"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
IL MANIFESTO
INTERVISTA - Parla Sergio Bologna - di Roberto Ciccarelli
«Autonomi e precari coalizzati per i diritti»
Storico del movimento operaio, autore di libri sul lavoro autonomo di seconda generazione, Sergio Bologna lavora da molti anni come consulente. Fa parte del consiglio dell'associazione dei consulenti del terziario avanzato (Acta). «Come molte altre associazioni di freelance in Inghilterra o negli Stati Uniti - spiega Bologna - Acta denuncia le forti disparità di carattere previdenziale, fiscale, informativo e culturale del lavoro della conoscenza rispetto al lavoro dipendente e chiede nuove forme di welfare». Lo abbiamo incontrato a Roma a poche ore dallo sciopero generale della conoscenza.
Chi sono oggi i lavoratori della conoscenza?
C'è un pò di confusione su questa espressione. Sono ormai molte categorie ad usarla. I lavoratori della scuola e dell'università, gli avvocati, gli architetti, gli ingegneri, i notai, i pubblicitari, i traduttori, chi si batte per l'abolizione degli ordini professionali e chi si oppone alla liberalizzazione delle professioni richieste dall'Unione europea. Oggi chi la usa cerca di definire in maniera più concreta la realtà che vive.
L'istruzione ha un ruolo fondamentale per i lavoratori della conoscenza. Perché da vent'anni si continua a riformarla?
È stato deciso che scuola e università non devono più dare una formazione completa ai giovani. Sbaglia chi pensa che bisogna dare più formazione ad un capitale umano non qualificato. È vero l'opposto: siamo in presenza di una generazione iperpreparata, mentre è il mercato ad essere dequalificato e non ha nulla da offrirle. Il processo di Bologna, di cui queste riforme sono l'applicazione, vorrebbe ispirarsi al modello americano. Con una differenza. Uno dei problemi che ha questo miserabile capitalismo italiano è di non avere fund raisers né mecenati interessati alla ricerca e allo sviluppo. La ricerca dei privati si è tradotta nella caccia ai fondi pubblici superstiti e ai finanziamenti europei.
Per quale ragione attribuisci al lavoro di conoscenza un ruolo trainante?
Sono le cifre a dirlo. Mi riferisco ad una ricerca sui lavoratori della conoscenza presentata un anno fa all'Assolombarda. Confrontato con il dato europeo e statunitense l'incidenza del lavoro di conoscenza raggiunge in Italia la percentuale del 41,49 per cento sulla forza lavoro occupata nel 2005, a fronte del 48,19 per cento in Germania e del 52,17 per cento in Gran Bretagna. Questi lavoratori oggi rivendicano diritti essenziali e sostegno al reddito perché il valore di mercato delle loro competenze è crollato molto di più di quello manuale. È la stessa situazione in cui si trova dal 1992 il lavoro dipendente che ha subito la più grande stagnazione dei salari in Europa. La crisi sta portando all'esasperazione del precariato e di totale sfiducia nelle istituzioni.
Un minimo di attenzione delle istituzioni pare che ci sia...
Confindustria, i partiti e il governo si sono resi conto che i contributi di milioni di autonomi e di precari servono a pagare la cassa integrazione da cui dipende la stabilità sociale. Senza questo ammortizzatore sociale arriveremmo al 20 per cento di disoccupati. Il problema è che i soldi di queste persone verranno usati per altri scopi. È questo che le fa incazzare. Ma non abbastanza ancora. Per me questo è un pericolo.
Quale pericolo?
L'abitudine a dare una delega a chi fa politica di professione oppure ad uno solo. Bisogna invece convincere la gente ad uscire dalla passività e a difendere i propri diritti. Chi ha capito perfettamente la crisi in cui ci troviamo sono le donne perché hanno una mentalità non individualista e sanno che per ottenere qualcosa bisogna associarsi. La loro è una forza motrice che garantisce la democrazia in questo paese.
Non ti sembra che, dopo il Nobday, ci sia questa tendenza?
Dico subito che se Berlusconi non lo fanno cadere entro natale, avrà tutto il tempo per recuperare. Penso però che l'antiberlusconismo sia di una sterilità mortale perché aumenta la passività, non la risolve. Il suo giustizialismo è un aggravante. A chi pensa di affidare alla magistratura, o a Gianfranco Fini, la soluzione dei nostri problemi, rispondo: dov'era Fini durante le giornate del G8 di Genova? E che cosa ha deciso la magistratura su quei fatti? L'antiberlusconismo è l'ultima dimostrazione dell'incapacità della borghesia italiana di sviluppare un pensiero radicale e democratico della trasformazione. Il primo a dirlo è stato Gramsci. Nel dopoguerra, la democrazia è stata popolare e l'ha fatta il proletariato che vendeva l'Unità, stava nelle case del popolo, nei sindacati di base. Una capacità che è andata persa dopo che la sinistra gli ha detto di rompere le righe.
Che cosa intendi per coalizione?
Lo sviluppo di un atteggiamento soggettivo tra le persone affinché si associno con altri e rivendichino i propri diritti. La democrazia, come ha scritto Karl Polány, non è un sistema di governo, ma una forma ideale di vita. In Italia c'è spazio per creare una coalizione tra i vari tronconi del lavoro autonomo e precario in cui essere padroni dei propri diritti.
E il rapporto con i sindacati?
Con i sindacati bisogna dialogare, chiedendogli di non essere ostili rispetto alle istanze del lavoro autonomo e precario. Sulla base dell'esperienza di Acta, posso dire che si possono stabilire forme utili di collaborazione.
Gemeinwesen




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