LETTERA APERTA DEL SENATORE FRANCESCO COSSIGA
A ROMANO PRODI
DA ELETTORE CATTOLICO
VOGLIO ANCH'IO SAPERE PRIMA
http://www.stpauls.it/fc/0540fc/0540f140.htm
Caro Prodi,
vi sono molte cose che mi rendono diverso, non dico certo migliore, da te! E molte sono le cose sulle quali da te dissento. Io sono un cattolico liberale, tu un cattolico democratico, ma entrambi condividiamo la Fede cattolica e siamo membri della stessa Chiesa e soggetti agli stessi vescovi e soprattutto al Vescovo di Roma.
Tu sei un "democratico nuovo", io sono un "vecchio politico" del secondo dopoguerra e della così detta Prima Repubblica, legato alle antiche culture politiche europee: cristiano-democratica, socialdemocratica, liberale, comunista nazionale, autonomista regionale e conservatrice democratica. Ma entrambi siamo cristiani, democratici e "laici", propensi... all’obiezione di coscienza ed entrambi non vogliamo "guerre di religione", sia in generale che in particolare tra cristiani, né vogliamo l’uso strumentale a fini elettorali di problemi che attengono alla morale cristiana e a quella naturale.
Per nascita e antica tradizione di famiglia democratica, repubblicana, antifascista e autonomista, ma per scelta personale e per influenza di Mariano Rumor, Luigi Gui e Giuseppe Lazzati, militante nella Democrazia cristiana dal 1945, prima "dossettiano" e poi nella così detta "sinistra di base", sostenitore – non a parole! – della politica del "compromesso storico" e dei Governi di "solidarietà nazionale", democratico riformista alla vecchia maniera (mi sono con dolore, ma con convinzione, dimesso, a motivo della sua "deriva" conservatrice e moderata, dal Partito popolare europeo, del cui ufficio politico avevo fatto parte e di cui ero socio a titolo individuale e a vita), non mi riconosco né in questo Centrosinistra né in questo Centrodestra, ma dovendo votare darò metà dei voti a partiti e candidati del Centrosinistra (anche se "senza trattini"! ) e l’altra metà (o un terzo...) ai democratico-cristiani del Centrodestra.
Proponendomi quindi di dare metà o due terzi dei miei voti a L’Unione da te presieduta, e facendo parte della stessa Chiesa, credo di avere il diritto di rivolgermi a te, da elettore e in particolare da elettore cattolico.
Quando da "cattolico infante" (perdonami la "battuta", peraltro fortunata...) presi pubblicamente posizione, per convinzione etica naturale e anche in obbedienza alle indicazioni dei vescovi italiani, confortate dal consenso del Vescovo di Roma, a favore dell’astensione nelle votazioni per i referendum abrogativi di norme della legge sulla procreazione assistita, per dovere di sincerità e di onestà morale e intellettuale, scrissi anche: «Ritenendo maturi i tempi per dare un qualche riconoscimento giuridico civile alle obbligazioni naturali che potevano nascere dalla convivenza di due o più persone, anche non eterosessuali».
Vi fu poi un’esplicita conferma da parte dei vescovi italiani dell’antica presa di posizione negativa nei confronti di questo riconoscimento. Dichiarai allora pubblicamente che – non avendo una tale conoscenza dell’etica naturale e della morale cristiana che mi potessero far ritenere tota conscientia di possedere quella "coscienza informata e formata" che solo può giustificare in casi eccezionali un’obiezione alle direttive della Chiesa in nome appunto del "primato della coscienza" – «ritiravo quanto detto e scritto e mi adeguavo agli indirizzi dei vescovi, come membro della Chiesa italiana, come cittadino e come membro del Parlamento nazionale» e che di conseguenza mi sarei comportato in conformità a tali indirizzi anche sul piano istituzionale.
Ho letto le dichiarazioni sul tuo intendimento di proporre l’inserimento nel vostro programma di una qualche forma di riconoscimento delle obbligazioni naturali che possono derivare dalle convivenze di fatto, anche di coppie non eterosessuali. Ho letto la prolusione al Consiglio permanente del cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, in materia di "Pacs" e in generale d’eventuali, altre proposte "alla Zapatero", e ne ho colto la prudenza e la grande misura.
Per questo mi avevano meravigliato molti dei titoli in materia dei quotidiani italiani pubblicati il giorno dopo la relazione del cardinale Ruini e le tue precisazioni. Mi sembrava infatti che il possibile conflitto che sembrava poter scoppiare tra cattolici de L’Unione e Chiesa d’Italia in materia di regolamentazione giuridica di "unioni di fatto" fosse rapidamente rientrato...
Certo, la Conferenza episcopale italiana si è trovata, e forse si troverà ancora, di fronte a un possibile e, anzi, probabile e inevitabile suo pronunciamento sulla proposta di introdurre nel programma elettorale e governativo della coalizione di Centrosinistra, di adottare pure nella legislazione italiana qualcosa di simile ai "Patti di assistenza sociale", anche per le coppie non eterosessuali. Nell’emanare a nome dei vescovi italiani e per l’autorità di essi, direttamente o indirettamente, indirizzi e direttive per i cattolici italiani, essa si stava, e si potrebbe domani trovare di fronte a un grave e delicato problema politico e istituzionale.
Se essa si dovesse pronunziare espressamente contro la proposta de L’Unione, infatti, se ne potrebbe derivare poi, conseguentemente, l’invito ai cattolici che aderiscono a L’Unione di respingere questa proposta in sede di formulazione definitiva del programma del Centrosinistra, e se invece domani la proposta fosse entrata a far parte di questo programma, l’invito ai cattolici di non votare per i candidati de L’Unione o almeno per quei candidati di Centrosinistra che comunque non dichiarassero di pronunziarsi nel Paese, e anche di votare in Parlamento contro questa proposta, come prescritto dalla Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, emanata dalla Congregazione della dottrina della fede, a firma di Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione, e dell’allora segretario monsignor Bertone, e poi approvata da Giovanni Paolo II, quando stabilisce che: «Non sono ammissibili atteggiamenti in contrasto con gli insegnamenti e le direttive della Chiesa in materia filosofica, sociale e politica», e di più essa dichiarava che come «è avvenuto in recenti circostanze... anche all’interno di alcune associazioni o organizzazioni di ispirazione cattolica, siano emersi orientamenti a sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa, tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con princìpi basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza a associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche», e li condannava.
E la Nota dottrinale ammoniva che «la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente a esaurire la responsabilità per il bene comune».
E questo sarebbe certamente valso contro il voto a favore dei partiti e candidati de L’Unione, che pubblicamente non avessero dissentito anche in sede di voto in Parlamento. Grandi sarebbero state la delicatezza e la gravità delle decisioni che la Conferenza episcopale avrebbe dovuto, o avrebbe potuto, prendere, in caso di non chiarezza delle posizioni de L’Unione, considerato anche che certamente la maggioranza dei cattolici militanti e dei movimenti cattolici votano, e invitano a votare, da tempo per le liste de L’Unione, Ds e Rifondazione comunista compresi, e sono aperti sostenitori di questi partiti, e fermissimi avversari di Forza Italia e di An.
Tu in queste ultime settimane hai scritto, anche con riferimento a te stesso: «In questi giorni si è aspramente discusso sul tema delle unioni di fatto e di come esse debbano venire o meno tutelate. Nel quadro di questo dibattito mi sono state attribuite posizioni non corrispondenti al mio pensiero e che ho giudicato offensive. Non ho mai sostenuto l’opportunità e la possibilità di matrimoni tra persone dello stesso sesso, né è mia intenzione proporre provvedimenti che mettano minimamente in discussione la famiglia... La complessità e la delicatezza dell’argomento e il desiderio di esprimere il più compiutamente possibile il mio pensiero mi costringono a far riferimento ad alcuni fondamenti normativi ed etici che richiedono un linguaggio un po’ difficile. Innanzitutto ho sempre ritenuto che la famiglia fosse la prima più originaria e fondamentale comunità naturale. E ciò si accorda anche con lo spirito attuale della nostra Costituzione repubblicana (in particolare penso all’articolo 29, ma anche agli artt. 2, 30, 31). La mia ispirazione religiosa ha argomentato e sostenuto questa convinzione... Io non sono tra i detrattori della famiglia. Oggi lo sviluppo di nuovi modelli familiari e di nuovi modelli di convivenza, in particolare le unioni di fatto, ma anche le unioni tra persone dello stesso sesso, interpella il legislatore, stretto tra l’esigenza di difendere e promuovere l’istituto familiare e la necessità di fare i conti con tali trasformazioni e con i nuovi bisogni che da esse derivano».
E più oltre aggiungevi: «Nessuno vuole e può, non io certamente, conformare i nuovi modelli di convivenza all’istituto familiare... Così, mentre si riconoscono che le unioni o convivenze di fatto "quale rapporto tra uomo e donna – dice la Corte costituzionale – ormai entrano nell’uso comunemente accettato, accanto a quello fondato sul vincolo coniugale", ciò "non autorizza la perdita dei contorni caratteristici delle due figure". L’una, quella di semplice convivenza, si fonda e si appoggia sulla soggettività individuale dei conviventi. L’altra, quella coniugale, procedendo dalla stessa libertà conferisce tuttavia un maggiore rilievo alle esigenze della famiglia, alla forma di una "stabile istituzione sovraindividuale", dunque a una ulteriore responsabilità. L’individualità delle altre convivenze va aiutata nelle necessità fondamentali. Per rispettare le libere scelte di entrambe le forme, esse non possono essere confuse, omologate. Una volta fissata la distinzione formale si tratta di procedere in forma pragmatica, valutando le diverse misure (l’alloggio, l’assistenza, ecc.)».
«Quanto alle unioni tra persone dello stesso sesso», continuavi, «in tempi non sospetti ho pubblicamente dichiarato che ero contrario al loro riconoscimento nella forma del matrimonio e dell’unione coniugale... Questo non significa che anche nei casi di unioni tra persone dello stesso sesso non vi siano ingiustizie da sanare, affinché si abbia un completo rispetto delle scelte individuali che non possono essere socialmente discriminate».
Credo che la prudenza e la trasparenza politica, e la chiarezza anche sul piano etico e religioso, impongano a L’Unione di precisare il proprio pensiero e di formulare una chiara e definitiva proposta. Tu ne hai il dovere verso tutti gli elettori quale leader, in particolare verso la Chiesa d’Italia e verso gli elettori cattolici. E credo che anch’io, come cittadino, come membro della Chiesa d’Italia e come probabile elettore de L’Unione, abbia il diritto di essere compiutamente informato. Penso pertanto che tu come leader politico e come cattolico abbia il dovere di promuovere un sereno confronto con tutti, e in particolare con i cattolici, e di sviluppare un sereno e rispettoso colloquio con i vescovi d’Italia.
Con rispetto e amicizia.
Francesco Cossiga




