Quella che Libero inaugura questa settimana è una collana di classici davvero particolare. Vittorio Feltri non ha tratto dalla sua biblioteca una pioggerellina di testi polverosi col solo scopo di accalappiare il lettore, giocando sul titolo trasgressivo, l’autore di grido, e così via nel familiare catalogo degli stratagemmi di mercato. Tutti legittimi, beninteso, perché anche un giornale è un prodotto da vendere. No. Stavolta il successo dei nuovi libri di “Libero”, decretarlo come al solito sta al lettore, vorrebbe nascere da una formula diversa. Si tratta di otto volumi, ciascuno dei quali prezioso e leggibilissimo assieme, che si incastrano come un mosaico. Mettendo assieme i diversi tasselli, quel che si vede è il volto vero del liberalismo. Sistema di idee popolarissimo, o così sembra, visto che tutti si dicono “liberali”. Ma un conto sono le parole piumate della politica, un altro è il peso delle idee.
Thomas Jefferson, Raymond Aron, Benjamin Constant, John Stuart Mill, Ludwig von Mises, Frédéric Bastiat, Bruno Leoni, Salvador de Mariaga: questi sono gli autori che proponiamo ai lettori. Con un duplice scopo. Da una parte, c’è la necessità di dare un senso all’appartenenza, di far sentire che Libero è tale di nome e di fatto. Per questo si è optato per una soluzione anticonformista, che unisce a nomi pressoché universalmente riconosciuti come classici, altri meno blasonati, piccole scoperte preziose, comprimari della storia del pensiero politico. Ma che molto hanno da insegnare. Si è anche deciso di pescare spesso e volentieri nel catalogo di editori che difficilmente entrano nei grandi canali distributivi. Tre, in particolare, hanno fatto più di chiunque altro per seminare le idee di libertà, in Italia: Liberilibri, Rubbettino, e Facco. Nei loro cataloghi si trovano gemme che meriterebbero ben altre tirature: solo la loro passione, però, li ha resi disponibili nella nostra lingua. È di lì che abbiamo preso “Liberalismo” di Ludwig von Mises, “La legge” di Frédéric Bastiat, e “La libertà e la legge” di Bruno Leoni.
Il primo libro, che potrete acquistare da sabato con “Libero”, è una chicca. Si tratta di una raccolta di scritti di Thomas Jefferson, tradotti e curati da Luigi Marco Bassani, uno degli storici più attrezzati e puntuali di quello che Christopher Hitchens nel suo ultimo libro chiama l’“autore” dell’America. Nel senso di scrittore materiale della “Dichiarazione d’Indipendenza” ed assiemedi geografo di quello che è lo spirito autentico delle istituzioni d’Oltreoceano. Jefferson è stato non solo un profeta ma un costruttore di saldi argini al potere pubblico. Il liberalismo, infatti, altro non è che una teoria della limitazione del potere. Dice quello che lo Stato non deve fare, protegge e recinta libertà inviolabili.
Leggiamo la dichiarazione d’indipendenza: “Noi riteniamo”, essa recita, “che le seguenti verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati eguali, che da questa creazione su basi di eguaglianza derivino alcuni diritti inalienabili, fra i quali la vita, la libertà e la ricerca della felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono fra gli uomini istituiti i governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”.
Gli individui vengono prima del governo. Lo Stato non è una divinità cui rendere obbedienza, un dato immutabile delle cose umane che pretende adorazione: è uno strumento talora utile, talora dannoso, più precisamente utile fin quando “garantisce” i diritti individuali, dannoso quando – come più spesso accade – li schiaccia. Ogni qualvolta questo accade, i governati possono spezzare i vincoli che li legano e “istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.
Non si tratta di un’esigenza remota. Lo spiega con esemplare chiarezza Frédéric Bastiat che potrete leggere con Libero dal 5 Novembre: con “La legge”, un libricino che negli Stati Uniti ha casa in svariati milioni di biblioteche. Non è un caso: è di una semplicità luminosa, c’è tutto, c’è l’alfa e l’omega di un pensiero coerentemente incardinato sulla libertà individuale. Tradotto in inglese e pubblicato pochi anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, si è incessantemente moltiplicato, quanto hanno imparato gli americani da questo grande francese!
Scrive Bastiat, nella primissima pagina: “Non è perché gli uomini hanno emanato delle Leggi che la Personalità, la Libertà e la Proprietà esistono. Al contrario, è perché la Personalità, la Libertà e la Proprietà preesistono che gli uomini fanno le Leggi. Che cos’è dunque la Legge? Come ho detto altrove, è l’organizzazione collettiva del Diritto individuale di legittima difesa”.
Purtroppo la storia non sempre sta dalla parte dei liberali. Anzi, spesso sta proprio dall’altra. Talvolta, scriveva, la legge“ha agito contrariamente al proprio fine; ha distrutto il proprio scopo; si è applicata a annientare quella Giustizia che doveva far regnare, a cancellare, tra i Diritti, quel limite che era sua missione far rispettare; ha messo la forza collettiva al servizio di coloro che vogliono sfruttare, senza rischio né scrupolo, la Persona, la Libertà o la Proprietà altrui; ha convertito la Spoliazione in Diritto per proteggerla, e la legittima difesa in crimine per punirla”.
Se negli autori che incontrerete nelle prossime settimane si può trovare una teoria del governo legittimo, un tentativo di immaginare una situazione nella quale lo Stato sia davvero garante e non nemico dei singoli, ancora più preziosa è la loro devastante critica della realtà delle istituzioni sotto le quali viviamo. Non si fanno abbindolare da gioco delle tre tavolette della politica, quello che divide ciò che è bene e ciò che male nonmisurandolo sul metro dei diritti dei singoli, ma appellandosi a formule vaghe, plastiche, e per questo popolarissime.
Non aspettatevi – ad esempio – che questi grandi liberali glorifichino la democrazia, facendone un totem. Con la sua prosa fascinosa, Benjamin Constant spiega come un governo eletto a maggioranza può essere “colpevole allo stesso modo di un despota, che fonda il suo diritto sulla spada sterminatrice: la società non può eccedere nelle sue competenze senza essere usurpatrice, la maggioranza non può farlo senza essere faziosa”.
Il punto è che “il consenso della maggioranza non è per nulla sufficiente a legittimare i suoi atti: e quando una qualsiasi autorità commette atti criminali, poco importa da quale fonte essa dichiari di derivare; poco importa che si chiami individuo o nazione, perché sarà l’intera nazione, meno il cittadino che essa opprime, a non essere più legittima”.
Il liberalismo è il nostro antibiotico contro le grandi intossicazioni politiche. Davanti alla Nazione, davanti al Popolo, davanti alla Società, davanti alla Democrazia, reclama i diritti dell’individuo. Che è l’unica cosa vera, reale, concreta, rispetto a quelle tutte quelle sanguinose astrazioni.
Per Ludwig von Mises, il programma politico del liberalismo si concentra in due parole: “proprietà privata”. La proprietà è il recinto della libertà, la sfera nella quale ciascuno può condurre i propri affari come preferisce, l’argine invalicabile posto alla libertà altrui. Ma è anche il sigillo della prosperità, il primo mattone del libero mercato. Sulla difesa della proprietà, i nostri autori convergono. Anche l’unico italiano, Bruno Leoni, di cui riproponiamo il saggio più famoso, immenso successo all’estero, in Italia tradotto addirittura con trent’anni di ritardo. Per tutta una stagione politica, dalle nostre parti i liberali si esercitarono soprattutto a scivolare verso il socialismo. Leoni è fra le poche voci che redimono il liberalismo italiano, e proprio per questo fu l’unico a comprendere appieno il valore dell’esperienza anglosassone. Scomparso prematuramente, è stato acrobaticamente dimenticato. Leggendolo, i lettori di “Libero” scopriranno una delle grandi intelligenze del secolo scorso. Di avvicinarla ad un grosso pubblico, questo giornale può essere orgoglioso.
da Libero, 29 settembre 2005
di Alberto Mingardi


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