Ambiguità e piccole astuzie nella politica estera di Prodi
Sabato 08.10.2005 17:23

La "piattaforma" in politica estera di Romano Prodi, esposta in un'intervista al Corriere (6.10.2005), non riesce a nascondere lo slalom sconcertante che l'esponente già democristiano, e leader di una coalizione a prevalenza d'estrazione marxista, è costretto a fare tra le dure realtà internazionali di oggi.

Il professore aspirante premier per la seconda volta, interpellato da Franco Venturini, promette infatti "discontinuità" rispetto al governo Berlusconi. Ma la chiarezza del suo messaggio agli elettori è fatalmente oscurata da una serie di ambiguità e mediocri astuzie. Che riflettono, sia le caratteristiche del personaggio sia l'estrema difficoltà di mettere in campo una linea coerente e credibile all'interno di quella alleanza.

Prodi non è Zapatero, però un po' vorrebbe esserlo. Non è Chirac, e tuttavia si esibisce in un triplo salto mortale fra l'antiamericanismo gollista e la tradizionale posizione italiana amica degli Usa che risale alla Dc. E' probabile che, volendo giocare più parti in commedia (vizio italico), il professore di Reggio Emilia finisca per scontentare tutti. Lo salva, almeno in parte, il fatto che in politica estera la diffusa "ignoranza" (in senso proprio) del grande pubblico italiano gli consente per ora di farla franca.

Prendiamo, a mo' di prova, il tema apparentemente più scottante oggi: che fare del nostro contingente militare in Iraq? Sapendo di parlare per interposta persona all'alleato difficile Bertinotti e ai suoi, il leader dell'Unione dichiara che "un giorno dopo aver vinto le elezioni" stabilirà i tempi del ritiro da Nassirya. Via dall'Iraq, dunque, ma le forze italiane, s'impegna, resteranno in Afghanistan.

Perchè, questo il senso delle sue risposte, la missione nel Paese arabo è sbagliata e pericolosa, mentre quella in Afghanistan è giusta o comunque pacifica e corredata di tutti i crismi internazionali. Così il professore ci dà un saggio di acrobazia dialettica che omette - conoscendoli, supponiamo - alcuni rilevanti dati oggettivi.

Per quanto riguarda infatti l'Afghanistan, la situazione reale non appartiene alla categoria idilliaca delle missioni senza pericoli, senza impegni militari e con folli soltanto plaudenti. Proprio in quel Paese la Nato, che guida e inquadra, ora al comando del generale italiano Mauro Del Vecchio, il contingente militare multinazionale Isaf, sta discutendo l'allargamento delle sue forze di peacekeeping - 11.000 effettivi - per poter presidiare anche il sud del Paese, ossia le zone dove sono attivi i nuclei terroristici dei talebani e di al Qaeda.