeologica ce la forniscono le numerose
    statue-stele-menhir della Lunigiana, che
    vanno considerate i più antichi e tipici monumenti
    religiosi indoeuropei, esprimenti la classica
    concezione tripartita della società ariana con
    la connessione celeste, umana e tellurica di questi
    idoli antropomorfi, infissi nel terreno in posizione
    eretta.
    I Liguri dell’antichità travalicano l’ambito regionale
    attuale, costituendo significative presenze
    in tutto il Piemonte e nelle zone montuose della
    Lombardia, del Trentino-Sud Tirolo e del Veneto:
    noi crediamo che anche i primi abitatori di quest’ultima
    regione, gli Euganei, appartenessero al
    ceppo ambro-ligure, così come altre tribù della
    Rezia e del Norico. .
    per il criticon
    Il suffisso in “aun” che caratterizza popolazioni
    e toponimi liguri, è riconosciuto dalla maggioranza
    degli studiosi internazionali come tipicamente
    celtico; lo si ritrova negli Ingauni della Liguria
    (Album Ingaunum=Albenga), nei Sengauni
    della Lunigiana e Versilia, negli Anauni e Genauni
    del Trentino, che si ricollegano ai Caenauni
    della Valle dell’Inn, come agli Alauni della Gallia;
    Cassivelauno era un condottiero gallico, avversario
    di Cesare.
    Il Piemonte era contiguo alla Grande Gallia e
    non desta meraviglia che le popolazioni che lo
    abitavano appartenessero allo stesso tipo umano
    predominante al di là delle Alpi. Nomineremo per
    primi i Leponzi, protocelti dell’Ossola (Oscela Lepontiorum),
    poi le tribù celto-liguri più importanti:
    i Taurini o Taurinensi, gli Ictimuli o Vittimuli
    del Biellese, i gloriosi Salii o Salassi del Canavese
    e della Valle d’Aosta, gli Statielli dell’Alessandrino,
    i Marici del Ticino, i Caburiati o Eburiati
    dell’Astigiano, i Bagienni e gli Epanteri del
    Cuneese, i Vocontii, i Laevi, i Lai, la tribù Pollia e
    altre minori. Fra i Celti storici: gli Insubri, gli
    Anamari, i Libui del Vercellese, i Vertamocori del
    Novarese, gli Allobroghi del Cuneese.
    Innumerevoli sono i toponimi di origine gallica,
    a cominciare dalla capitale, Torino, a Susa
    (Segusium), Ivrea (Eporedia), Alba, Chieri, Briga
    e tantissimi altri; numerosi sono quelli con la finale
    in “ago”, comuni alla Lombardia e alle Venezie:
    Bellinzago, Brissago, Bornago, Comignago,
    Cuzzago, Dulzago, Sozzago, Vacciago, Caltignaga.
    Né mancano quelli con finale in “asio” e
    “isio”, come Bricherasio, Carisio, Calchesio, Pertusio,
    ecc.; ed in “uno”, come Verduno e Linduno.
    La Lombardia era apparentata al Piemonte per
    la presenza antica, in gran parte del suo territorio,
    di popolazioni celto-liguri: ne sono rimaste
    tracce nei toponimi in “asco”: Garlasco, Linasco,
    Olgiasca, Olgelasca, la Val Capriasca; ad esse erano
    collegati i Leponzi che Léjeune ritiene dei Celto-
    Liguri, parlanti una varietà di gallo arcaico:
    erano stanziati nella zona dei laghi.
    Tra i Celti veri e propri, i primi ad arrivare furono
    gli Ambrones che ritroviamo in altre regioni e
    che pare abbiano contribuito alla celtizzazione
    dei Liguri preistorici: gli Ambro-Liguri. Ad essi
    seguiranno gli Insubri che già fra il VII ed il VI
    sec. colonizzarono il territorio milanese che chiamarono
    “Terra di mezzo” (Mid-Landa, ribattezzata
    poi dai Romani Mediolanum), arrivando sino a
    Cremona. I Boi fondano Lodi, mentre i Benacenses
    si stanziano sulla riva occidentale del Lago di
    Garda, da loro battezzato Benako. I Cenomani
    fondano Bergamo (Berg-hem=casa sul monte) e
    fanno di Brescia (Brixia) la loro capitale, passando
    poi nei territori veneti settentrionali da Verona
    (Verna), a Ceneda che perderà questa denominazione
    per diventare Vittorio Veneto. La tribù dei
    Segusini (dalla radice celtica “sego”=forza) dà il
    suo nome a Segusino, Susegana, Susin, che sono
    affratellati con Susa e la Val di Susa in Piemonte.
    Il nome del Cadore deriva da Cadubrium o Catubria
    (“bre”=monte), patria della tribù dei Catubriges
    o Cadubrini (=Cadorini). Tipicamente celtici
    sono i toponimi quali Alpago, Bolago, Conzago,
    Lorenzago, Madeago, Pirago, Tiago; da Mellum
    (colle) derivano Mel, Mello, Castel Mella, Castello
    di Zumelle ed il fiume Mella; da Ronc (campo)
    il M. Roncone, Roncoi, Roncan, Ronchene,
    Ronche. Belluno, il capoluogo, è un interessante
    toponimo composto da Behel o Beleno (dio della
    luce), oppure dall’aggettivo Bhel, belo (splendente)
    e da dunum (rocca, fortezza, castello).
    Né si deve credere che nel Veneto fosse celtizzata
    la sola fascia pedemontana, giacché nelle immediate
    vicinanze di Venezia vi sono toponimi
    squisitamente gallici come Treviso, Preganziol,
    Borbiago, Chirignago, Martellago, Oriago, Marano,
    Marocco (da mara, mare=palude, acquitrino).
    Stessa situazione nel Trentino, a cominciare
    dal capoluogo Trento: questa regione ha in comune
    con la Lombardia, il Veneto e il Friuli l’alta
    percentuale di toponimi celtici, di quelli tipici
    con la finale in “ago”, che nel Friuli diventa
    “acco” e nel Sud Tirolo “ach”, di quelli in “isio”,
    4 - Quaderni Padani Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997
    “esio” e “asio” di molti microtoponimi, il che sta
    a dimostrare la comune matrice etnica delle popolazioni
    locali.
    Nel Trentino-Sud Tirolo la folle politica di Mussolini
    tesa ad italianizzarne gli abitanti ha sortito
    l’effetto opposto, mentre solo il sostrato celtico,
    che è maggioritario anche fra i Sudtirolesi germanofoni,
    poteva essere la base per un’intesa culturale
    tra i due gruppi etnici. Bauzanum (Bolzano,
    dalla radice baut, bautio=recinto di rovi) ha il
    medesimo etimo delle Bolzano Novarese, Vicentina
    e Bellunese. Meran-Merano era la celtica Mairania
    o Merania; Brixen-Bressanone è la stessa
    Brixia dei Cenomani (Brescia); vicino a Bressanone
    c’è il toponimo Milland, Millan (anticamente
    Millanda), che riporta alla metropoli lombarda.
    Oggi dobbiamo riconoscere che non è possibile
    né auspicabile cercare di italianizzare i Sudtirolesi,
    mentre è possibile disvelare l’antica origine comune,
    cosa duramente avversata dai due nazionalismi
    che lassù si contrappongono. Sarà lunga,
    sarà difficile, ma resta l’unica strada percorribile.
    Anche l’Emilia-Romagna era fittamente celtizzata:
    i Boi cambiano il nome alla città di Felsina
    che diventa Bononia (terra dei Boi); i Lingoni si
    stanziano nella parte nord-orientale, mentre gli
    Anamares in quella nord-occidentale; nel Piacentino
    toponimi quali Breno, Caverzago, Roncaglia,
    Roncarolo, Ronco, Roncovero, Tavernago, Trebecco,
    Trevozzo e Velleia (alle pendici della Val di
    Chero) testimoniano la presenza di genti galliche.
    I Senoni occupano tutta la Romagna, eleggendo
    Rimini (Ariminum) a loro capitale, espandendosi
    poi nelle Marche e nell’Umbria. I Friniati erano
    dei Celto-Liguri che lasciarono il loro nome al
    Frignano; precocemente celtizzati pure gli Umbri
    Sarsinati della Valle del Savio, che avevano come
    capoluogo la città celto-romana di Sarsina.
    Da quanto sopra esposto, sia pure in modo succinto,
    risulta che in quella che fu la Gallia Cisalpina,
    il sostrato gallico costituisce il collante in
    grado di unificare le popolazioni della Valle Padana
    in una lega culturale e politica, omogenea per
    mentalità e tradizioni, in grado di autoamministrarsi
    economicamente e giuridicamente, senza
    alcun bisogno di ricorrere ai dettami di una Roma
    capitale ormai decomposta e levantinizzata,
    con la quale poco o nulla hanno in comune.
    Quanto alla persistenza di termini lessicali nei
    dialetti italici, dobbiamo rimandare agli studi
    specialistici dei glottologi; qui basterà dire che
    l’apporto di vocaboli celtici al latino è stato notevolissimo,
    così come lo è stato alle parlate della
    Padania, definite per questo “gallo-italiche”. Ora
    anche le lingue e i dialetti del Nord si stanno “inquinando”
    sotto l’incalzare della cultura e della
    lingua dominante; fortunatamente si è fatto in
    tempo a fissare su documenti scritti una mole
    notevole di voci galliche che sono molto simili alle
    corrispondenti bretoni e irlandesi di uguale significato.
    Oltre alla toponomastica e alla glottologia, la
    riscoperta della celticità della Padania dovrebbe
    passare attraverso le antiche tradizioni, la poesia,
    i miti e le leggende. Le tradizioni sono sopite: il
    ritmo frenetico della vita moderna le ha quasi
    cancellate; ma ne ritroviamo ancora un po’ dovunque
    sulle montagne di tutto l’arco delle Alpi.
    Delle due feste solstiziali sono rimasti solo i
    falò che si accendono ancora nel Veneto e nel
    Friuli il cinque di gennaio; ma si facevano ancora,
    non molto tempo fa, anche in Emilia-Romagna,
    in Lunigiana e in Val Camonica. Il solstizio
    d’estate pare essersi spento anche in queste contrade,
    dopo essere stato celebrato per millenni,
    non solo in Padania, ma anche in quasi tutta la
    penisola. Alcuni gruppi culturali stanno cercando
    di riattualizzarlo in qualche parte d’Italia, in occasione
    della festività cristiana di S. Giovanni
    Battista: a Bassiano, nel Lazio, sappiamo che esso
    rivive ad opera di un circolo culturale di Sinistra,
    che merita elogio... e degli imitatori anche nel
    prospero Nord.
    Ma è soprattutto la tradizione di democrazia, libertà,
    dignità e tolleranza delle antiche comunità
    indoeuropee e celtiche che dovrebbe venire riattualizzata
    soprattutto da coloro che ne sono i naturali
    eredi: gli autonomisti. Il Regionalismo,
    l’Autonomismo, il Federalismo, fenomeni che i
    media indicano sbrigativamente con il termine di
    “Leghismo”, sono nati come naturale reazione al
    virulento centralismo romano, con la sua componente
    essenziale di lenta, subdola sopraffazione
    delle specificità culturali locali, il fine ultimo essendo
    l’omologazione verso il basso di tutte le
    culture che convivevano nel nostro paese.
    L’Etnocentralismo è la specie di razzismo del
    tipo più subdolo e perfido, mirante alla creazione
    di una monoetnia che renda simili tutte le popolazioni
    della penisola, con particolare riguardo
    per i popoli della Padania, ancora considerati da
    Roma con sospetto e “bisognosi di civilizzazione
    indotta”. Se si osserva il modo con cui viene impostata
    la Pubblica Istruzione, con particolare attenzione
    alla nomina dei Provveditori agli Studi e
    alla scelta dei docenti, da essi operata, si ha una
    clamorosa conferma del nostro asserto.
    Riappropriarci del nostro territorio, reintrodur-
    re negli ordinamenti civili la partecipazione popolare
    alla gestione del bene comune, è compito
    degli autonomisti, in ogni campo della vita sociale.
    I Consigli di quartiere e i Consigli scolastici,
    sfuggiti per “distrazione”, pensiamo, alla gerarchia
    partitocratica, avrebbero potuto rappresentare
    un primo passo verso questa riappropriazione;
    ma non appena ciò è apparso evidente e pericoloso
    per i partiti centralisti, essi sono stati svuotati
    di ogni potere effettivo, tanto da indurre le persone
    di buona volontà a disinteressarsene.
    È per prima cosa fondamentale reintrodurre il
    criterio della partecipazione e della libera scelta
    nella gestione dei movimenti autonomisti e federalisti,
    ritornando a quella forma di democrazia
    diretta che caratterizzava le antiche comunità
    della Gallia Cisalpina. Questi parlamenti popolari
    sono giunti fino all’epoca moderna con le “Vicinie”,
    assemblee delle contrade che si riunivano
    presso le chiese, attorno ad un albero (quercia o
    tiglio): lì i capifamiglia prendevano democraticamente
    qualsiasi decisione che coinvolgesse la vita
    della società; ad esse erano ammessi solo gli “originari”
    (residenti in loco da svariate generazioni),
    mentre ne venivano esclusi gli stranieri che pur
    avevano diritto all’ospitalità da parte della Comunità.
    “U. teuta” (“in nome del popolo”) sono due parole
    che si trovano in diverse iscrizioni venetiche
    apposte su opere pubbliche eseguite a seguito del
    voto delle assemblee popolari. È a questi sistemi
    di arcaica democrazia che bisogna tornare per far
    rilevare la nostra differenza dai sistemi verticistici
    assolutisti e totalitari che sono estranei alla nostra
    mentalità, di fronte ai quali dobbiamo stare
    in una posizione di scontro decisivo, privo di patteggiamenti
    e compromessi.
    Per quanto riguarda la cultura, la storia, i miti
    e le leggende, qualcosa è rimasto e non resta che
    andare e riscoprirlo.
    Sarebbe un errore scindere il discorso culturale
    da quello politico, se si vuole che l’ideologia autonomista
    e federalista resista nel tempo e risulti,
    alla fine, vincente.
    Ricordiamo il piemontese Costantino Nigra
    che, oltre che diplomatico, fu poeta e filologo, e
    studioso di tradizioni popolari e di folklore. Nei
    suoi Canti popolari del Piemonte (1888), sostiene
    l’importanza del sostrato celtico nella genesi della
    poesia di tutta l’area cisalpina, soprattutto piemontese,
    che secondo questo autore è espressione
    spontanea della razza che la crea e che la canta.
    La poesia epico-narrativa sarebbe secondo il
    Nigra, un fatto puramente etnico ancestrale, legato
    all’immaginoso temperamento dei Galli, soliti
    a convertire la storia in leggenda. Egli sosteneva
    inoltre che le canzoni epico-liriche hanno
    avuto il Piemonte quale centro di irradiazione
    verso l’Italia superiore che si distinguerebbe nettamente
    da quella inferiore, appartenente a una
    diversa cultura. Politicamente allineato alle tesi
    di Carlo Cattaneo, commentando lo stato delle
    province meridionali dopo l’annessione del Regno
    delle due Sicilie, così si esprimeva: “Una amministrazione
    corrottissima da capo a fondo, una
    magistratura inetta e rassegnata.” Un quadro al
    quale oggi non si può togliere nulla, ma aggiungere
    molto.
    Tra gli autori contemporanei da considerare gli
    alfieri della concezione politica “nordica”, anche
    quando prendono le distanze dalle Leghe, ricorderemo
    Giorgio Bocca (autore di un prezioso manuale
    sulla Disunità d’Italia), Gianni Brera (storico
    anticonformista, oltre che giornalista sportivo),
    Massimo Fini e qualche altro; Italo Calvino,
    Tommaso Landolfi, Dino Buzzati e Carlo Sgorlon
    sono i cantori più conosciuti del mondo fantastico
    delle genti galliche, delle quali noi, che ne siamo
    i discendenti, abbiamo ereditato pregi e difetti.
    Non sarà inutile ricordare che i Galli erano certo
    dei coraggiosi combattenti, ma oltremodo rissosi
    e presuntuosi; e che per queste ragioni furono
    impossibili delle solide alleanze fra le diverse
    nazioni che i rispettivi capi trascinarono singolarmente
    alla guerra contro le forti legioni romane:
    il risultato fu la sconfitta e il genocidio.
    È sin troppo facile riconoscere come questa
    presunzione e rissosità siano state tramandate ai
    discendenti e doloroso è riconoscere tutti i litigi,
    degenerati in rovinose scissioni fra autonomisti.
    I personalismi e la presunzione dovrebbero essere
    messi a tacere in vista dello scopo finale comune
    a tutti: l’ottenimento di una maggiore libertà
    e democrazia, della dignità, per le nostre
    genti.
    Quando i Galli cisalpini furono vinti e sottomessi
    dalla Roma repubblicana, questa almeno
    portò, in cambio della perduta libertà, degli ordinamenti
    civili ed un indubbio progresso materiale;
    la Roma attuale ha invece portato agli uomini
    del Settentrione soltanto una catena di vizi che
    potrebbero finire per attecchire anche al Nord:
    dal clientelismo al parassitismo, dalla corruzione
    alla criminalità organizzata.
    Per tutto questo, più di allora, vale la pena di
    combattere democraticamente

    Quaderni Padani
    Anno lll, N. 12 - Luglio-Agosto 1997

    WALTO HARI-GUALTIERO CìOLA
    Ne avrò da leggere per un bel pò.
    AVE

  8. #8
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    Predefinito Re: Re: Un breve ritorno

    Originally posted by Totila
    Grazie Legionario. Un saluto anche a te.
    Quel carro mi fa venire in mente pensieri cattivi e poco caritatevoli...
    Salve Totila, carri come quelli ci serviranno in futuro, quando ci decideremo ad abbattere quelle fogne che appestano i nostri territori e che si chiamano moschee!!
    Adesso stanno conquistando anche le scuole, un'altro passo dell'invasione di quei bastardi. E come contorno i rossi ed i gay che li accolgono a braccia aperte.
    Prima ancora di abbattere l'islam dovremmo eliminare costoro
    CUNTRA INVASIONEM

    AVE

  9. #9
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    Predefinito

    Pare che Teuta sia della stessa radice dell'Irlandese Thuada.
    Di libri sui Celti ce ne sono mille in libreria oppure basta cercare CELTICA in edicola.

    www.celtica.it


    Ciao.

  10. #10
    Forumista assiduo
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    www.laliberacompagnia.org

    Segnalo per tutti il sito della LCP.
    Unica raccomandazione : evitate come la peste gli articoli libertari.

 

 
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