Il 20 settembre del 1870 il Regio Esercito italiano entrava in Roma, da secoli abusivamente occupata dal locale vescovo, attraverso la breccia di Porta Pia. Malgrado Roma fosse divenuta italiana senza alcun carattere epico (ma era stato lo stesso cardinale Antonelli ad invitare il generale Kanzler a far opporre solo una debole resistenza ai suoi 15.000 mercenari del guelfismo internazionale), il fatto manteneva la sua forza simbolica. Spentasi anche l’ultima eco delle armi da fuoco, il 21 settembre Roma era italiana e vi si formava un governo provvisorio presieduto dal vecchio e cieco don Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta.
Ma il 21 settembre cade una ricorrenza che potremmo dire occulta, visto che neanche i calendari dell’antica Roma la registravano: quella della nascita del fondatore dell’Urbe, Romolo, e quindi del dio Quirino. Che Romolo fosse nato il 21 settembre, e precisamente “al levar del sole”, lo dice Plutarco nella Vita di Romolo. Lo storico greco si rifaceva a Varrone, che avrebbe in proposito consultato l’astrologo Taruzio. Uno dei primi atti del governo italiano, dopo la presa di Roma, fu acquistare da Napoleone III, che ne era proprietario (!), proprio il colle di Romolo, il Palatino, cuore della civiltà romana, sede primordiale della sua regalità.
Quanto a Michelangelo Caetani, va ricordato che egli era uno degli esegeti del Dante “esoterico”, colui che aveva riconosciuto Enea nel Messo celeste portante l’aurea verghetta nel misterioso canto IX dell’Inferno. E don Michelangelo, che proclamò “provvidenziale avvenimento” il XX settembre, più tardi fu proprio lui a consegnare a Firenze l’urna coi risultati del plebiscito romano a Vittorio Emanuele.
Ora, che proprio Casa Savoia dovesse essere la protagonista di tale “provvidenziale avvenimento” lo rivela un documento seicentesco legato alle gesta di Carlo Emanuele I, il Savoia che, facendosi campione d’Italia contro la tracotanza spagnola, aveva preannunciato la storia risorgimentale della dinastia. Leggiamo in una pagina del vol. II delle Opere del Salvemini questo importante passo: “[...] l’idea di un solo re girava per l’Italia. In un curioso documento del 1624, un piemontese si dichiarava informato da ‘rivelazioni, illuminationi, inspirationi et suggestioni’ dello Spirito Santo, che Dio aveva ‘eletto, chiamato e costituito’ Carlo Emanuele ‘re dell’Italia bella’. Gli altri principi indipendenti, perciò, cedano i propri possessi ‘al re che Iddio ha loro dato’, e gli spagnoli si contentino della Spagna. Il Papa sia dichiarato decaduto non solo nella sovranità temporale, ma anche nell’autorità religiosa, ed i territori della Chiesa, con tutti i censi e le entrate godute in Italia dal Papa, vadano a Carlo Emanuele”.
Tale documento segnalato dal Salvemini, evidentemente, non può non lasciar sbalorditi: in esso vediamo colta non solo la missione nazionale (il petrarchesco e machiavelliano invito a liberare l’Italia dai “barbari”), ma anche quella ghibellina (liberare Roma e l’Italia dalla “lupa” guelfa) della dinastia subalpina; troviamo, pure, il senso tradizionale della futura breccia di Porta Pia e di certe leggi sabaude minanti il potere economico, peraltro dovuto quasi tutto ad usurpazioni e raggiri, del clero cattolico: si dirada così la cortina fumogena che l’integralismo cattolico ha sparso attorno a quell’evento epocale per occultarne il senso sacrale.
Se Vittorio Emanuele fosse al corrente della suddetta profezia, riferita ad un suo avo ma da lui in buona parte attuata, non è dato sapere. E’ però interessante che, scomunicato, dopo Porta Pia il re scrivesse a Pio IX: “Io mi consideravo come uno strumento della divina Provvidenza, forte della fede inconcussa nei divini voleri, tranquillo della mia coscienza”. Il papa, per il re, aveva “dimenticato il suo divino mandato”, ed egli si sentiva investito della missione divina di correggere le “ambizioni terrestri”, i “detestabili vizi” e “le più infami turpitudini” della Chiesa.




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