(La Repubblica) - "Se la prossima settimana non passa la riforma elettorale alla Camera, si rischia tanto. Si rischia la crisi di governo. Questo lo dovete sapere". Ecco lo spauracchio che agita Silvio Berlusconi. Ecco la minaccia che in questi giorni ha fatto recapitare a tutti i leader del centrodestra. E che venerdì scorso ha scandito a chiare lettere anche davanti a Umberto Bossi. Alla fine della scorsa settimana, il Cavaliere ha voluto incontrare il Senatur e lo stato maggiore della Lega per sondarne le intenzioni. Risultato: decisamente poco positivo. Il capo del Carroccio ha confermato i suoi dubbi sul ritorno alla proporzionale. Difficilmente superabili: "Non so se potremo votare quella legge".

Da allora l'inquilino di Palazzo Chigi ha iniziato a spingere sull'acceleratore. La riforma elettorale è a suo giudizio "l'unico modo per rilanciare il governo". Soprattutto è l'unico mezzo per non scaraventare l'intero centrodestra nel dirupo della confusione totale. Perché un voto contrario al progetto proporzionalista farebbe a questo punto esplodere la Cdl. E aprirebbe la strada al fantasma del "governo istituzionale". Per il premier, insomma, un vero incubo: "salterebbe tutto, la situazione diventerebbe incontrollabile. I nostri sarebbero ingestibili".

Nessuno poi, ha confidato anche ai vertici di Forza Italia, potrebbe escludere un precipitare degli eventi fino alle "elezioni anticipate".

Le perplessità di Bossi, dunque, hanno allarmato il Cavaliere più dell'Udc. Anche perché le ragioni esposte dai lumbard non sono cosa da poco, riguardano la "sopravvivenza" stessa del movimento leghista. Da giorni, quindi, il segretario del Carroccio ripete ai suoi: "Non so se al Senato potremo votare quella legge". Eh già, perché se il pressing di Palazzo Chigi ha strappato il sì leghista per il voto della prossima settimana a Montecitorio, per quello di Palazzo Madama è tutto aperto. Alla Camera, del resto, si vota prima la riforma elettorale e poi la Devolution. Per i leghisti sarà allora difficile sottrarsi. Ma il ruolino di marcia per i senatori sarà invertito: prima il federalismo e poi la proporzionale. E questo, ha ammesso Roberto Maroni, "è una buona notizia". Insomma i lumbard, dopo aver incassato la loro riforma costituzionale, potrebbero far emergere definitivamente la loro contrarietà sul resto.

Anche per questo ieri il Cavaliere ha cercato di ammorbidire almeno i centristi accettando di far slittare la cosiddetta "salva-Previti". E in effetti l'Udc ha offerto ora una disponibilità in più.

Il punto, però, resta la Lega. Per Bossi, appunto, il problema non è tanto il probabile anche se pesante taglio (le stime dicono una decina di deputati) al numero di parlamentari lumbard nella prossima legislatura. A Berlusconi lo ha spiegato con crudezza: "rischiamo di ritrovarci in una coalizione sconfitta, con Berlusconi che non può più garantirci, il referendum che boccia la devolution e una legge elettorale che marginalizza la Lega soprattutto per il futuro".

Perché con il nuovo sistema elettorale il Carroccio non sarebbe più l'ago della bilancia della Cdl. Un ragionamento, appunto, che ha fatto schizzare in alto il nervosismo del premier. Dopo quell'incontro di venerdì scorso, allora, ha messo in moto tutti i suoi ambasciatori. Anche il ministro delle riforme Calderoli è tornato da Bossi per illustrargli la simulazione del voto con la nuova legge. Uno studio che per il momento non ha affatto convinto il Senatur. Anche perché lo stesso Bossi deve fare i conti con il malessere che serpeggia dentro il suo partito.

La crisi in Lombardia con Formigoni è solo la punta dell'iceberg. Al di sotto c'è la paura di perdere in primavera anche Milano. Per non contare le lamentele che quasi quotidianamente arrivano dai potenti capicorrente veneti, i più preoccupati dagli effetti del ritorno alla proporzionale.

Per ora, dunque, Bossi ha concesso un altro "giro" a Berlusconi garantendo il voto sulla riforma alla Camera. Ma al Senato tutto può cambiare. E il segretario leghista è il primo a sperare che tutto salti prima e che la responsabilità del fallimento ricada su qualcun altro. Magari sui centristi. Nel frattempo Berlusconi non si arrende e prova ancora a convincere "l'amico Umberto".