Ho trovato quest'articolo sull'accaduto che mi sembra alquanto interessante.



Il 25 ottobre 2003 il sottomarino nucleare USS Hartford, facente parte della flotta di unità d’attacco della base Usa della Maddalena, subì, come è noto, un grave incidente. Ecco la ricostruzione, minuto per minuto, di quella che poteva essere una catastrofe.



Il 25 ottobre 2003 il sottomarino nucleare USS Hartford, facente parte della flotta di unità d’attacco della base Usa della Maddalena, subì, come è noto, un grave incidente. Immediatamente le autorità militari americane, di concerto con quelle italiane, decretarono il blackout informativo sull’incidente. Soltanto il 12 novembre la Us Navy rese noto un comunicato che riferiva, minimizzandolo, dell’episodio: il comandante Kate Mueller, portavoce della sesta flotta Usa, affermò che il sottomarino aveva urtato sui fondali, riportando danni al timone e alla parte inferiore dello scafo, senza conseguenze per l’equipaggio e per l’ambiente. Il 17 novembre la Direzione Generale degli affari marittimi della Corsica comunicò che il sottomarino era stato già riparato e che avrebbe ripreso il suo programma di navigazione. Niente di particolarmente grave, dunque, anche se, in seguito all’incidente, l’Us Navy dichiarò di “aver perso fiducia nelle capacità di comando del commodoro Parker e del comandante Van Metre”. Niente di particolarmente grave, anche se, contrariamente a quanto affermato dalla Direzione Regionale degli Affari marittimi della Corsica, il sottomarino Hartford non poteva essere riparato sul posto e, dopo un intervento provvisorio, doveva ripartire d’urgenza alla volta dei cantieri navali di Norfolk, in Virginia. Il danno si rivelerà ben più grave, tanto da comportare la spesa di 9 milioni di dollari, nonostante l’ottimismo ufficiale di rigore.

Il 12 novembre 2003, il ministro dell’ambiente italiano Altero Matteoli aveva assicurato “Fortunatamente, le prime informazioni in nostro possesso indicano che non vi sono state conseguenze per l’ambiente”. Peccato che, al 12 novembre, il ministro dell’ambiente non avesse disposto alcuna analisi scientifica che permettesse di escludere un rischio radioattivo significativo per le popolazioni sarde e corse. In effetti, varie associazioni ambientaliste avevano prelevato vari campioni di alghe in prossimità della base Usa della Maddalena, senza che in esse fosse riscontrata la presenza di radionuclidi di origineartificiale. Ma l’istituto di ricerche indipendente francese CRIIRAD pubblicò poco dopo l’incidente i risultati di una sua indagine, nella quale risultavano nelle alghe quantitativi abnormi di torio 234, radionuclide appartenente alla catena dell’uranio 238. Nelle conclusioni, si affermava che la presenza del torio poteva essere associata alle attività della base militare della Maddalena. Il 20 settembre 2004, il gruppo di ricerca italiano “Scienziati contro la guerra” pubblicò i risultati di un nuovo lavoro di ricerca che metteva in evidenza la presenza di una inquietante concentrazione di plutonio 239 nelle alghe. Quale era la provenienza? Poteva essere messo in relazione con l’incidente occorso al sottomarino Hartford?

Grazie ad Antonio Zonza, direttore del mensile maddalenino “Lo Scoglio”, siamo venuti a conoscenza del contenuto del rapporto redatto nel marzo del 2004 dalla Us Navy, dal quale si evince chiaramente la dinamica di un incidente che poteva avere conseguenze catastrofiche. Il rapporto è stato ottenuto grazie al Freedom of Information Request. Ne riportiamo di seguito gli stralci più significativi:

Dicembre 2001: la US-Navy valuta che l’Hartford non soddisfa gli standard professionali di navigazione;



Luglio 2002: un esperto della base di Groton (porto d’attracco per sottomarini) segnala che l’equipaggio dell’Hartford ha bisogno di migliorare le tecniche di posizionamento per la virata e di registrazione della posizione del vascello;



Inizio 2003: l’equipaggio, sottoposto a test, non soddisfa ancora gli standard e necessita di affrontare una nuova valutazione;



14 aprile 2003: l'equipaggio, impegnato nella navigazione finisce, per due volte, fuori rotta;



3 giugno 2003: l’equipaggio viene rimproverato per non tenere con sufficiente sicurezza la rotta ;



9 ottobre 2003: l’Hartford parte da Groton alla volta della Maddalena;



20 ottobre 2003: arrivo a S.Stefano (sede della base Usa). L’uscita prevista per il 24 ottobre viene rinviata al giorno 25 per problemi riguardanti il sonar;



22 ottobre 2003: un valutatore di S. Stefano attribuisce la nota « sufficiente » all’equipaggio, ma rileva anche problemi al sistema di navigazione. Sottolinea che la strumentazione di profondità e i sistemi di allarme misurano in piedi mentre le carte nautiche in metri;



25 ottobre 2003: l’Hartford riceve l’ordine di partire per lasciare posto all’ USS Miami. La rotta verso Est è considerata facile, la visibilità è buona, il porto è illuminato, il vento è di 12-15 nodi ;



ore 11.55: l’Hartford parte, con un programma di quattro virate per trovarsi in acque libere dopo 34 minuti. Il sistema VMS, che gestisce le carte nautiche elettroniche e fa il punto, si blocca;



ore 12.09: l’equipaggio nota una differenza di quattro nodi in due sistemi di rilevamento della velocità ;



ore 12.23: il capitano ordina una velocità di 12 nodi, superiore a quella prevista di 9.5 nodi. Il navigatore e il tecnico elettronico lasciano la sala di controllo per andare a verificare i malfuzionamenti, senza avvertire il capitano;



ore 12.28: il sottomarino entra nella terza tappa del suo viaggio, 500 yards (450 metri) fuori rotta ; un tecnico affermerà in seguito di non aver mai "inteso nessuno avvertire la passerella circa l’incapacità di aver un buon punto fisso e di non aver sentito nessuno raccomandare di procedere adagio finchè non fosse stato possibile avere un buon punto fisso. Il battello si trova 400 yards più vicino all’Isola delle Bisce di quanto si pensasse. Il capitano comunica al rimorchiatore che l’Hartfordintende continuare con i propri mezzi ;



ore 12.34: il sottomarino vira per il quarto tratto. Il capitano dichiarerà di aver pensato che il navigatore avesse dato l’ordine. Il navigatore pensava dal canto suo che l’ordine provenisse dalla passerella. Il commodoro affermerà di aver inteso il comandante chiedere la distanza per la virata e che il sottomarino cominciò a virare, rotta nord nord-est;



ore 12.37: il marinaio addetto al controllo della strumentazione per il rilevamento della profondità avverte l’equipaggio che la profondità dell’acqua, che era stata fino a quel punto stabile a 150 piedi, è diminuita a 100 piedi (33 metri). Il guardiacoste italianoa bordo del rimorchiatore che si allontana segnala che il sottomarino non può virare verso nord, tenta di chiamare sulle frequenze radio marittime, poi cerca di contattare il commodoro sul portatile, senza successo;



ore 12.37.30: il rilevatore di profondità avverte che il fondale è a 83 piedi e, 15 secondi dopo, a 50 piedi (17 metri) ma il sottomarino continua ad avanzare rapidamente;



ore 12.40: sul punto di raggiungere le acque libere, l’Hartford tocca il fondo a circa 1100 yards (1000 metri) dall’isola delle Bisce, nelle Bocche di Bonifacio. Immediatamente la velocità si abbassa ma il commodoro Greg Parker ordina di aumentarla ("speed on!") per timore di incagliarsi. Il sottomarino tocca il fondo altre due volte, l’ultima delle quali è la più violenta, e il battello si inclina di 10-12 gradi sul fianco. Il rimorchiatore vede il sottomarino uscire dall’acqua, inclinarsi e poi emergere ;



ore 13.40: l’Hartford cerca di rientrare al porto ; il navigatore è vittima di una crisi di panico e deve essere curato per circa 45 minuti. Il resto dell’equipaggio non si trova in migliori condizioni ;



26 ottobre 2003: i sommozzatori dellaUSS Emory Land ispezionano il sottomarino. Viene quindi chiamato un nucleo di sommozzatori della US-Navy di Livorno, un’ équipe di 14 sommozzatori privati, oltre a esperti dalla Virginia e dal Bahrein. A Washington, una équipe di 30 specialisti esamina le foto e prepara un piano di intervento.
I danni più gravi sono situati alla poppa sul fondo del vascello, e la parte finale del timone è distrutta. I danni includono la perdita delle griglie del serbatoio principale della cassa, una lesione lungo la circonferenza dello scafo non sotto pressione e in prossimità del serbatoio, danni agli idrofoni e alle parti sporgenti del vascello, 600 piedi quadri (66 mq) di danni alla copertura. Il timone è storto del 25% circa ed è spinto verso lo scafo del vascello.
I lavori di riparazione immediati comprendono la rimozione delle parti danneggiate del timone e di 13 piedidella carenatura del timone stesso per aumentare lo spazio tra questo e lo scafo, più l’installazione dei nuovi adattamenti. Il vascello è quindi preparato per ritornare a Norfolk, in Virginia, per essere messo in secca e infine rientrare a Groton;



18 novembre 2003: l’ufficio stampa della sesta flotta diffonde un comunicato in cui si rende noto che l’Hartford partirà all’indomani verso gli Usa per completare i lavori e che il commodoro e il capitano sono stati rilevati dalle loro funzioni. Si precisa inoltre che gli ufficiali della Us Navy hanno comunicato la notizia al momento dell’incidente alle autorità competenti della Marina militare italiana e che il reattore non ha sofferto alcun danno;



17 dicembre 2003: l’Hartford arriva aNorfolk ;



23 dicembre 2003: secondo il Navy Times, giornale della US-Navy, i danni sono molto più seri di quanto si pensasse all’inizio ; le incisioni sullo scafo sono assai profonde e possono arrivare a minacciare l’integrità strutturale dell’Hartford ;



04 febbraio 2004: secondo il Navy Times, i danni ammontano a circa 9 milioni di dollari.



La dinamica dell’incidente mostra chiaramente che, al di là che ci sia stata o meno fuoriuscita di radioattività, il pericolo che analoghi episodi possano ripetersi è altissimo, visto il traffico di sottomarini che interessa le acque del mediterraneo e, in particolare, di quelle della Sardegna.